Namibia, India, Svezia, Perù…
La sterilizzazione forzata è più comune di quanto si creda

Sot­to­por­si ad un’operazione, in qual­sia­si par­te del mon­do que­sto avven­ga, chiun­que sia il pazien­te, chiun­que sia il medi­co, fa pau­ra. Sape­re di dover­si sten­de­re sopra un tavo­lo ope­ra­to­rio o una bran­da, lascia­re che qual­cu­no addor­men­ti il pro­prio cor­po e che altri lo tagli­no e lo apra­no, ne toc­chi­no le visce­re e tagli­no di nuo­vo e ricu­cia­no, non è qual­co­sa di pia­ce­vo­le. Si accet­ta di anda­re sot­to i fer­ri solo per buo­ne ragio­ni, per­ché non vi è altra scel­ta, per la pro­pria salu­te o per quel­la del figlio che per mesi si è por­ta­to in grem­bo. Per la mag­gior par­te del­le futu­re madri il par­to com­piu­to tra­mi­te taglio cesa­reo è quin­di la scel­ta meno desi­de­ra­ta e più spa­ven­to­sa, uni­sce il timo­re di un’operazione a quel­lo per il bene del pro­prio neo­na­to, per la pro­pria vita e la sua.

In quei momen­ti, anche in con­di­zio­ni di per­fet­ta salu­te e all’interno di strut­tu­re ospe­da­lie­re rino­ma­te, il pani­co pren­de il soprav­ven­to, si è poco luci­di, si accet­ta­no sen­za pen­sa­re indi­ca­zio­ni e con­si­gli medi­ci, pro­prio per­ché for­ni­ti da medi­ci. Que­sta con­di­zio­ne si fa più evi­den­te poi, quan­do la madre pos­sie­de pato­lo­gie pre­e­si­sten­ti, che aumen­ta­no il peri­co­lo, come l’Hiv.
Quan­do in Nami­bia Emi­lia Han­dum­bo, sie­ro­po­si­ti­va, si è reca­ta in ospe­da­le per par­to­ri­re il suo pri­mo figlio e le è sta­to cal­da­men­te con­si­glia­to il par­to cesa­reo, lei ha accet­ta­to e ha fir­ma­to i fogli che le sono sta­ti posti sot­to mano, sot­to­scri­ven­do così, sen­za che se ne ren­des­se con­to e sen­za nes­su­no la infor­mas­se in alcun modo, il con­sen­so ad effet­tua­re una ste­ri­liz­za­zio­ne per­ma­nen­te median­te lega­tu­ra del­le tube.
Duran­te l’operazione la don­na si è resa con­to di ciò che sta­va avve­nen­do, tra­mi­te uno scam­bio di bat­tu­te tra infer­mie­re e chi­rur­go, ma non ha potu­to fare nulla.

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È stata costretta a rimanere immobile mentre veniva sterilizzata contro la sua volontà, una violenza a cui non vi è rimedio, che incide sul fisico e sulla psiche di una donna, oltre che nelle sue relazioni sociali, soprattutto all’interno di popolazioni in cui il ruolo femminile è essenzialmente legato alla figura materna, dove l’impossibilità di generare figli è fonte di discriminazione e isolamento.

La ragio­ne uffi­cia­le, giu­sti­fi­ca­ta da pre­sun­te diret­ti­ve gover­na­ti­ve – più vol­te smen­ti­te da mini­stri di diver­si ordi­ni e livel­li – che ha spin­to i medi­ci a met­te­re in atto la pro­ce­du­ra chi­rur­gi­ca è col­le­ga­ta al il fat­to che la don­na abbia con­trat­to in pre­ce­den­za il virus del’Hiv, con­di­zio­ne rite­nu­ta incom­pa­ti­bi­le con un’ulteriore gra­vi­dan­za (nono­stan­te il figlio appe­na par­to­ri­to fos­se sano).

Non si è trat­ta­to però dell’unico caso, secon­do l’attivista Jen­ny Gatsi-Mal­let i pri­mi dati risal­go­no al 2001, spes­so però le ope­ra­zio­ni non ven­go­no nem­me­no dichia­ra­te o le don­ne non se ne accor­go­no, a vol­te non fan­no con­trol­li ulte­rio­ri per sta­bi­li­re le cau­se dell’improvvisa ste­ri­li­tà e l’abuso rima­ne nascosto.

Le discri­mi­na­zio­ni che subi­sco­no uomi­ni e don­ne sie­ro­po­si­ti­vi si espri­mo­no in Nami­bia come in mol­ti altri Pae­si con segre­ga­zio­ni socia­li, che esclu­do­no dal­le comu­ni­tà, dal­le prin­ci­pa­li pro­fes­sio­ni, e che non rara­men­te incro­cia­no anche la sfe­ra sani­ta­ria. Il caso di Emi­lia, come quel­lo di altre due don­ne cono­sciu­te dopo che ave­va­no subi­to la mede­si­ma ope­ra­zio­ne, ha susci­ta­to l’interesse del­la stam­pa quan­do, spez­zan­do il soda­li­zio omer­to­so tra sani­tà e sta­to che cir­con­da que­ste con­di­zio­ni, han­no deci­so di inten­ta­re una cau­sa con­tro il governo.

Il 3 novem­bre 2014 la Cor­te Supre­ma Nami­bia­na ha rico­no­sciu­to per la pri­ma vol­ta l’illegalità (e l’inumanità) del trat­ta­men­to inflit­to sen­za con­sen­so del­la pazien­te, ha con­sta­ta­to le respon­sa­bi­li­tà del gover­no e lo ha obbli­ga­to a for­ni­re un risar­ci­men­to alle don­ne coin­vol­te. Si trat­ta del­la pri­ma sen­ten­za che con­ce­de giu­sti­zia alle don­ne che han­no subi­to quel­la che è, sen­za dub­bio, una tor­tu­ra e si dimo­stra fon­da­men­ta­le per l’intero con­ti­nen­te afri­ca­no, dove la pra­ti­ca è dif­fu­sa e l’opinione pub­bli­ca silenziata.

L’idea che lo sta­to pos­sa far­si discri­mi­nan­te in un ambi­to pri­va­to come quel­lo del­la ripro­du­zio­ne non è pre­ro­ga­ti­va esclu­si­va del­la Nami­bia ma è sta­ta appli­ca­ta in diver­si Pae­si, spes­so masche­ra­ta da mez­zo di con­trol­lo del­le nasci­te, il più del­le vol­te con­tro la volon­tà dei pazien­ti, uomi­ni e don­ne (in maggioranza).

Furono gli Stati Uniti d’America la prima nazione a mettere in atto un piano di sterilizzazione forzata a fini eugenetici, terapeutici e punitivi.

Il pri­mo sta­to ad appro­va­re una leg­ge che con­sen­tis­se la pro­ce­du­ra fu l’Indiana nel 1907 segui­to da Cali­for­nia – che risul­te­rà poi il Pae­se con il mag­gior nume­ro di casi – e Washing­ton. Rima­se una pra­ti­ca in atto fino agli anni ’70 – anche se nell’Oregon l’ultimo caso è sta­to regi­stra­to nel 1981 – nono­stan­te il nume­ro di ope­ra­zio­ni si fos­se for­te­men­te ridot­to dopo la secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché non così diver­so agli occhi dell’opinione pub­bli­ca dai cri­mi­ni con­te­sta­ti al regi­me nazista.

Duran­te la dit­ta­tu­ra nazi­sta infat­ti, una del­le pri­me leg­gi che ven­ne pro­mul­ga­ta fu la Gese­tz zur Verhü­tung erb­kran­ken Nach­wu­ch­ses, che richie­de­va la crea­zio­ne di tri­bu­na­li euge­ne­ti­ci per­ché potes­se­ro esse­re giu­di­ca­ti i diver­si casi di pato­lo­gie psi­co­fi­si­che o pre­sun­te tali e potes­se esse­re decre­ta­ta l’assoluta neces­si­tà di una pro­ce­du­ra di sterilizzazione.
Dal 1933 ven­ne­ro crea­ti più di 200 Tri­bu­na­li per la Sani­tà Ere­di­ta­ria (Erb­ge­sun­d­hei­tsge­ri­ch­ten), ven­ne­ro pro­ces­sa­ti indi­vi­dui con malat­tie gene­ti­che, alco­liz­za­ti, e uomi­ni e don­ne “di raz­za mista”. Alla fine del 1945 si sti­ma che fos­se­ro sta­te ste­ri­liz­za­te più di 400.000 per­so­ne, il caso fu por­ta­to al pro­ces­so di Norim­ber­ga ed ese­cu­to­ri e man­dan­ti ven­ne­ro incriminati.

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Un altro caso emble­ma­ti­co è quel­lo del Perù, dove la pra­ti­ca del­la ste­ri­liz­za­zio­ne for­za­ta è sta­ta impo­sta nel 1995 sot­to l’amministrazione del pre­si­den­te Alber­to Fuji­mo­ri, in cari­ca fino al 2000 e oggi accu­sa­to di Geno­ci­dio e Cri­mi­ni di guer­ra, masche­ra­ta da Pia­no di Salu­te Pub­bli­ca e finan­zia­to anche dal Fon­do del­le Nazio­ni Uni­te per la popo­la­zio­ne. Duran­te il perio­do in cui rima­se in vigo­re la leg­ge la pra­ti­ca ven­ne attua­ta su poco meno di 400.000 indi­vi­dui, in mag­gio­ran­za indi­ge­ni, in nome di un con­trol­lo del­le nasci­te. Spes­so colo­ro che subi­va­no que­sta pro­ce­du­ra, oltre che sof­fri­re i dan­ni fisi­ci e psi­co­lo­gi­ci che ne sono imme­dia­ta con­se­guen­za, rima­ne­va­no inva­li­di, con enor­mi dif­fi­col­tà nel com­pie­re il lavo­ro agri­co­lo, che è la mag­gio­re fon­te di sosten­ta­men­to, por­tan­do le pro­prie fami­glie in una situa­zio­ne ben più gra­vo­sa di quel­la in cui si sareb­be­ro tro­va­te con una boc­ca in più da sfamare.

La Sve­zia, con­si­de­ra­ta baluar­do del­la tute­la dei dirit­ti civi­li, ha man­te­nu­to in vigo­re una leg­ge del 1934 — la Ste­re­li­za­tion Act, un pac­chet­to di misu­re per il con­trol­lo del­le nasci­te con pre­ro­ga­ti­ve euge­ne­ti­che — fino al 1976, impo­nen­do la ste­ri­liz­za­zio­ni sui cor­pi di 62 mila indi­vi­dui su una popo­la­zio­ne tota­le di cir­ca 8 milio­ni di per­so­ne. Suc­ces­si­va­men­te la leg­ge è sta­ta in par­te abo­li­ta ma fino al 2012 è rima­sto vigen­te il com­ma riguar­dan­te gli indi­vi­dui tran­sgen­der, la cui ripro­du­zio­ne (tra­mi­te ovu­li e sper­ma con­ge­la­ti pre­ce­den­te­men­te al cam­bio di ses­so) è sta­ta quin­di nega­ta fino a due anni fa dal gover­no sve­de­se del par­ti­to con­ser­va­to­re dei Cri­stia­no-Demo­cra­ti­ci. Il cam­bio del­la nor­ma­ti­va inol­tre è giun­to median­te una sen­ten­za del­la Cor­te di Appel­lo di Stoc­col­ma, non per una scel­ta legi­sla­ti­va, che l’ha giu­di­ca­ta inco­sti­tu­zio­na­le e in con­trad­di­zio­ne con la Con­ven­zio­ne euro­pea dei dirit­ti dell’uomo.
Non sono sta­te anco­ra pro­mul­ga­te scu­se uffi­cia­li da par­te dell’amministrazione sta­ta­le ed è sta­to nega­to qual­sia­si risarcimento.

Una delle numerose proteste svedesi contro la sterilizzazione forzata. Pride Parade, Stoccolma, 2010. Immagine via VICE
Una del­le nume­ro­se pro­te­ste sve­de­si con­tro la ste­ri­liz­za­zio­ne for­za­ta. Pri­de Para­de, Stoc­col­ma, 2010.

L’ultimo caso ecla­tan­te è sta­to quel­lo regi­stra­to in India dove l’8 novem­bre nel distret­to di Bila­spur, pres­so lo sta­to cen­tra­le di Chhat­ti­sga­rh, 83 don­ne han­no par­te­ci­pa­to a un pro­gram­ma di ste­ri­liz­za­zio­ne finan­zia­to dal governo.

In India solo nel 2012 sono state effettuate 4,6 milioni di sterilizzazioni e le donne – consapevoli o meno –sottoposte alla procedura ricevono circa 1.400 rupie, l’equivalente di 20 euro.

L’8 novem­bre però qual­co­sa è anda­to stor­to e duran­te le ope­ra­zio­ni sono mor­te 13 don­ne, men­tre altre 64 sono sta­te rico­ve­ra­te. Alcu­ni gior­ni dopo sono sta­ti arr­re­sta­ti R.K. Gup­ta, il medi­co che ha effet­tua­to le ste­ri­liz­za­zio­ni, e il pro­prie­ta­rio del­la Maha­war Phar­ma, per­ché sospet­ta­to di aver ordi­na­to la distru­zio­ne di alcu­ne pro­ve lega­te alla mor­te del­le pazienti.

Nel­la lista che cir­co­scri­ve i Pae­si che han­no lega­liz­za­to la ste­ri­liz­za­zio­ne obbli­ga­to­ria nel cor­so del­la loro sto­ria com­pa­io­no le nazio­ni più lon­ta­ne, dal­la Cina alla Sve­zia, dal Giap­po­ne a Por­to Rico, all’Uzbekistan, pas­san­do per il Cana­da, la Rus­sia e altri. Spes­so colo­ro che si sot­to­pon­go­no alle pro­ce­du­re lo fan­no incon­sa­pe­vol­men­te – fir­man­do cer­ti­fi­ca­ti sen­za che nes­su­no spie­ghi loro il con­te­nu­to – per cibo, dena­ro, un auto­mo­bi­le, per ordi­ne gover­na­ti­vo, fidan­do­si dei medi­ci o sot­to loro ricat­to. Si trat­ta di una del­le più gra­vi vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni per cui né la sovrab­bon­dan­za demo­gra­fi­ca né il giu­di­zio pena­le rie­sco­no a for­ni­re una giustificazione.

Ope­ra­re un cor­po sano sen­za il con­sen­so infor­ma­to del pazien­te è tor­tu­ra, ad ope­ra di un’amministrazione che si ritie­ne in gra­do di pre­giu­di­ca­re la ripro­du­zio­ne di un esse­re uma­no per cau­se di dif­fi­ci­le inten­di­men­to razio­na­le ed è inca­pa­ce di edu­ca­re la popo­la­zio­ne a un con­trol­lo del­le nasci­te cosciente.
Non vi può quin­di esse­re giu­sti­fi­ca­zio­ne né tol­le­ran­za per i man­dan­ti e gli ese­cu­to­ri di un tale gesto, per­ché nes­su­na pos­si­bi­li­tà è sta­ta data a chi ha dovu­to subi­re una ste­ri­liz­za­zio­ne obbli­ga­to­ria, tan­to­me­no quel­la di tor­na­re indie­tro, di tor­na­re ad ave­re il cor­po sano e in for­ze di cui si è sta­ti privati.

Giu­lia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Ima­ges via VICE, Gior­na­le del popolo

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Giulia Pacchiarini
Ragaz­za. Frut­to di scel­te sco­la­sti­che poco azzec­ca­te e tem­po libe­ro ben impie­ga­to ascol­tan­do per­so­ne a bor­do di mez­zi di tra­spor­to alternativi.

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