Interstellar
2014: verso l’infinito e oltre

E quin­di uscim­mo a rive­der Inter­stel­lar.
Non mi è infat­ti basta­to veder­lo una vol­ta, me ne ser­vi­va una secon­da, per un tota­le di 336 minu­ti di vita dedi­ca­ti a Chri­sto­pher Nolan e a alla sua ulti­ma ope­ra. Qua­si sei ore, tre gior­ni di pen­do­la­ri­smo Como-Mila­no, spe­ran­do di non bec­ca­re ritar­di. Non male, per esser­si fat­ti un viag­gio ver­so l’in­fi­ni­to e oltre anda­ta e ritorno.
Inter­stel­lar meri­ta quin­di una secon­da visio­ne, come del resto ogni altro film di Nolan. Non fos­se che per apprez­zar­lo un po’ di più, per capi­re meglio come fun­zio­na que­sta sofi­sti­ca­ta mac­chi­na nar­ra­ti­va su sca­la intergalattica.

Inten­dia­mo­ci, a livel­lo di com­ples­si­tà Inter­stel­lar è qua­si linea­re rispet­to a quel­l’in­fer­na­le gio­co di sca­to­le cine­si che era Incep­tion o a quel­la fran­tu­ma­zio­ne tota­le del­la memo­ria che era Memen­to. Alla secon­da vol­ta, però, me lo sono godu­to per­si­no di più e ho avu­to la sen­sa­zio­ne defi­ni­ti­va di tro­var­mi non solo di fron­te a un bel film ma addi­rit­tu­ra di fron­te a un film impor­tan­te per gli anni di cine­ma che verranno.
E quin­di Inter­stel­lar non è per nien­te un film INter­sti­zia­le, di pas­sag­gio, o addi­rit­tu­ra un pas­so fal­so, come ha scrit­to qual­che cri­ti­co, poi­ché – al con­tra­rio – si inse­ri­sce per­fet­ta­men­te nel­la fil­mo­gra­fia di Nolan e anzi, a voler­si diver­ti­re coi nomi, si potreb­be dire che con INsom­nia e INcep­tion, INter­stel­lar va a com­ple­ta­re una infor­ma­lis­si­ma trilogia.

Anche la tema­ti­ca prin­ci­pa­le del film, ovve­ro­sia il tem­po, è una costan­te del cine­ma nola­nia­no che par­te da Memen­to e dal suo tem­po in sog­get­ti­va, indi­vi­dua­le, per arri­va­re a que­sto Inter­stel­lar dove il tem­po è quel­lo cosmi­co del­l’u­ni­ver­so, il Tem­po in asso­lu­to — la sfi­da defi­ni­ti­va, per cer­ti versi.

Da que­sto momen­to in poi, per cita­re una bat­tu­ta del film, que­sta recen­sio­ne è spoi­ler-free al 90% e quin­di se sie­te dei puri­sti e non l’a­ve­te già visto, fer­ma­te­vi qui e tor­na­te fra (alme­no) 165 minu­ti. Per tut­ti gli altri, come ave­te potu­to vede­re, il film – dopo uno stra­bor­dan­te pro­lo­go di qua­ran­ta minu­ti – rac­con­ta la scam­pa­gna­ta galat­ti­ca di quat­tro astro­nau­ti che van­no nel­lo spa­zio per sal­va­re il mon­do e la spe­cie uma­na, con­dan­na­ta all’e­stin­zio­ne da una gra­vis­si­ma care­stia che col­pi­sce il pia­ne­ta Terra.

Le ambi­zio­ni visi­ve di Inter­stel­lar sono mol­to ele­va­te e mol­to col­te, e il film è una tita­ni­ca wun­der­kam­mer che maci­na decen­ni di fan­ta­scien­za cine­ma­to­gra­fi­ca a par­ti­re da quel 2001:Odissea nel­lo spa­zio che è sta­to indi­vi­dua­to come la fon­te pri­ma­ria a cui si è abbe­ve­ra­ta la sete imma­gi­ni­fi­ca di Nolan.
Tut­to vero e tut­to mol­to giu­sto non fos­se che, a mio avvi­so, la cri­ti­ca ha in vari casi male inter­pre­ta­to que­sta for­tis­si­ma influen­za di Kubrick, pre­sen­ta­to come un model­lo che Nolan non è (ovvia­men­te) riu­sci­to a raggiungere.

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Ed inve­ce Inter­stel­lar si avvi­ci­na a 2001:Odissea nel­lo spa­zio con tut­ta l’i­ro­nia e la sfron­ta­tez­za imma­gi­na­bi­li, ribal­tan­do­ne peral­tro il sen­so com­ples­si­vo. Infat­ti, lad­do­ve il film di Kubrick ((Che visi­va­men­te è eter­no ma che con­cet­tual­men­te è figlio del suo tem­po (1968).)) indi­vi­dua­va nel­la mac­chi­na, nei robot e quin­di filo­so­fi­ca­men­te nel­la tec­ni­ca, uno dei nemi­ci mor­ta­li del­l’uo­mo – che rima­ne­va sem­pre e comun­que il sog­get­to prin­ci­pa­le – il film di Nolan si con­fron­ta con il pro­ble­ma del­la Natu­ra, con le dimen­sio­ni di stel­le e pia­ne­ti aldi­là del­la cosmi­ca­men­te insi­gni­fi­can­te spe­cie uma­na. I robot e le mac­chi­ne, al con­tra­rio, sono iro­ni­ca­men­te rac­con­ta­ti – ed è qui che il cita­zio­ni­smo di Nolan si fa più sco­per­to – come nien­t’al­tro che del­le pro­pag­gi­ni fede­li del­l’uo­mo, dei cani da guar­dia dal cuo­re di soft­ware, i nostri miglio­ri ami­ci, in defi­ni­ti­va. I con­flit­ti inte­rio­ri di Hal 9000 lascia­no infat­ti spa­zio alla cie­ca obbe­dien­za di Tars e Case che ricor­da­no piut­to­sto, nel­la loro cari­ca comi­ca (sep­pur laten­te), il fan­caz­zi­smo stel­la­re di C‑3PO e R2-D2 ((Non c’è biso­gno di ricor­da­re che stia­mo par­lan­do di Star Wars, vero?)).

Al di là del­l’u­mo­ri­smo, ci tro­via­mo a que­sto pun­to vici­ni alla tema­ti­ca con­cet­tua­le più impor­tan­te di Inter­stel­lar: la Natu­ra come tota­li­tà estra­nea ai nostri pic­co­li e uma­ni trop­po uma­ni con­cet­ti di “male” e “bene”, la Natu­ra come mam­ma che alle vol­te ci ver­reb­be da chia­ma­re matri­gna e mali­gna ma che alla fine ci è sem­pli­ce­men­te indif­fe­ren­te. Ci sono una serie di bat­tu­te nel film che espli­ci­ta­no chia­ra­men­te que­sta idea.
Vi ricor­da qualcosa?
A me, con un mash-up cine­ma­to­gra­fi­co ai limi­ti del­la bla­sfe­mia, è venu­to in men­te Il gio­va­ne favo­lo­so di Mario Mar­to­ne. Io infat­ti sul raz­zo di Inter­stel­lar, insie­me a McCo­nau­ghey, ci avrei imbar­ca­to Gia­co­mo Leo­par­di, anche solo per spe­dir­lo a qual­che milio­ne di anni luce dal­l’o­dia­ta Reca­na­ti. E già però me lo vedo, con quel suo cap­pot­ti­no azzur­ri­no iro­nia, che veste sem­pre nel film di Mar­to­ne, a zom­pet­ta­re sul­la super­fi­cie alie­na del mon­do ghiac­cia­to del Dr. Mann, stu­pe­fat­to dal­l’in­com­men­su­ra­bi­li­tà e dal­l’in­dif­fe­ren­za del­la Natu­ra, quel­la vera, oltre la siepe.

E lui, lì, a quel pun­to, sareb­be sta­to il vero Guar­dia­no del­la Galas­sia ((Mi fer­mo qui: il mash-up cine­ma­to­gra­fi­co sta diven­tan­do bla­sfe­mo trop­po bla­sfe­mo.)), il pic­co­lo Wil­ly Won­ka del­la malin­co­nia con la testa sem­pre più vici­na alla Ter­ra a cau­sa del­la gob­ba ma con la men­te sem­pre più lon­ta­na, side­ra­le, ver­so l’Infinito.

Qui, in que­sto tema, sta buo­na par­te del­la gran­dio­si­tà intui­ti­va di Nolan, nel capi­re cioè che è la Natu­ra, nel­l’ac­ce­zio­ne più ampia pos­si­bi­le del ter­mi­ne, il pros­si­mo gran­de tema con cui la nar­ra­ti­va — sem­pre nel­l’ac­ce­zio­ne più ampia pos­si­bi­le del ter­mi­ne (serie tv, cine­ma, let­te­ra­tu­ra,…) — si dovrà con­fron­ta­re, una vol­ta sospe­so il discor­so sul­l’uo­mo che diven­ta nien­t’al­tro che una spe­cie ani­ma­le fra le altre.
Insom­ma, che la fine del mon­do a cau­sa del­la tec­ni­ca, di paso­li­nia­na memo­ria, non signi­fi­ca più nien­te e che sem­mai dovrem­mo par­la­re di fine del­la “spe­cie” (altro ter­mi­ne deli­be­ra­ta­men­te usa­to nel film) all’in­ter­no di una real­tà, di una Natu­ra, che è infi­ni­ta­men­te (let­te­ral­men­te) più vasta.

La nostra è un’epoca in cui tutto ciò che riguarda la Natura sembra dover essere buono: il cibo biologico è buono perché è naturale, l’omeopatia è buona perché è naturale e, viceversa, le unioni omosessuali non sono buone poiché sono contro natura. Interstellar e ben prima Leopardi ci insegnano che, nel migliore dei casi, la Natura è indifferente.

Ed è in que­sta otti­ca mol­to impor­tan­te la com­po­nen­te scien­ti­fi­ca del film, ovve­ro­sia la con­su­len­za del fisi­co teo­ri­co ame­ri­ca­no Kip Thor­ne, accre­di­ta­to anche come pro­dut­to­re ese­cu­ti­vo ((A scan­so di equi­vo­ci, sull’argomento ho dovu­to con­fron­tar­mi con qual­cu­no un poco più fer­ra­to di me in mate­ria. Per quan­to mi riguar­da, Guar­dia­ni del­la galas­sia ha lo stes­so gra­do di atten­di­bi­li­tà scien­ti­fi­ca di Interstellar.)).
Thor­ne ha for­ni­to ai fra­tel­li Nolan (Chri­sto­pher e Jona­than, che co-fir­ma la sce­neg­gia­tu­ra) l’abc del­la rela­ti­vi­tà gra­zie a cui il film si imbe­ve di real­tà o per­lo­me­no di possibilità.
Secon­do me, quin­di, sba­glia la cri­ti­ca che indi­vi­dua nel­l’e­co­lo­gia una del­le chia­vi tema­ti­che di Inter­stel­lar. Que­sto tema, infat­ti, è uno dei meno riu­sci­ti del film, abboz­za­to nel pro­lo­go con un les­si­co qua­si da Hun­ger Games (la Pia­ga, i Guar­dia­ni,…) e con­cet­tual­men­te sot­to­mes­so al film di fan­ta­scien­za che per il momen­to ha det­to la paro­la defi­ni­ti­va sul­l’ar­go­men­to, Wall.E ((È una pro­vo­ca­zio­ne ma solo in parte.)).

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Insom­ma, i temi più impor­tan­ti di Inter­stel­lar non han­no nien­te a che vede­re con la care­stia che sta fla­gel­lan­do la ter­ra o con i tem­pi cicli­ci di col­ti­va­zio­ne del mais; al con­tra­rio, come abbia­mo visto, i temi impor­tan­ti del film si tro­va­no altro­ve, mol­to lon­ta­no, nel buco nero e sfe­ri­co di Gar­gan­tua, dove lo Spa­zio e il Tem­po diven­ta­no nien­t’al­tro che con­cet­ti rela­ti­vi tra gli altri, due stru­men­ti di misu­ra­zio­ne con cui è pos­si­bi­le costrui­re una real­tà pentadimensionale.
Ed è però a que­sto pun­to del film che ho comin­cia­to ad avver­ti­re la sen­sa­zio­ne di tro­var­mi di fron­te allo spet­ta­co­lo di un pre­sti­gia­to­re ed una bat­tu­ta scam­bia­ta tra Coo­per e uno dei due robot men­tre stan­no per but­tar­si a capo­fit­to nel buco nero non ha fat­to altro che con­fer­mar­me­la (cito a memo­ria): “È sta­to un bel truc­co!” “Ades­so ce ne ser­vi­rà uno speciale”.

Il truc­co. Il truc­co è un’al­tra impor­tan­te cifra sti­li­sti­ca del­l’im­ma­gi­na­rio nola­nia­no, qua­si sem­pre pre­sen­te a livel­lo nar­ra­ti­vo nei suoi con­ti­nui gio­chi di sca­to­le cine­si, per­si­no nei suoi buchi di sce­neg­gia­tu­ra di film come Il Cava­lie­re Oscu­ro – Il ritor­no dove il buco era figlio del truc­co che Nolan ave­va pro­va­to a nascon­de­re, come ogni buon pre­sti­gia­to­re, con la mes­sa in sce­na che devia l’at­ten­zio­ne del­lo spet­ta­to­re poi­ché — come inse­gna la Set­ta del­le Ombre al gio­va­ne Bat­man in Bat­man Begins — “la tea­tra­li­tà e l’in­gan­no sono armi poten­tis­si­me”, per com­bat­te­re il cri­mi­ne così come per fare cinema.

Per non par­la­re di The Pre­sti­ge, il film in cui Nolan dedi­ca­va un’in­te­ra bel­lis­si­ma ope­ra al truc­co e ai pre­sti­gia­to­ri, che sono in fon­do gli arti­gia­ni del­lo spet­ta­co­lo che meno si pren­do­no sul serio poi­ché san­no che “alla fine è solo un trucco”.

Nello stesso modo funziona Interstellar, nello stesso modo Nolan ironizza definitivamente con Kubrick e con tutta la fantascienza impegnata, la cosiddetta fantasofia. Nello stesso modo anche Interstellar è “solo” un trucco.

Eh già, per­ché, dopo che Coo­per pre­ci­pi­ta nel buco nero, qua­lun­que regi­sta fan­ta­so­fi­co avreb­be imba­sti­to una solen­ne litur­gia di imma­gi­ni e sago­me meta­fi­si­che per riflet­te­re su fino a che pun­to si pos­sa fil­ma­re l’in­fil­ma­bi­le, ovve­ro­sia il cen­tro del buco nero che è al di là di ogni nostra pos­si­bi­li­tà di com­pren­sio­ne ed immaginazione.

Ma anzi­ché sof­fer­mar­si a disqui­si­re di este­ti­ca del­l’in­vi­si­bi­le e di cine­ma spe­ri­men­ta­le – temi e auto­ri che ha già sin­ce­ra­men­te omag­gia­to fino a quel momen­to – Nolan com­pie una mano­vra improv­vi­sa con cui sca­glia Coo­per giù nel buco nero come se fos­se l’ul­ti­mo gri­do in fat­to di attra­zio­ni in un par­co di divertimento.

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E quin­di lui tor­na a fil­ma­re con alle­gria caz­zo­na quel­lo che nes­sun Kip Thor­ne può aver­gli sug­ge­ri­to: e il buco, e quel­lo che ci sta die­tro, e le pen­ta­di­men­sio­ni, e le cit­tà del futu­ro, e anche la sto­ria d’a­mo­re di un padre e del­la pro­pria figlia, così bel­la nel suo esse­re il deus ex machi­na del film. Una sto­ria di amo­re padre-figlia (e quin­di una sto­ria di soprav­vi­ven­za: per il ciclo ripro­dut­ti­vo il padre ha biso­gno che la figlia soprav­vi­va) che ser­ve per sal­va­re la spe­cie uma­na. Tut­to così roman­ti­co e tut­to così dar­wi­nia­no allo stes­so tempo.

Da que­sto pun­to in poi, i rife­ri­men­ti cine­ma­to­gra­fi­ci cam­bia­no e tor­na­no a esse­re quel­li del pro­lo­go, quel­la fan­ta­scien­za light alla Ste­ven Spiel­berg che non a caso era sta­to indi­ca­to come il pri­mo regi­sta del film.
Alcu­ne par­ti del pro­lo­go e le sequen­ze fina­li dimo­stra­no che Nolan è in gra­do di muo­ver­si con agi­li­tà tra la fan­ta­so­fia e la fan­ta­scien­za più disim­pe­gna­ta, alla J.J. Abrams.
Ed è pro­prio ad Abrams e agli altri regi­sti come lui che Inter­stel­lar lascia un’im­por­tan­te ere­di­tà. Nolan infat­ti ha rea­liz­za­to un “manua­le di fan­ta­scien­za cine­ma­to­gra­fi­ca fino ai suoi ulti­mi aggior­na­men­ti tec­ni­ci” che potrà ser­vi­re ad Abrams per il suo nuo­vo Star Wars VII.

In con­clu­sio­ne, Inter­stel­lar con­fer­ma Chri­sto­pher Nolan come uno dei due più gran­di regi­sti d’au­to­re ad alto bud­get in cir­co­la­zio­ne ((L’altro è Taran­ti­no. È inte­res­san­te rile­va­re, sep­pur in modo del tut­to estem­po­ra­neo, come i due regi­sti par­ta­no da pre­sup­po­sti este­ti­ci dia­me­tral­men­te oppo­sti: Nolan cer­ca sem­pre di por­ta­re alla luce i gran­di temi più o meno sot­ter­ra­nei dell’immaginario col­let­ti­vo, lad­do­ve inve­ce Taran­ti­no impo­ne al pub­bli­co il suo per­so­na­lis­si­mo e defi­ni­tis­si­mo imma­gi­na­rio per­so­na­le.)), un feno­me­na­le talen­to intui­ti­vo che capi­sce qua­si sem­pre qua­li sia­no le nuo­ve stra­de da anda­re a bat­te­re sia in ter­mi­ni visi­vi (splen­di­do il mare ver­ti­ca­le) sia di casting — azzec­ca­tis­si­mo l’a­stro nascen­te Mat­thew McCo­nau­ghey, che di stel­le ulti­ma­men­te ne ha viste parec­chie ((Non devo ricor­dar­vi che mi sto rife­ren­do all’ultima sce­na di True Detec­ti­ve, vero?)) — sia di musi­ca (feno­me­na­le la par­ti­tu­ra di Hans Zimmer) .

Certo, Interstellar imbocca anche qualche strada cieca, come certi buchi (non neri) di sceneggiatura che potevano essere limati un po’ meglio o come la sequenza visiva sul mondo di ghiaccio che è un doppio riciclo da L’impero colpisce ancora e da Inception.

Ma al di là di que­ste minu­zie i 168 minu­ti di Inter­stel­lar tic­chet­ta­no velo­ci sul­l’o­ro­lo­gio Hamil­ton che Coo­per rega­la a sua figlia Mur­ph. 168 minu­ti di spet­ta­co­lo in cui il pre­sti­gia­to­re Chri­sto­pher Nolan cava dal cilin­dro mon­di e galas­sie e buchi neri a pro­fu­sio­ne per poi dispor­li como­da­men­te nel mon­do di fin­zio­ne che sta andan­do a crea­re, per la mera­vi­glia di noi spettatori.
Pur­trop­po, il pre­sti­gia­to­re Nolan non è dispo­ni­bi­le per feste di com­plean­no coi bam­bi­ni e per i suoi pros­si­mi truc­chi dovre­mo vero­si­mil­men­te aspet­ta­re anco­ra qual­che anno, a meno di non tro­va­re un wor­m­ho­le sul­la stra­da che ci sem­pli­fi­chi un po’ la vita.

Davi­de Banis

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