#Gamergate
Videogiocatori che odiano le donne

A vol­te due per­so­ne rie­sco­no a lasciar­si in modo paci­fi­co, sen­za gran­di dram­mi; spes­so, la rot­tu­ra è più vio­len­ta, con i due mem­bri del­la cop­pia che fini­sco­no per non par­lar­si più. Ma sono vera­men­te rari i casi in cui la fine di un amo­re dà ori­gi­ne ad una cam­pa­gna di odio su tut­to l’internet lun­ga mesi.
Spe­ro pos­sia­te per­do­na­re que­sto inci­pit da gior­na­le di gos­sip di terz’ordine, ma è neces­sa­rio per com­pren­de­re l’origine del­la vicen­da di cui stia­mo parlando.

Zoe Quinn è una famo­sa svi­lup­pa­tri­ce indi­pen­den­te di video­gio­chi e crea­tri­ce di Depres­sion Que­st, un gio­co indie usci­to pri­ma per bro­w­ser nel 2013 e poi sul­la piat­ta­for­ma di distri­bu­zio­ne video­lu­di­ca Steam nell’agosto di quest’anno. Pochi gior­ni dopo il rila­scio del tito­lo, l’ex fidan­za­to del­la ragaz­za deci­se di dimo­stra­re la sua matu­ri­tà pub­bli­can­do un arti­co­lo sul suo blog – e in segui­to un video su You­Tu­be – in cui veni­va­no elen­ca­ti tut­ti gli uomi­ni con i qua­li Zoe Quinn pare lo aves­se tra­di­to. In que­sta lista però com­pa­ri­va anche il nome di Nathan Gray­son, famo­so gior­na­li­sta spe­cia­liz­za­to in ambi­to video­lu­di­co (è redat­to­re, tra le tan­te, anche di Kota­ku, uno dei prin­ci­pa­li siti di infor­ma­zio­ne riguar­do a video­gio­chi e cul­tu­ra pop). L’accusa era quin­di chia­ra: Zoe Quinn ave­va offer­to favo­ri ses­sua­li al gior­na­li­sta in cam­bio di recen­sio­ni posi­ti­ve del suo gio­co. Pec­ca­to che, dati alla mano, tut­te le accu­se si sono rive­la­te fal­se, in quan­do Gray­son si è sem­pli­ce­men­te limi­ta­to a cita­re il gio­co una vol­ta in un suo arti­co­lo riguar­do ad un even­to al qua­le era­no pre­sen­ti diver­si svi­lup­pa­to­ri indipendenti.

La pole­mi­ca quin­di si è esau­ri­ta qui, l’ex fidan­za­to di Zoe Quinn ha chie­sto pub­bli­ca­men­te scu­sa e tut­ti vis­se­ro feli­ci e con­ten­ti, giu­sto? Sbagliato.

Fin dagli ini­zi, le accu­se alla Quinn sono sta­te sup­por­ta­te da una gros­sa fet­ta di video­gio­ca­to­ri che, con il pre­te­sto di com­bat­te­re con­tro la cor­ru­zio­ne nel gior­na­li­smo nel set­to­re video­lu­di­co, han­no intra­pre­so una vera e pro­pria cam­pa­gna d’odio con­tro di lei. I social net­work – in spe­cial modo Red­dit, 4chan e Twit­ter – si sono quin­di riem­pi­ti di insul­ti e minac­ce di vio­len­za nei con­fron­ti del­la don­na; non solo, anche alcu­ni suoi dati per­so­na­li sono sta­ti resi pub­bli­ci attra­ver­so ope­ra­zio­ni di hac­king, come per esem­pio il suo indi­riz­zo di casa.

In questo modo è nato il Gamergate, un movimento tutt’ora in corso creato ufficialmente con l’obiettivo di rivendicare l’integrità etica del giornalismo di settore, ma in realtà non è altro che un pretesto per un attacco misogino indiscriminato.

Per­ché Zoe Quinn non è sta­ta l’unica don­na a subi­re un attac­co di que­sto tipo: tut­ti colo­ro che han­no osa­to met­te­re in dub­bio la veri­di­ci­tà del­le accu­se mos­se dagli ade­ren­ti al movi­men­to, o sem­pli­ce­men­te colo­ro che han­no dimo­stra­to la loro vici­nan­za alla svi­lup­pa­tri­ce sono sta­ti sog­get­ti a loro vol­ta di un attac­co simi­le, in par­ti­co­lar mon­do – non c’è nean­che biso­gno di dir­lo – se donne.

Un altro caso esem­pli­fi­ca­ti­vo è quel­lo di Ani­ta Sar­kee­sian una nota blog­ger e cri­ti­ca di video­gio­chi dichia­ra­ta­men­te fem­mi­ni­sta. In real­tà que­sta non è la pri­ma situa­zio­ne del gene­re in cui si ritro­va: nel 2012, infat­ti, ave­va lan­cia­to una cam­pa­gna Kick­star­ter per finan­zia­re una serie di video nei qua­li avreb­be ana­liz­za­to il ruo­lo del­la don­ne e il modo in cui ven­go­no raf­fi­gu­ra­te nei video­ga­mes; dopo aver rag­giun­to la cifra richie­sta nel giro di ven­ti­quat­tro ore, la don­na ha rice­vu­to mole­stie di ogni tipo (le sono sta­ti invia­ti addi­rit­tu­ra dei foto­mon­tag­gi nei qua­li veni­va stu­pra­ta dai più famo­si pro­ta­go­ni­sti maschi­li dei video­gio­chi), e la situa­zio­ne è anda­ta peg­gio­ran­do una vol­ta cari­ca­ti i pri­mi video su You­tu­be, fino ad arri­va­re al pun­to di esse­re costret­ta a chiu­de­re la sezio­ne dei commenti.

cyberbulling

Ani­ta Sar­kee­san è sta­ta una del­le pri­me a sup­por­ta­re e difen­de­re Zoe Quinn agli albo­ri del Gamer­ga­te. Ciò non ha fat­to altro che riac­cen­de­re un foco­la­io mai del tut­to spen­to, e i com­men­ti d’odio si sono inten­si­fi­ca­ti ulte­rior­men­te, tan­to da costrin­ger­la a cam­bia­re casa dopo che il suo domi­ci­lio era sta­to reso pubblico.
Il pun­to cri­ti­co è sta­to rag­giun­to il 14 otto­bre, quan­do la blog­ger ha deci­so di can­cel­la­re un suo inter­ven­to pres­so la Utah Sta­te Uni­ver­si­ty dopo aver rice­vu­to da par­te di un pre­sun­to stu­den­te dell’università la minac­cia di com­pie­re una stra­ge duran­te il suo discor­so. La Sar­kee­san ha però tenu­to a pre­ci­sa­re di aver volu­to can­cel­la­re l’intervento non tan­to per il rischio di un attac­co ter­ro­ri­sti­co — per dove­re di cro­na­ca, ave­va rice­vu­to minac­ce del gene­re in altre occa­sio­ni — ben­sì per le misu­re di sicu­rez­za a sua det­ta inadeguate.

È chia­ro: la rela­zio­ne tra Zoe Quinn e Nathan Gray­son è sta­ta solo la fati­di­ca goc­cia che fa tra­boc­ca­re il vaso, la scin­til­la che ha acce­so la miccia.

In realtà esiste da anni nella comunità dei videogiocatori una corrente sotterranea – ma neanche troppo – di persone guidate da un odio irrazionale nei confronti delle donne in attesa del più piccolo pretesto per sfogare il loro istinto misogino.

Essi sono una mino­ran­za, ne sono sicu­ro, ma una mino­ran­za rumo­ro­sa, che fa par­la­re di sé e get­ta fan­go sul­la cate­go­ria che cre­do­no di rappresentare.

Duran­te uno dei perio­di più cal­di del Gamer­ga­te, uno svi­lup­pa­to­re indi­pen­den­te, Andreas Zecher, ha pub­bli­ca­to una let­te­ra aper­ta — fir­ma­ta poi da cen­ti­na­ia di altri svi­lup­pa­to­ri, anche del­le soft­ware hou­se più impor­tan­ti — ai video­gio­ca­to­ri di tut­to il mon­do invi­tan­do­li a rispet­ta­re qual­sia­si gio­ca­to­re, svi­lup­pa­to­re o cri­ti­co a pre­scin­de­re dal ses­so, orien­ta­men­to ses­sua­le, etnia e cre­do reli­gio­so. Il mes­sag­gio ha sor­ti­to però l’effetto oppo­sto, facen­do indi­gna­re mol­te per­so­ne che si sono sen­ti­te chia­ma­te in cau­sa ingiu­sta­men­te. Ben­ché sia sba­glia­to fare di tut­ta l’erba un fascio, è nor­ma­le che a cau­sa di com­por­ta­men­ti così allar­man­ti l’intera comu­ni­ty del gaming fos­se mes­sa sot­to processo.

L’obiettivo dichia­ra­to dagli ade­ren­ti al Gamer­ga­te è sul­la car­ta nobi­le e giu­sto, ed è vero che nel cor­so degli anni ci sono sta­ti dei casi quan­to­me­no sospet­ti di rap­por­ti stra­ni tra soft­ware hou­se e sin­go­li gior­na­li­sti. Ma da que­sto a denun­cia­re un com­plot­to su sca­la mon­dia­le del­la stam­pa spe­cia­liz­za­ta il pas­so è vera­men­te lun­go, soprat­tut­to se le argo­men­ta­zio­ni por­ta­te – poco sen­sa­te già di per sé – sono accom­pa­gna­te da dosi così mas­sic­ce di miso­gi­na ingiustificata.

Per anni la socie­tà ha defi­ni­to i video­gio­ca­to­ri come per­so­ne alie­na­te dal­la real­tà, spa­ven­ta­te dai rap­por­ti socia­li e dal­le don­ne; for­se alcu­ne per­so­ne se lo sono sen­ti­ti ripe­te­re così tan­te vol­te da esser­se­ne con­vin­ti, e ades­so rea­gi­sco­no di con­se­guen­za. Ma non esi­sto­no giu­sti­fi­ca­zio­ni per atti del genere.

Se mai ci fosse stato qualcosa di positivo nel Gamergate ormai è morto, sepolto dagli insulti e dalle minacce di morte e stupro. Resta solo da prendere le distanze dal movimento e condannare apertamente gli attacchi d’odio, in ogni sua forma.

Erin De Pasquale
@SirRexin

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Erin De Pasquale
Stu­den­te di Let­te­re. Amo i video­gio­chi, fumet­ti, serie tv e libri: se esi­ste qualcos’altro là fuo­ri, non voglio saperlo.

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