Intervista a Steve McCurry

A trent’anni di distan­za gli occhi del­la ragaz­za afga­na sono anco­ra in gra­do di ipno­tiz­za­re lo spet­ta­to­re, di incan­tar­lo in un reci­pro­co scam­bio di sguar­di con quel­la che per mol­ti è diven­ta­ta un’icona indi­scu­ti­bi­le del­la foto­gra­fia con­tem­po­ra­nea. Scat­ta­ta nel 1985 è sta­ta nomi­na­ta da Natio­nal Geo­gra­phic la foto­gra­fia più rico­no­sciu­ta del­la Sto­ria e il suo auto­re, Ste­ve McCur­ry, non è cer­to da meno.
Affa­bi­le, cor­dia­le e dispo­ni­bi­le McCur­ry – o meglio Ste­ve come ci chie­de di chia­mar­lo – ci con­ce­de con cor­te­sia il suo tem­po, dopo non esser­si rispar­mia­to sugli auto­gra­fi a mar­gi­ne dell’incontro al Poli­tec­ni­co di Mila­no in un’aula stra­col­ma già un’ora pri­ma dell’inizio, dove il foto­re­por­ter ame­ri­ca­no ha rac­con­ta­to i retro­sce­na del suo lavo­ro e pre­sen­ta­to la mostra foto­gra­fi­ca Oltre lo sguar­do, in pro­gram­ma a Vil­la Rea­le di Mon­za dal 30 otto­bre al 6 apri­le 2015.

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Com’è comin­cia­to tutto?
All’inizio mi inte­res­sa­va soprat­tut­to il cine­ma, vole­vo fare il regi­sta e per­ciò ho comin­cia­to a stu­dia­re cine­ma­to­gra­fia. Poi ver­so i 19 anni ho comin­cia­to a sco­pri­re sem­pre più la foto­gra­fia, che è più spon­ta­nea e imme­dia­ta del cine­ma. Non imma­gi­na­vo che sareb­be anda­ta a fini­re così, ma ne sono contento.

Qua­li sono le figu­re che più ti han­no ispi­ra­to e con­vin­to a per­cor­re­re que­sta strada?
Sono mol­ti i foto­gra­fi che mi han­no ispi­ra­to, in par­ti­co­lar modo quel­li fran­ce­si e ame­ri­ca­ni. Un posto par­ti­co­la­re lo riser­ve­rei a Hen­ri Car­tier-Bres­son sia per la sua tec­ni­ca che per il suo amo­re per i viaggi.

Una doman­da tec­ni­ca, hai sof­fer­to il pas­sag­gio al digi­ta­le o pen­si che sia sta­ta una gran­de conquista?
Pre­fe­ri­sco deci­sa­men­te il digi­ta­le, si pos­so­no fare più cose anche a livel­lo di correzione.

Hai fat­to diver­si lavo­ri in Ita­lia, qua­li sono le tue mete pre­fe­ri­te del Belpaese?
Sicu­ra­men­te Roma, Vene­zia e Firen­ze. Ma mi pia­ce mol­to anche la Sici­lia e vor­rei ritor­nar­ci per fare qual­che altro lavo­ro qui.

Come sce­gli i sog­get­ti dei tuoi scatti?
Pen­so che la pri­ma cosa che tu deb­ba fare sia sod­di­sfa­re te stes­so, gira­re posti e fare le cose che più ti inte­res­sa­no. Inten­do: non puoi pas­sa­re tut­ta la tua vita pro­van­do ad imma­gi­na­re cosa potreb­be pia­ce­re a qual­cun altro, devi pen­sa­re a cosa ti inte­res­sa dav­ve­ro e per me sono le cose che foto­gra­fo. Per­so­nal­men­te mi inte­res­sa per lo più il com­por­ta­men­to uma­no, le abi­tu­di­ni, le cul­tu­re e le tra­di­zio­ne dei Pae­si che vivo, la guerra.

Il punto focale è esplorare il mondo intensamente, devi solo chiederti: cosa mi affascina?

Hai sacri­fi­ca­to qual­co­sa, e quan­to, per intra­pren­de­re que­sto percorso?
Non ho mai par­la­to del mio lavo­ro in que­sti ter­mi­ni, devi fare del­le scel­te del­la vita. Ma non ho mai par­la­to di que­ste scel­te come di un sacri­fi­cio, come qual­co­sa di nega­ti­vo. Fai del­le scel­te e pren­di la tua per­so­na­le dire­zio­ne. Non puoi fare tut­to, quin­di devi anda­re in que­sta o quel­la direzione.

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È appe­na ter­mi­na­ta la mostra di Seba­stiaõ Sal­ga­do al Palaz­zo del­la Ragio­ne, dove ave­vi espo­sto qual­che anno fa in una mostra che fu un note­vo­le suc­ces­so. Sal­ga­do pre­di­li­ge per i suoi scat­ti l’uso del bian­co e nero, qua­le è sta­to inve­ce il moti­vo che ti ha por­ta­to ad usa­re uni­ca­men­te il colore?
Pen­so che la scel­ta tra colo­re e bianco/nero sia come sce­glie­re tra cioc­co­la­to e vani­glia. Van­no bene entram­bi. Il bian­co e nero è magni­fi­co, lo amia­mo tut­ti. Ma amia­mo anche i colo­ri. Pen­so che Sal­ga­do sia un gran­de foto­gra­fo e pen­so che stia lavo­ran­do magni­fi­ca­men­te, è per­fet­to per lui lavo­ra­re con il bian­co e il nero. Ognu­no può quel­lo che per lui è più signi­fi­ca­ti­vo per il suo lavo­ro, ma que­sta scel­ta non ha poi così impor­tan­za. Non cre­do che pos­sa esi­ste­re una scel­ta giu­sta o una sba­glia­ta in fotografia.

Era più faci­le comin­cia­re a fare que­sto lavo­ro negli anni ’80 rispet­to ad oggi?
Pen­so che sia sem­pre faci­le. Qual­cu­no dice che oggi è pie­no di gior­na­li­sti, foto­gior­na­li­sti e foto­gra­fi, ma si dice­va lo stes­so negli anni ’80. Devi com­bat­te­re e lavo­ra­re sem­pre. Puoi pren­de­re una mac­chi­na foto­gra­fi­ca e diven­ta­re un gran­de foto­gra­fo in una set­ti­ma­na o in mese, basta che tu lo voglia. Il pro­ble­ma è che i gio­va­ni oggi non voglio­no lavo­ra­re. Voglio­no la for­mu­la segre­ta del­la foto­gra­fia, e la voglio­no in fret­ta e sen­za per­de­re tem­po. La cosa tri­ste del­la vita, che i gio­va­ni non com­pren­do­no, è che nel­la vita biso­gna combattere.

Steve McCurry Collage 1

Cer­ti scat­ti sono imma­gi­ni for­ti per noi che le guar­dia­mo, imma­gi­no sia­no ben più for­ti nei tuoi ricor­di da die­tro l’obiettivo. E’ dif­fi­ci­le e pesan­te por­tar­si die­tro que­sto baga­glio di immagini?
A dire il vero no. Il mio mestie­re è quel­lo del foto­gra­fo, devo docu­men­ta­re. Anche se vedo imma­gi­ni for­ti di tra­ge­die o di mor­te que­ste non mi per­se­gui­ta­no. Come il medi­co che, dopo la mor­te di un pazien­te tor­na in ospe­da­le il gior­no dopo, così anch’io con­ti­nuo il mio lavo­ro anche dopo imma­gi­ni che mi han­no com­mos­so o mi han­no fat­to sen­ti­re a disa­gio. Il mio ruo­lo è quel­lo di un repor­ter, devo sem­pli­ce­men­te rife­ri­re al mon­do ciò che succede.

Dopo aver visto ogni ango­lo di mon­do o qua­si, qual è il posto par­ti­co­la­re che ti è rima­sto nel cuore?
Pen­so che il posto in cui mi piac­cia di più tor­na­re sia l’India, ci sarò sta­to 80 o 90 vol­te e ho sem­pre voglia di ritor­nar­ci. Jai­pur in par­ti­co­la­re. I colo­ri, le archi­tet­tu­re, la cul­tu­ra e la reli­gio­ne sono dav­ve­ro spet­ta­co­la­ri. Sem­bra qua­si di sta­re den­tro un sogno.

Pie­tro Repisti

Pho­to cre­di­ts @SteveMcCurry
@PietroRepisti

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