Americanate
Cronache newyorchesi

New York è tut­to il con­tra­rio di tut­to: gli edi­fi­ci gigan­teg­gia­no sui bar­bo­ni che dor­mo­no ai loro pie­di, le stra­de cam­bia­no nome se ad abi­tar­le c’è un’indefinita mas­sa di korea­ni, è il posto dove se tu chie­di indi­ca­zio­ni ad un poli­ziot­to quel­lo ti rispon­de­rà paci­fi­co: “Pro­va di là”.

Le stra­de bru­li­ca­no di per­so­ne a tut­te le ore del gior­no e del­la not­te e nel­la marea di gen­te, sem­bra di sen­ti­re il pic­co­lo oro­lo­gio inte­rio­re di ognu­no che suo­na la sve­glia per qual­che nuo­va atti­vi­tà da fare o qual­che spo­sta­men­to da com­pie­re, cia­scu­no sul­la pro­pria stra­da, sem­pre alla ricer­ca di quel sogno ame­ri­ca­no che in tan­ti han­no ricer­ca­to nel­le stra­de di qual­che mega­lo­po­li americana.

Duran­te il viag­gio si rischia di esse­re inter­rot­ti nell’analisi del pro­prio flus­so di coscien­za in diver­se manie­re: pri­ma fra tut­te l’accattonaggio. Capi­ta pra­ti­ca­men­te un viag­gio in metro­po­li­ta­na sì e l’altro pure che il ron­zio dei pen­sie­ri ven­ga sovra­sta­to dal­la voce, sem­pre cal­da e ami­che­vo­le, di qual­che pover’uomo che chie­de aiu­to. Spes­so sof­fe­ren­ti di qual­che distur­bo men­ta­le da abu­so di alcol e/o dro­ghe, que­ste per­so­ne abban­do­na­te a se stes­se vaga­no come fan­ta­smi da un vago­ne all’altro di una del­le linee del­la metro che sono tan­te quan­te le let­te­re dell’alfabeto (sì ave­te capi­to bene).

marylin

Quel­lo che stu­pi­sce è come sia uno show anche la richie­sta dell’elemosina: una vol­ta entra un bestio­ne di due metri con un’enorme coper­ta mar­ro­ne avvol­ta intor­no alla cri­nie­ra leo­ni­na nero cor­vi­no e comin­cia a can­ta­re in scat, alter­nan­do incom­pren­si­bi­li scio­gli­lin­gua con ben evi­den­ti “OH PLEASE” — “HELP ME” – “GIMMIE SOME SHIT”. Un’altra vol­ta, entra un ragaz­zo sul­la tren­ti­na vesti­to, se così si può dire, di cen­ti­na­ia di fogli di gior­na­le strap­pa­ti e incol­la­ti per un ver­ti­ce a quel­la che un tem­po dove­va esse­re una giac­ca; a chi gli lascia una mone­ta, que­sto per­so­nag­gio silen­zio­so si strap­pa un pez­zo del suo vesti­to e lo dona in segno di gratitudine.
È il regno del capi­ta­li­smo sfre­na­to all’americana, New York. Fa qua­si spa­ven­to come ven­ga alle­sti­to con­ti­nua­men­te un tea­tro iti­ne­ran­te cre­di­to­re ver­so il pub­bli­co pagan­te: in un nego­zio chia­ma­to “Texas Way of Life” c’era qua­lun­que cosa un fana­ti­co di Mez­zo­gior­no di fuo­coIl muc­chio sel­vag­gio potes­se desi­de­ra­re — cin­tu­re con teschi di bufa­lo, cami­ce di fla­nel­la dagli abbi­na­men­ti cro­ma­ti­ci impro­ba­bi­li, giac­che con le fran­ge color cachi e via discorrendo.

La divi­sa da lavo­ro dei due inser­vien­ti era l’esibizione del machi­smo texa­no all’ennesima poten­za, com­po­sta com’era da sti­va­li neri in pel­le con spe­ro­ni tin­tin­nan­ti, jeans neri super ade­ren­ti, cami­cia di jeans blu chia­ro e l’immancabile cap­pel­lo da cow­boy che ormai si tro­va in ogni ango­lo dell’orbe ter­rac­queo: la cosa diver­ten­te è che i due era­no un cine­se ed un pachi­sta­no alti for­se un metro e mez­zo, e l’unica lan­da deso­la­ta dove far pasco­la­re le man­drie che aves­se­ro visto nel­la loro vita era quel­la dipin­ta nell’enorme affre­sco (una del­le tan­te mani­fe­sta­zio­ni di buon gusto made U.S.A.) posi­zio­na­to nel­la gros­sa pare­te di fron­te al bancone.

Americanate Collage

“New York is tou­gh” dice­va que­sto ingle­se con cui mi è capi­ta­to di fare quat­tro chiac­chie­re: “New York è dura” e devi esse­re tosto per soprav­vi­ve­re. Lo si capi­sce da miglia­ia di pic­co­le cose, ma tra tut­te sal­ta all’occhio la gen­ti­lez­za che rasen­ta l’adulazione dei com­mes­si dei nego­zi, i qua­li per­ce­pi­sco­no sì uno sti­pen­dio fis­so, risi­bi­le e non cer­to suf­fi­cien­te da per­met­te­re di man­te­ner­si, ma il resto è un varia­bi­le che otten­go­no in base al volu­me di vendite.
Scel­ta azzec­ca­ta per chi deve maci­na­re bilan­ci, for­se un po’ meno per i com­mes­si, che si tro­va­no spes­so in com­pe­ti­zio­ne tra loro, e ancor meno per i clien­ti, che si sen­to­no stri­to­la­ti in una scel­ta dif­fi­ci­le da elu­de­re, che spes­so fa dire: “I was just loo­king around”.

Si segna­la una genia­le inven­zio­ne per ovvia­re, in par­te, a ciò: un nego­zio di scar­pe i cui model­li sono sta­ti dise­gna­ti e pro­dot­ti da un col­let­ti­vo di arti­sti che ha pen­sa­to bene di uni­re l’utile al dilet­te­vo­le ed ha aggiun­to una gal­le­ria d’arte all’interno del nego­zio, e infi­ne, gli stes­si arti­sti che si tra­sfor­ma­no in com­mes­si per ven­de­re i pro­pri lavori.

Resta da chia­ri­re un dub­bio, simi­le a quel­lo che riguar­da il debi­to sovra­no ita­lia­no, la sol­vi­bi­li­tà sul­la lun­ga distan­za di una situa­zio­ne del gene­re; quan­to riu­sci­ran­no ad anda­re avan­ti i new­yor­che­si con que­sta durezza?

Jaco­po G. Iside
@
Jaco­poI­si­de

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