Bringing Out The Dead
L’Inferno di Scorsese

Un indi­vi­duo tor­men­ta­to da un inde­ci­fra­bi­le mal di vive­re sfrec­cia a bor­do del suo vei­co­lo per le stra­de not­tur­ne di New York alla ricer­ca di con­for­to e reden­zio­ne. Film diret­to da Mar­tin Scor­se­se e sce­neg­gia­to da Paul Schra­der. Taxi Dri­ver dite? Let­to­re atten­to, ma no. Le pre­mes­se ci sono tut­te, ma per un altro gran­de film del regi­sta ita­loa­me­ri­ca­no: Brin­ging out the Dead.

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A ven­ti­tré anni dal­la disce­sa negli infe­ri insie­me al taxi­sta Tra­vis, Paul Schra­der ci ritor­na, ma que­sta vol­ta in com­pa­gnia di un para­me­di­co new­yor­ke­se di nome Frank Pier­ce. Frank, inter­pre­ta­to da un irre­quie­to Nico­las Cage, da mesi ten­ta inu­til­men­te di strap­pa­re i pove­ri dia­vo­li di New York dal­le grin­fie del­la mor­te. Suc­cu­be del suo lavo­ro, è com­bat­tu­to tra il mol­la­re tut­to e il cer­ca­re una nuo­va moti­va­zio­ne per con­ti­nua­re a lottare.

«The cool room, Lord is a fool’s room».
«And I can almost smell your T.B. sheets».
«On your sick bed».

Il film ini­zia con “T.B. Shee­ts” di Van Mor­ri­son ed è un ini­zio che odo­ra di mor­te. Non è una scel­ta casua­le quel­la del regi­sta, che deci­de subi­to di inqua­dra­re la New York in cui è ambien­ta­ta la sto­ria, una cit­tà in cui risie­do­no malat­tia e mor­te, e se per caso ci fos­se qual­che ango­lo di feli­ci­tà non ci è con­ces­so vederlo.
Quel­la che Scor­se­se ci pre­sen­ta è una New York dan­te­sca, divi­sa nei tre livel­li cano­ni­ci. Fuo­ri dagli spor­tel­li dell’ambulanza l’inferno anar­chi­co del­la cit­tà in cui i demo­ni del­la socie­tà per­se­gui­ta­no i mise­ra­bi­li, ai qua­li rima­ne solo il pur­ga­to­rio apa­ti­co ricrea­to dal­le dro­ghe e infi­ne il para­di­so, la por­ta dell’ospedale, luo­go in cui la mor­te diven­ta final­men­te sol­lie­vo per l’anima.

È in que­sto infer­no che si aggi­ra l’ottimo Nico­las Cage, il qua­le dà pro­va di esse­re un gran­de atto­re se tra le mani gli arri­va il ruo­lo giu­sto. È il suo sguar­do però che ruba la sce­na – lo sguar­do di un indi­vi­duo che pri­ma era sal­va­to­re e ades­so è rele­ga­to a testi­mo­ne spen­to, come i suoi occhi. Se gli occhi sono lo spec­chio dell’anima, quel­li di Frank – pie­ni solo del ricor­do del­la mor­te – sono pro­va di un’anima svuo­ta­ta da qual­sia­si emo­zio­ne e alla ricer­ca del­la luce alla fine del­la not­te; non a caso il poster del film ha al cen­tro lo sguar­do vacuo di Cage.

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Per que­sta pel­li­co­la biso­gna per for­za fare rife­ri­men­to ad un’osservazione dell’Harry Kno­w­les Web Site: «You can enjoy a Scor­se­se film with the sound off, or with the sound on and the pic­tu­re off.» [Si può apprez­za­re un film di Scor­se­se con l’audio spen­to, o con l’audio acce­so e lo scher­mo spen­to]. Nien­te di più vero per una pel­li­co­la che ini­zia il suo per­cor­so con Van Mor­ri­son, pas­sa per i The Clash e con­clu­de con i The Who. Gra­zie anche alla splen­di­da colon­na sono­ra Mar­tin Scor­se­se rie­sce a dar vita ad un film con un’anima for­te, pie­no di otti­me inven­zio­ni regi­sti­che (la sce­na del­la ria­ni­ma­zio­ne al rewind n.d.r.) e capa­ce di intrat­te­ne­re uno spet­ta­to­re atten­to. Una pel­li­co­la poco cono­sciu­ta tra la pro­du­zio­ne del regi­sta new­yor­ke­se, ma che non può man­ca­re nel­la lista degli esti­ma­to­ri più accaniti.

Jaco­po Musicco
@jacopomusicco
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Jacopo Musicco
“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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