Incontro con Gabriele Salvatores
Un regista a metà fra cinema e teatro

Ritor­na nel­la cit­tà dove tut­to è ini­zia­to Gabrie­le Sal­va­to­res, per par­la­re di cine­ma e tea­tro agli stu­den­ti dell’Università degli Stu­di di Mila­no in occa­sio­ne di un ciclo di incon­tri dedi­ca­ti ai 40 anni dal­la nasci­ta del Tea­tro dell’Elfo di cui è tra i soci fon­da­to­ri. Napo­le­ta­no di ori­gi­ne, Sal­va­to­res si tra­fe­ri­sce pre­sto nel capo­luo­go lom­bar­do con la fami­glia e qui, assie­me a Fer­di­nan­do Bru­ni ed altri gio­va­ni arti­sti, nel 1972 dà vita all’esperienza tea­tra­le col­let­ti­va e indi­pen­den­te del Tea­tro dell’Elfo.

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Iscrit­to a Giu­ri­spru­den­za, abban­do­na pre­sto que­sto per­cor­so di stu­di, rac­con­tan­do come il suo uni­co pos­si­bi­le model­lo di avvo­ca­to sareb­be potu­to esse­re il Jack Nichol­son di Easy Rider. Fre­quen­ta quin­di la facol­tà di Let­te­re e, con il bene­sta­re del padre, si iscri­ve alla cele­bre scuo­la per atto­ri Pao­lo Gras­si, intro­du­cen­do­si così alla sua pas­sio­ne per il teatro.

Salvatores ci racconta di avere un bellissimo ricordo della Milano degli anni ’70, città viva e di un fermento culturale fondamentale per la sua carriera successiva: «Senza quella Milano probabilmente non avrei fatto ciò che ho fatto».

Tra i pome­rig­gi pas­sa­ti a con­te­sta­re la Pri­ma del­la Sca­la assie­me all’amico Mau­ro Paga­ni — com’era qua­si un dove­re mora­le fare in que­gli anni — e i tour tea­tra­li a bor­do di un fur­gon­ci­no Volk­swa­gen, Sal­va­to­res inau­gu­ra una pro­li­fi­ca sta­gio­ne di spet­ta­co­li, con la col­la­bo­ra­zio­ne di un altro per­so­nag­gio che ha fat­to la sto­ria del tea­tro mila­ne­se – Elio De Capi­ta­ni  – incon­tra­to un po’ a for­tu­na e un po’ per caso una mat­ti­na dopo uno spettacolo.

L’importanza del grup­po è una del­le abi­tu­di­ni più pro­li­fi­che e prin­ci­pa­li che ci con­fes­sa esser­si por­ta­to dal­lo spet­ta­co­lo al cine­ma e il grup­po for­ma­to da que­sti ragaz­zi sareb­be oggi un cast vera­men­te d’eccezione se lo si voles­se rimet­te­re assie­me, con nomi come Giu­sep­pe Ceder­na, Clau­dio Bisio, Doris Von Thu­ry, Fer­di­nan­do Bru­ni, Ida Mari­nel­li, Elio De Capi­ta­ni, Luca Bar­ba­re­schi, Corin­na Augu­sto­ni, Cri­sti­na Crip­pa, Luca Tor­ra­ca e Rena­to Sarti.

Nei pri­mis­si­mi anni ’80 la com­pa­gnia mise in sce­na il musi­cal Sogno di una not­te d’Estate, con un testo col­let­ti­vo libe­ra­men­te inter­pre­ta­to dal quel­lo sha­ke­spea­ria­no, che ebbe tre anni di repli­che e fon­de­va assie­me gene­ri diver­si del­la musi­ca e del tea­tro clas­si­co. Un successo.

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E pro­prio a par­ti­re da que­sto suc­ces­so nel 1983 Sal­va­to­res si dedi­cò alla cel­lu­loi­de, con un pri­mo lun­go­me­trag­gio omo­ni­mo che ripren­de­va il musi­cal dell’Elfo, a cui seguì nel 1987 Kami­ka­zen – Ulti­ma not­te a Mila­no, pel­li­co­la per cer­ti ver­si auto­bio­gra­fi­ca gira­ta di not­te vici­no ad Abbia­te­gras­so, che dipin­ge una Mila­no dei bas­si­fon­di, mul­tiet­ni­ca e miste­rio­sa, fat­ta di pove­rac­ci a cui tut­ta­via rara­men­te man­ca la voglia di sognare.
Il ricor­do più bel­lo avu­to sul set ci rac­con­ta però esse­re l’arrivo per la pri­ma vol­ta in Afri­ca, alle soglie del deser­to maroc­chi­no, in occa­sio­ne del­le ripre­se del suo ter­zo film – Mar­ra­kech Express – assie­me a Ben­ti­vo­glio ed Aba­tan­tuo­no — «Quel deser­to mi sem­bra­va immen­so e lo dove­vo attra­ver­sa­re tutto».
E quel deser­to l’ha attra­ver­sa­to Gabrie­le Sal­va­to­res, alme­no meta­fo­ri­ca­men­te, arri­van­do nel 1992 a vin­ce­re l’Oscar per il miglior film stra­nie­ro per Medi­ter­ra­neo. Oscar ina­spet­ta­to, come ci rac­con­ta l’autore, dal momen­to che quell’anno era­no in con­cor­so diver­si film mol­to validi.

Tut­ta­via il tea­tro sem­bra esse­re rima­sto for­te­men­te radi­ca­to nel DNA di que­sto regi­sta, che alla doman­da: «Cine­ma e tea­tro, la gran­de somi­glian­za e dif­fe­ren­za tra i due, qua­li sono per te i trat­ti più distin­ti­vi?», ci rispon­de che entram­bi han­no in comu­ne la pos­si­bi­li­tà di rac­con­ta­re una sto­ria e di rap­pre­sen­tar­la, che sia essa un’esperienza di vita o una pura invenzione.

Il teatro, però, è il luogo della distanza, fornisce uno spazio di pensiero più ampio e più libero e durante la scena ti accorgi che si sta rappresentando qualcosa, che si sta fingendo.

Nel cine­ma que­sto non acca­de. Spes­so sei da solo tu e il film e come nel­la caver­na di Pla­to­ne: scam­bi le imma­gi­ni pro­iet­ta­te sul­lo scher­mo per real­tà. Nel cine­ma, inol­tre, è il regi­sta che sce­glie cosa far­ti vede­re, dove far­ti cade­re l’occhio attra­ver­so le diver­se inqua­dra­tu­re, per que­sto il gran­de scher­mo è il mon­do del regi­sta, il tea­tro quel­lo dell’attore.

Pie­tro Repisti

Foto di Ila­ria Guidi
@ilovemingus

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Ilaria Guidi

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