Shakespeare e la modernità
Amleto oggi

Fino al 7 dicem­bre andrà in sce­na al Tea­tro Lit­ta di Mila­no l’Amle­to, una del­le più rap­pre­sen­ta­te tra­ge­die di Wil­liam Sha­ke­spea­re – risa­len­te all’inizio del 1600 – ripro­po­sta al pub­bli­co gra­zie al pro­get­to e alla regia di Cor­ra­do D’Elia e alla pro­du­zio­ne del­la Com­pa­gnia Tea­tro Libero.
Quest’opera è pas­sa­ta alla sto­ria anche gra­zie al note­vo­le impat­to che ebbe sul pub­bli­co di ogni epo­ca la cele­bre doman­da, che il pro­ta­go­ni­sta stes­so si pone duran­te lo svol­gi­men­to del dram­ma, «Esse­re o non esse­re?» (Atto III, Sce­na I), dive­nu­ta poi una cita­zio­ne tra le più dif­fu­se al mon­do. Tale que­si­to rispec­chia in manie­ra cen­tra­le la natu­ra di Amle­to ed il dub­bio che lo rode per qua­si tut­ta la dura­ta del­la nar­ra­zio­ne tea­tra­le— se sia giu­sto o meno por­ta­re a com­pi­men­to la pro­pria ven­det­ta, nucleo con­cet­tua­le attor­no al qua­le ruo­ta tut­ta la vicenda.

Sul­le mura che cin­go­no il castel­lo di Elsi­no­re in Dani­mar­ca appa­re di not­te lo spet­tro del defun­to re; egli è tor­na­to per doman­da­re ven­det­ta al figlio Amle­to nei con­fron­ti del fra­tel­lo Clau­dio, che lo ha assas­si­na­to per ere­di­tar­ne il tro­no e spo­sar­ne la moglie, Ger­tru­de. Il prin­ci­pe di Dani­mar­ca, con il soste­gno dell’amico Ora­zio, deci­de così di fin­ger­si paz­zo per poter son­da­re la coscien­za del­lo zio e sco­pri­re se l’accusa mos­sa­gli dal fan­ta­sma del padre sia veri­tie­ra; per ren­de­re cre­di­bi­le tale fin­zio­ne egli arri­va per­si­no a respin­ge­re cru­del­men­te l’amata Ofe­lia. I sovra­ni inca­ri­ca­no dun­que due ami­ci d’infanzia del pre­sun­to fol­le, Rosen­cran­tz e Guil­den­stern, di inda­ga­re sui moti­vi del­la sua con­di­zio­ne, ma invano.

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Suc­ces­si­va­men­te, l’arrivo di una com­pa­gnia di atto­ri per­met­te al gio­va­ne prin­ci­pe di far tra­di­re a Clau­dio la pro­pria col­pe­vo­lez­za, met­ten­do­lo di fron­te ad una rap­pre­sen­ta­zio­ne che insce­na le stes­se dina­mi­che dell’assassinio del defun­to re. Lo stra­ta­gem­ma sor­ti­sce l’effetto spe­ra­to: lo zio s’infuria, e Ger­tru­de chia­ma Amle­to nel­la sua stan­za per doman­dar­gli le ragio­ni di que­sta con­dot­ta. Ma duran­te il col­lo­quio il prin­ci­pe, cre­den­do che si trat­ti di Clau­dio, ucci­de Polo­nio – padre di Ofe­lia e con­si­glie­re del sovra­no – il qua­le si tro­va in ascol­to nasco­sto die­tro una ten­da. Il gio­va­ne vie­ne dun­que con­dan­na­to a recar­si in esi­lio in Inghil­ter­ra, ma subi­to pri­ma di par­ti­re si ren­de con­to di quan­to sareb­be vile lascia­re il padre inven­di­ca­to e ritor­na al castel­lo. Là intan­to Ofe­lia, resa fol­le dal rifiu­to di Amle­to e dal­la noti­zia del­la mor­te del padre, si anne­ga. Il fra­tel­lo di lei, Laer­te, giu­ra di ven­di­ca­re sia la sorel­la che Polo­nio, dece­du­ti entram­bi a cau­sa del­le azio­ni del prin­ci­pe. Clau­dio gli sug­ge­ri­sce di sfi­da­re l’assassino a duel­lo com­bat­ten­do con una spa­da dal­la lama avve­le­na­ta, e di ver­sa­re per pre­cau­zio­ne del vele­no anche nel con­te­nu­to del­la cop­pa di Amle­to. Così avvie­ne, ma duran­te il com­bat­ti­men­to è la regi­na a bere dal­la cop­pa avve­le­na­ta, che ne cau­sa la mor­te. Nell’impeto del­la lot­ta i due con­ten­den­ti si scam­bia­no invo­lon­ta­ria­men­te le armi, ed entram­bi resta­no feri­ti fatal­men­te; pri­ma di mori­re Laer­te rive­la l’inganno ordi­to da Clau­dio e Amle­to, furen­te, si sca­glia infi­ne sul re e lo ucci­de. Poi, un momen­to pri­ma di spi­ra­re, il prin­ci­pe di Dani­mar­ca rivol­ge all’amico Ora­zio que­ste parole:

“Se m’hai tenu­to nel tuo cuo­re, Orazio,
tie­ni­ti ancor lon­ta­no, per un poco,
dal­la gio­ia supre­ma del trapasso,
e segui­ta su que­sto duro mondo
a respi­ra­re anco­ra il tuo dolore
per rac­con­ta­re ad altri la mia storia.”

Pro­prio a par­ti­re da quest’ultima invo­ca­zio­ne si svi­lup­pa l’idea che sta alla base del­la nar­ra­zio­ne dell’Amle­to rap­pre­sen­ta­to oggi al Tea­tro Lit­ta. La vicen­da del prin­ci­pe dane­se deve esse­re tra­man­da­ta, e sono pro­prio i ricor­di di Ora­zio a rac­con­ta­re la vicen­da del defun­to ami­co — ma in manie­ra fram­men­ta­ria, con­fu­sa e sbia­di­ta dal tem­po. Ciò che ne risul­ta è un reso­con­to scom­po­sto e non sem­pre chia­ro, costi­tui­to dall’emergere improv­vi­so dei momen­ti che la memo­ria resti­tui­sce in un ordi­ne non cro­no­lo­gi­ca­men­te con­se­quen­zia­le; dun­que è neces­sa­rio cono­sce­re già la tra­ma dell’opera per arri­va­re ad una com­ple­ta com­pren­sio­ne di ciò che avvie­ne sul­lo spa­zio scenico.

La sce­no­gra­fia è com­po­sta sol­tan­to da una stan­za gri­gia, chiu­sa, nel­la qua­le i per­so­nag­gi si mate­ria­liz­za­no come evo­ca­ti dai ricor­di nell’oscurità che sepa­ra le diver­se sce­ne con un rit­mo rapi­do e incal­zan­te, simi­le in tut­to ad un flus­so di pen­sie­ri. Gra­zie a que­sta con­ti­nua dia­let­ti­ca buio-luce vie­ne meno l’idea di fin­zio­ne sug­ge­ri­ta dal col­le­ga­men­to con le quin­te per via dell’ingresso in sce­na degli atto­ri; il pal­co­sce­ni­co è lo spa­zio del vero, e in que­sto caso altro non è che la men­te stes­sa di Orazio.

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Il valore del ricordo e della testimonianza è efficacemente sottolineato dal fatto che gli attori, nel corso della rappresentazione, scrivono immaginariamente sulle pareti, proprio per non dimenticare; per Amleto si tratta quasi di una condanna, in quanto costretto a tenere a mente la propria vendetta, per altri personaggi di una necessità.

Si trat­ta indub­bia­men­te di un espe­ri­men­to di dram­ma­tur­gia con­tem­po­ra­nea, che si basa sul lin­guag­gio dell’immagine più che del testo scrit­to, come sug­ge­ri­sco­no l’utilizzo di luci stro­bo­sco­pi­che e di musi­ca rock, scel­te di for­te impat­to visi­vo ed emo­ti­vo che rie­sco­no a tra­smet­te­re tut­to il pathos, il tor­men­to e l’angoscia che i per­so­nag­gi vivo­no sul­la sce­na. In essa si pas­sa da pic­chi di comi­ci­tà, inu­sua­li per la rap­pre­sen­ta­zio­ne di un Amle­to, ad abis­si di dispe­ra­zio­ne e fol­lia; in tali momen­ti lo sguar­do del pro­ta­go­ni­sta inter­ro­ga il pub­bli­co, sem­bra sfi­dar­lo con la pro­pria tra­gi­ca uma­ni­tà, divo­ra­ta dal dub­bio e dal­la sofferenza.
Que­sta matas­sa di vor­ti­co­si pen­sie­ri si scio­glie sul fini­re del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne, quan­do Amle­to si rivol­ge diret­ta­men­te ad Ora­zio – ovve­ro­sia il pub­bli­co – pre­gan­do­lo di ricor­da­re e rac­con­ta­re la sua storia.

Par­lan­do con lo stes­so Cor­ra­do D’Elia si com­pren­de pie­na­men­te come que­ste scel­te sia­no sta­te effet­tua­te in quan­to le tra­ge­die sha­ke­spea­ria­ne, secon­do il suo pen­sie­ro, non pos­so­no esse­re sem­pli­ce­men­te mes­se in sce­na sem­pre ugua­li a se stes­se, in modo clas­si­co, ma devo­no esse­re masti­ca­te, divo­ra­te e riget­ta­te — come egli stes­so ha dichia­ra­to nel cor­so di un’intervista. Il regi­sta ha pre­ce­den­te­men­te mes­so in sce­na nume­ro­se altre ope­re di que­sto auto­re, come Otel­lo, Romeo e Giu­liet­taMac­beth.

I puri­ta­ni del tea­tro rima­sti fede­li alla dram­ma­tur­gia clas­si­ca pro­ba­bil­men­te non apprez­ze­ran­no que­sta resa dell’opera, ma indub­bia­men­te si trat­ta di un espe­ri­men­to riu­sci­to: le emo­zio­ni comu­ni­ca­te dai per­so­nag­gi arri­va­no drit­te al ber­sa­glio, con­sen­ten­do quel­la catar­si che da sem­pre è uno degli obbiet­ti­vi pri­ma­ri del lin­guag­gio teatrale.

Sara Tam­bor­ri­no

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