Sparviero si racconta
Storia di un partigiano della Seconda Julia

Si va per l’Ap­pen­ni­no non più dolen­te, si va per i pon­ti sal­ta­ti in guer­ra. Ora li han­no rico­strui­ti. Nel­la memo­ria, no. Bor­go­ta­ro, una man­cia­ta di tor­nan­ti ed è Bel­for­te: ter­ra di con­fi­ne, di fron­tie­re; roc­ca dimen­ti­ca­ta dal mon­do ma soprav­vis­su­ta al suo tem­po, intat­ta. Un fasci­no silen­zio­so guar­da a val­le e oltre il mon­te. Ser­gio Giliot­ti, clas­se spez­zi­na 1926 – nome di bat­ta­glia Spar­vie­ro – atten­de in casa. La stret­ta di mano è for­te. Negli occhi è anco­ra ragazzo.

In viso la stessa gentilezza di quella fotografia di gruppo, anno 1944, appesa accanto alla finestra, accanto a quella dei genitori: due famiglie. Sono i compagni della Seconda brigata Julia. “Sono morti tutti. Quello in borghese, il commissario di guerra della brigata, probabilmente aveva i pidocchi”.

È pro­prio il ’44 l’an­no in cui entra a far par­te del­le for­ma­zio­ni par­ti­gia­ne. “Fre­quen­ta­vo a Geno­va il ter­zo anno del liceo scien­ti­fi­co dai Gesui­ti, tut­ti anti­fa­sci­sti. Fini­to l’an­no sco­la­sti­co nel giu­gno ’44, sono tor­na­to qui a Bel­for­te, dove mio padre pos­se­de­va alcu­ni ter­re­ni. Duran­te l’e­sta­te lo aiu­ta­vo con il lavo­ro nei cam­pi, in otto­bre ripren­de­vo la stra­da del col­le­gio. Ma quel­l’an­no, no: nel 1944 sono diven­ta­to par­ti­gia­no”. Secon­da bri­ga­ta Julia, di estra­zio­ne cat­to­li­ca – come buo­na par­te del­le 21 for­ma­zio­ni atti­ve nel­la pro­vin­cia di Par­ma. Appog­gia­ta alla V Arma­ta ame­ri­ca­na che le for­ni­va le armi neces­sa­rie, ten­ta­va in ogni modo di impe­di­re i col­le­ga­men­ti e le comu­ni­ca­zio­ni tra le posta­zio­ni tede­sche dis­se­mi­na­te lun­go l’Ap­pen­ni­no e nel par­men­se. La V ame­ri­ca­na, nel frat­tem­po, risa­li­va lo Sti­va­le lun­go il Tir­re­no, ave­va già occu­pa­to Firen­ze e atten­de­va di sfer­ra­re l’ul­ti­mo, deci­si­vo, col­po sul­la Linea Goti­ca — azio­ne poi rin­via­ta alla pri­ma­ve­ra del ’45.
Nel distac­ca­men­to del­la Secon­da Julia c’e­ra una sola don­na. Altro­ve se ne tro­va­va­no anche tre, quat­tro. Ma giac­ché diven­ne­ro moti­vo di lite tra uomi­ni, nel dicem­bre ’44 era giun­to l’or­di­ne di non uti­liz­zar­le più in for­ma­zio­ni par­ti­gia­ne, per attac­chi e mis­sio­ni. Furo­no dun­que impie­ga­te per il lavo­ro di staf­fet­ta, mol­to deli­ca­to e peri­co­lo­so — lavo­ro affi­da­to a quel­le don­ne che avreb­be­ro potu­to pas­sa­re inos­ser­va­te. Era neces­sa­rio e fon­da­men­ta­le soprat­tut­to per i col­le­ga­men­ti tra la mon­ta­gna e Par­ma. Per gli uomi­ni sareb­be sta­to impos­si­bi­le supe­ra­re i posti di blocco.

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Chi è quell’asino laggiù?

La pri­ma azio­ne cui par­te­ci­pa è con­dot­ta sul­la stra­da del­la Cisa. “Sta­va pas­san­do un con­vo­glio tede­sco, noi dove­va­mo attac­car­lo. Mi han­no dato due bom­be a mano: avrei dovu­to lan­ciar­le con­tro il camion, far­lo sal­ta­re e poi risa­li­re, su per la mon­ta­gna. Ho esi­ta­to un momen­to — abba­stan­za per­ché due camio­net­te tede­sche ci rag­giun­ges­se­ro e ini­zias­se­ro a spa­ra­re nel­la nostra dire­zio­ne. Mi sono riti­ra­to die­tro un gran­de sas­so. Di sopra il coman­dan­te del­la bri­ga­ta Giu­sep­pe Moli­na­ri, uffi­cia­le degli Alpi­ni: «Chi è quel­l’a­si­no lag­giù, che si tira die­tro il fuo­co tede­sco?». Natu­ral­men­te, ero io. Sen­ti­vo le pal­lot­to­le pic­chia­re con­tro il sas­so, come lame taglia­re la pie­tra, fischia­re sopra la mia testa, con ton­fi sor­di inca­sto­nar­si negli albe­ri intor­no. Poi le bom­be a mano, la tre­gua; ho infi­la­to il costo­ne, e via, via. Me l’e­ro vista brutta”.

Al termine di un altro attacco, fatti saltare i camion, erano rimasti due soldati tedeschi a terra, entrambi morti.

Un ter­zo acco­vac­cia­to lì accan­to si strin­ge­va la gam­ba san­gui­nan­te; era gra­ve. Spar­vie­ro affer­ra il suo pac­chet­to di medi­ca­zio­ni, lo lan­cia al tede­sco feri­to, fug­ge. Rag­giun­ta la bri­ga­ta, il coman­dan­te tuo­na: “Hai fat­to bene. Ma non pren­de­re trop­pa con­fi­den­za: con que­sta leg­ge­rez­za, una vol­ta o l’al­tra, ti fan­no fuo­ri davvero”.

Il 2 feb­bra­io ’45 i tede­schi gli incen­dia­no la casa. Anco­ra visi­bi­li su alcu­ni dei mobi­li i segni del fuo­co nazi­sta: “Han­no mes­so la paglia sot­to il tavo­lo e le han dato fuo­co; bru­cia­te le gam­be, il tavo­la­to ha cedu­to, sof­fo­can­do le fiam­me. Lo stes­so ave­va­no fat­to con i let­ti, per­ché il mate­ras­so di lana non bru­cia, no. Non appe­na han­no lascia­to la casa, sono accor­si i cit­ta­di­ni del pae­se per aiu­tar­ci a spe­gne­re il fuo­co. Ti bru­cia­va­no la casa, gli affet­ti, e non pote­vi far nul­la per impedirlo”.

Era la guerra

E comun­que, a casa, si cer­ca­va di non tor­nar­ci spes­so. “Se ti tro­va­va­no, ti arre­sta­va­no la fami­glia o peg­gio”. Si con­ta­va tut­ta­via sul­l’ap­pog­gio incon­di­zio­na­to dei con­ta­di­ni, che offri­va­no sem­pre un rifu­gio per la not­te, un bic­chie­re di lat­te, un pez­zo di pane. Quel che ave­va­no. “Io ero uno dei più gio­va­ni; sem­bra­vo anzi più gio­va­ne di quan­to in real­tà non fos­si. Quan­do anda­vo agli attac­chi, i supe­rio­ri dice­va­no: «Ma non man­da­te­ce­lo mica, quel­lo lì! È un ragaz­zi­no!», e i compagni:«Un ragaz­zi­no, sì, ma è l’u­ni­co che sa impu­gna­re il mitra­glia­to­re come si deve»”.

In ogni caso, si cer­ca­va sem­pre di non ammaz­za­re. “Ricor­do che una vol­ta era­no sta­ti cat­tu­ra­ti due tede­schi, due pove­ri dia­vo­li che vole­va­no solo fug­gi­re. Sono sta­ti por­ta­ti al coman­do che, dopo aver­li inter­ro­ga­ti, li ha lascia­ti anda­re. Giun­ti sul­la stra­da pro­vin­cia­le, un par­ti­gia­no ex cara­bi­nie­re – nome di bat­ta­glia Rea­le – ci ha pian­ta­to una fuci­la­ta in testa, a tut­ti e due. Il coman­dan­te, non aven­do gli stru­men­ti per pro­ces­sar­lo, ha dispo­sto che venis­se disar­ma­to e cac­cia­to dal­la bri­ga­ta. «Ne rispon­de­rai alla giu­sti­zia, quan­do la guer­ra sarà fini­ta», dice­va, ma alla fine se l’è cava­ta affer­man­do di esser sta­to minac­cia­to, di esser sta­to costret­to a sparare.

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Era la guerra, ed era anche questo. C’era un codice – oh, se c’era. Ma non sempre era facile far sì che tutti si comportassero com’era giusto. La vita era sempre a rischio.

Ad ogni modo, que­sto è sta­to l’u­ni­co caso nel­la nostra Julia; oltre­tut­to, i pri­gio­nie­ri tede­schi che tene­va­mo in distac­ca­men­to ser­vi­va­no per lo più come mer­ce di scam­bio, per libe­ra­re par­ti­gia­ni fat­ti pri­gio­nie­ri dal nemi­co. E pen­sa­te che quei tede­schi, fat­ta ecce­zio­ne per rari casi, nem­me­no vole­va­no esser scam­bia­ti: avreb­be­ro pre­fe­ri­to resta­re con noi nel­l’at­te­sa che finis­se la guer­ra, per poi fare ritor­no a casa”.

Spar­vie­ro par­te­ci­pa in tut­to ad una qua­ran­ti­na di attac­chi — com­bat­ti­men­ti veri e pro­pri solo quat­tro o cin­que. Nel cor­so del­l’ul­ti­mo assal­to sul­la Cisa, quel­lo del 27 apri­le ’45, la bri­ga­ta attac­ca le retro­guar­die del­la divi­sio­ne Göring, in riti­ra­ta dal fron­te del­la Linea Goti­ca, dal­la Gar­fa­gna­na. Nel­la Secon­da era­no rima­sti in pochi ormai. Con loro, anche alcu­ni rus­si fug­gi­ti dai cam­pi di con­cen­tra­men­to tede­schi. L’at­tac­co, sfer­ra­to nei pres­si di Ber­ce­to, non era sta­to faci­le: Bar­ba­gian­ni (così si chia­ma­va il rus­so), rag­giun­to da una pal­lot­to­la nemi­ca, si era acca­scia­to sul tron­co del casta­gno, san­gue alla bocca.

“Mi faccio subito in piedi, e sparo e sparo contro i tedeschi, mentre il comandante di brigata si precipita, e – coprimi, coprimi! – si carica il russo sulle spalle – pallottole che fischiano da tutte le parti – lo porta dietro un muro e ce l’hanno fatta, sono al sicuro, sono salvi”.

È Spar­vie­ro, il par­ti­gia­no ragazzino.
“La mia vita è sta­ta quel­la di un par­ti­gia­no che ha fat­to il pro­prio dove­re, che ha fat­to ciò che dove­va con corag­gio — lo affer­mo oggi in tut­ta sicu­rez­za e tran­quil­li­tà. Ricor­do anco­ra le paro­le di mia madre, inse­gnan­te: «Non pren­de­te­lo mica in ban­da! Pri­ma deve fini­re di stu­dia­re!»”. Ma Spar­vie­ro non ha volu­to sen­tir ragioni.

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

Foto di Danie­le Roma­no e Pie­tro Repisti

Altre sto­rie di par­ti­gia­ni: Aure­lio Legna­ni, Lui­gi Pesta­loz­zaAndrea Zan­zot­to

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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