I lupi assalgono il greggio

Negli ulti­mi tre mesi il prez­zo del petro­lio ha ini­zia­to a scen­de­re bru­sca­men­te dal­la pre­ce­den­te quo­ta­zio­ne di 110$ U.S. al bari­le rima­sta rela­ti­va­men­te sta­bi­le dal 2011 in poi.
Lune­dì il prez­zo del petro­lio al bari­le ha toc­ca­to il valo­re mini­mo dal­lo scor­so otto­bre 2009, fino a 67.53$, per poi sta­bi­liz­zar­si a quo­ta 70$.
Il crol­lo, com­ple­ta­men­te ina­spet­ta­to dagli ana­li­sti che al con­tra­rio pre­ve­de­va­no un boom del prez­zo, è l’arma prin­ci­pa­le con cui l’OPEC sta muo­ven­do guer­ra per difen­de­re il pro­prio pri­ma­to dall’espansione dei gigan­ti rus­si e statunitensi.

L’OPEC, l’Organizzazione dei Pae­si espor­ta­to­ri di petro­lio (Orga­ni­za­tion of the Petro­leum Expor­ting Coun­tries) è un car­tel­lo eco­no­mi­co orga­niz­za­to per nego­zia­re e trat­ta­re con com­pa­gnie petro­li­fe­re e Pae­si impor­ta­to­ri. Insie­me, gli sta­ti OPEC con­trol­la­no qua­si l’80% del­le riser­ve glo­ba­li di petro­lio, costi­tuen­do piú del 40% del­la pro­du­zio­ne mondiale.
L’OPEC sta­bi­li­sce quan­to petro­lio ven­ga espor­ta­to dai Pae­si mem­bri ((Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Ara­bia Sau­di­ta, Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti, Alge­ria, Ango­la, Libia, Nige­ria, Ecua­dor e Vene­zue­la)) e ne fis­sa un prez­zo uni­co. Così facen­do i mem­bri dell’organizzazione mas­si­miz­za­no le entra­te e si garan­ti­sco­no un pote­re con­trat­tua­le enor­me che sepa­ra­ta­men­te, pri­ma del­la fon­da­zio­ne del car­tel­lo, non conoscevano.

Per evi­den­ti que­stio­ni di rela­zio­ni inter­na­zio­na­li, gli inte­res­si dei Pae­si OPEC e degli Sta­ti Uni­ti si sono tro­va­ti rara­men­te alli­nea­ti, mal­gra­do gli inscin­di­bi­li lega­mi eco­no­mi­ci intes­su­ti dagli Usa con alcu­ne aree del mon­do, in pri­mis il Medio­rien­te dopo la fine del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Fu l’OPEC, nel 1973, a cau­sa­re la cri­si ener­ge­ti­ca del Gran­de shock petro­li­fe­ro — bloc­can­do improv­vi­sa­men­te l’approvvigionamento di petro­lio (“chiu­de­re i rubi­net­ti” è l’espressione che da allo­ra entrò nell’immaginario comu­ne) ai Pae­si che aves­se­ro soste­nu­to Israe­le duran­te la guer­ra del Kippur.

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Piú vol­te dal­la sua intro­du­zio­ne il grup­po ha minac­cia­to di pas­sa­re all’Euro come valu­ta di rife­ri­men­to per il prez­zo del greg­gio, una misu­ra che avreb­be assi­cu­ra­to a tut­ti i mem­bri entra­te piú sta­bi­li duran­te gli anni di par­ti­co­la­re vola­ti­li­tà del dol­la­ro e che avreb­be minac­cia­to seria­men­te l’economia sta­tu­ni­ten­se e il pri­ma­to del­la sua valu­ta nel rego­la­re gli scam­bi internazionali.

Vener­dì 28 novem­bre duran­te una tesa riu­nio­ne a Vien­na, i mem­bri del car­tel­lo non sono sta­ti in gra­do di tro­va­re un accor­do per ridur­re la pro­du­zio­ne di greg­gio e han­no cedu­to alle pres­sio­ni del mini­stro del petro­lio e del­le risor­se mine­ra­li dell’Arabia Sau­di­ta, Ali al-Nai­mi — mal­gra­do il fat­to che per più di metà dei Pae­si mem­bri il costo di estra­zio­ne sia dram­ma­ti­ca­men­te più ele­va­to che per l’Arabia Sau­di­ta. È così ini­zia­ta una guer­ra tota­le al ribas­so per difen­de­re la quo­te di mer­ca­to fati­co­sa­men­te acqui­si­te negli anni. 

Il prez­zo del petro­lio ave­va rag­giun­to il mas­si­mo sto­ri­co negli ulti­mi anni a cau­sa dell’aumento espo­nen­zia­le del­la doman­da glo­ba­le, in par­ti­co­la­re trai­na­to dal­la cre­sci­ta dei con­su­mi cine­si. Man­te­nen­do sta­bi­le la pro­du­zio­ne, l’OPEC ha inver­ti­to la ten­den­za che nei pri­mi anni 2000 ave­va fat­to esplo­de­re il prez­zo al barile.
La tat­ti­ca è sem­pli­ce — il costo al pro­dut­to­re è espo­nen­zial­men­te infe­rio­re per i Pae­si mem­bri OPEC, il car­tel­lo spe­ra di poter com­pri­me­re il prez­zo del bari­le fino a un livel­lo per cui non sia piú soste­ni­bi­le per alcu­ni Pae­si. Chi sta pagan­do il con­to più sala­to al momen­to è la Rus­sia di Vla­di­mir Putin, seb­be­ne comin­ci­no a far­si sen­ti­re i pri­mi mal di pan­cia anche fra i Pae­si OPEC che non si rico­no­sco­no nel dise­gno ege­mo­ni­co dell’Arabia Sau­di­ta, come il Vene­zue­la. La mag­gior par­te degli osser­va­to­ri con­cor­da­no nel rico­no­sce­re a Riya­dh il ruo­lo di regi­sta in que­sta guer­ra dell’oro nero.

Secon­do pro­ie­zio­ni rila­scia­te ieri mat­ti­na, sem­bra ine­vi­ta­bi­le che il prez­zo scen­da fino a 30$ al bari­le — una quo­ta che non si vede­va da qua­si die­ci anni, se si esclu­de, per ovvie ragio­ni, il crol­lo del quar­to tri­me­stre 2008.

I Pae­si OPEC flet­to­no così i musco­li per dimo­stra­re come solo loro detan­ga­no un pote­re con­trat­tua­le tale da influen­za­re pro­fon­da­men­te il prez­zo del greg­gio. Ma se come vuo­le l’uroburo eco­no­mi­co, la cura con­tro i prez­zi bas­si sono i prez­zi più bas­si, la spe­ran­za è che il greg­gio a quo­ta­zio­ni così “con­ve­nien­ti” inne­schi aumen­ti di doman­da, che a loro vol­ta inne­sca­no il rial­zo del greggio.
Col risa­li­re dei prez­zi le ope­ra­zio­ni che era­no sta­te rese inso­ste­ni­bi­li potran­no tor­na­re lucra­ti­ve, per que­sto la stra­te­gia dell’OPEC diven­ta soste­ni­bi­le solo se appli­ca­ta sul lun­go periodo.

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Il crol­lo del prez­zo del petro­lio met­te in gra­vi dif­fi­col­tà la Rus­sia, la cui finan­zia­ria per il pros­si­mo anno pre­ve­de­va un prez­zo sta­bi­le del bari­le. L’export ener­ge­ti­co è una voce fon­da­men­ta­le nel bilan­cio rus­so, al pun­to che il più recen­te default eco­no­mi­co del Pae­se, nel 1998, fu lega­to a un crol­lo dei prez­zi non dis­si­mi­le da quel­lo di que­ste settimane.
Lo scor­so lune­dì il gover­no rus­so ha annun­cia­to la can­cel­la­zio­ne del nuo­vo pro­gram­ma di estra­zio­ne e approv­vi­gio­na­men­to petro­li­fe­ro ver­so il mer­ca­to euro­peo, un’operazione da 19 miliar­di di dol­la­ri. Il crol­lo del prez­zo com­bi­na­to con le ten­sio­ni in Ucrai­na e le san­zio­ni inter­na­zio­na­li in atto nei con­fron­ti di Mosca, han­no reso il pro­get­to imme­dia­ta­men­te insostenibile.

Per l’industria cine­se, la cui doman­da ha gui­da­to il prez­zo del greg­gio negli ulti­mi quin­di­ci anni, è occa­sio­ne di festeg­gia­re. Se la disce­sa doves­se con­ti­nua­re il rispar­mio del­la nazio­ne è cal­co­la­to sui 30 miliar­di di dol­la­ri entro la fine dell’anno.
Il 60% del petro­lio con­su­ma­to in Cina è impor­ta­to e per l’economia del­la nazio­ne, così stret­ta­men­te lega­ta a indu­stria mani­fat­tu­rie­ra e agri­col­tu­ra, un calo del costo ener­ge­ti­co signi­fi­ca la spe­ran­za di inver­ti­re la ten­den­za che ave­va visto negli ulti­mi anni una cre­sci­ta pro­gres­si­va­men­te sem­pre più lenta.

Negli Sta­ti Uni­ti e in Euro­pa la situa­zio­ne è più com­ples­sa e varie­ga­ta. Sta­ti la cui eco­no­mia dipen­de diret­ta­men­te dall’estrazione petro­li­fe­ra, come Texas e Nord Dako­ta in Ame­ri­ca, ver­ran­no col­pi­ti dura­men­te, e Pae­si che pre­ve­de­va­no di lan­cia­re impor­tan­ti inve­sti­men­ti sull’olio di sci­sto, come il Regno Uni­to in Euro­pa, dovran­no rive­de­re i pro­pri progetti.
Il sogno degli Sta­ti Uni­ti di esse­re com­ple­ta­men­te indi­pen­den­ti a livel­lo ener­ge­ti­co entro il 2020 e di diven­ta­re espor­ta­to­ri net­ti di ener­gia, spe­ran­za con­nes­sa allo svi­lup­po dell’estrazione del­lo sha­le gas, sem­bra ormai irrealizzabile.

In gene­ra­le, tut­ta­via, la situa­zio­ne si tra­du­ce in una impor­tan­te occa­sio­ne per intro­dur­re pia­ni di rilan­cio eco­no­mi­co, per rimo­du­la­re accor­di con i Pae­si espor­ta­to­ri di petro­lio — nel caso dell’Europa, con una Rus­sia ora in chia­ra posi­zio­ne di debo­lez­za, e per rifor­ma­re tas­sa­zio­ne e sus­si­di ener­ge­ti­ci in modo da favo­ri­re ener­gie alter­na­ti­ve in vista di quan­do i prez­zi tor­ne­ran­no a salire.

Con il crol­lo di un ter­zo del prez­zo del greg­gio, avvia­to lun­go una para­bo­la che per il momen­to non sem­bra arre­star­si, la Com­mis­sio­ne Euro­pea si tro­va di fron­te a un’occasione imper­di­bi­le per lan­cia­re un vero sti­mo­lo per la ripre­sa eco­no­mi­ca, sen­za che que­sto si tra­du­ca in rischi di ipe­rin­fla­zio­ne, uno spau­rac­chio — peral­tro mai così lon­ta­no come oggi dall’avverarsi — che da anni impe­di­sce for­ti pre­se di posi­zio­ne in sen­so espan­si­vo del­la poli­ti­ca eco­no­mi­ca comunitaria.
I pre­ce­den­ti dell’Unione Euro­pea non dan­no tut­ta­via ragio­ne di speranza.

Ales­san­dro Massone
@amassone

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Alessandro Massone
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