Israele verso le elezioni del 17 marzo
Netanyahu rischia la non rielezione

Ieri il capo del gover­no israe­lia­no Ben­ja­min ”Bibi” Neta­nya­hu è sta­to a Roma per discu­te­re con il Mini­stro degli Este­ri USA John Ker­ry degli ulti­mi svi­lup­pi sul­la que­stio­ne pale­sti­ne­se. Neta­nya­hu ha infor­ma­to Ker­ry che non si pie­ghe­rà all’ ”inti­fa­da diplo­ma­ti­ca’’ dei pale­sti­ne­si, che vor­reb­be­ro fare appro­va­re dal­l’O­NU una mozio­ne per costrin­ge­re Israe­le a riti­rar­si dai ter­ri­to­ri occu­pa­ti entro due anni. Lo Sta­to di Pale­sti­na da qual­che anno è final­men­te rap­pre­sen­ta­to all’O­NU e in que­sti ulti­mi tem­pi un nume­ro cre­scen­te di Pae­si euro­pei lo sta rico­no­scen­do come nazio­ne legit­ti­ma: que­sto sdo­ga­na­men­to non pia­ce per nien­te a Neta­nya­hu, il qua­le – nono­stan­te gli ormai pes­si­mi rap­por­ti con Ker­ry e l’am­mi­ni­stra­zio­ne Oba­ma – si è det­to sicu­ro che gli ame­ri­ca­ni por­ran­no il loro veto alla mozio­ne pale­sti­ne­se, come è in loro pote­re fare e come han­no sem­pre fat­to in simi­li occasioni.

Netanyahu vuole tornare a casa a vincitore: è in piena in campagna elettorale.

Lo scor­so 2 dicem­bre ha licen­zia­to con modi bru­schi due dei mini­stri più influen­ti del suo gover­no – il Mini­stro del­le Finan­ze Yair Lapid e quel­lo del­la Giu­sti­zia Tzi­pi Liv­ni – per la loro oppo­si­zio­ne fron­ta­le alla sua pro­po­sta di modi­fi­ca costi­tu­zio­na­le che avreb­be ribat­tez­za­to Israe­le in ”Sta­to del­la nazio­ne ebrai­ca’’, dan­do un carat­te­re anco­ra più etni­co e reli­gio­so al Pae­se; poi si è dimes­so e ha indet­to nuo­ve elezioni.
Le con­sul­ta­zio­ni sono sta­te fis­sa­te il 17 mar­zo del pros­si­mo anno. Con­sul­ta­zio­ni che il pre­mier è sicu­ro di vin­ce­re: l’av­ver­sa­ria sto­ri­ca del suo Likud, la sini­stra del Par­ti­to Labu­ri­sta, navi­ga da anni in una cri­si d’i­den­ti­tà. Il segre­ta­rio Isaac Her­zog è sta­to defi­ni­to dal­la stam­pa riva­le ”una nul­li­tà” sen­za cari­sma. Her­zog, incer­to e in cer­ca di spon­de, ha deci­so di allear­si con Hat­nuah, il par­ti­to cen­tri­sta del­la licen­zian­da Tzi­pi Liv­ni: il pat­to è incen­tra­to su un mec­ca­ni­smo poli­ti­co ”da Pri­ma Repub­bli­ca’’ — se la coa­li­zio­ne vin­ce, per due anni gover­na Her­zog, poi Her­zog si dimet­te e al gover­no va la Liv­ni fino alla fine del man­da­to. La nuo­va cop­pia più bel­la d’I­srae­le si è già mes­sa in moto, visi­tan­do a brac­cet­to le regio­ni vici­no a Gaza. Alcu­ni la dan­no in van­tag­gio su Likud e se le ele­zio­ni finis­se­ro come due anni fa la loro coa­li­zio­ne avreb­be la mag­gio­ran­za in par­la­men­to. Ma la Liv­ni è in calo di popo­la­ri­tà, e il siste­ma del­la staf­fet­ta fa alza­re il soprac­ci­glio all’e­let­to­ra­to israeliano.

Da sinistra: Netanyahu, Lapid, Livni
Da sini­stra: Neta­nya­hu, Lapid, Livni

La vera sor­pre­sa del­le pros­si­me ele­zio­ni potreb­be esse­re uno dei vec­chi pupil­li del­l’at­tua­le Pri­mo Mini­stro, cre­sciu­to nel suo par­ti­to: Moshe Kahlon. Da ex-Mini­stro del­le Tele­co­mu­ni­ca­zio­ni del pre­ce­den­te gover­no Neta­nya­hu si è con­qui­sta­to una note­vo­le popo­la­ri­tà con una rifor­ma del­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni: ha libe­ra­liz­za­to il mer­ca­to tele­fo­ni­co, abbas­san­do le tarif­fe di chia­ma­te e sms, e con que­sta sem­pli­ce mos­sa si è reso una fre­sca ico­na gio­va­ni­le. Ma nono­stan­te l’a­ria da ragaz­zo spau­ri­to, è un poli­ti­co abi­le, che ama gio­ca­re die­tro le quin­te, di quel­li che nascon­do­no il col­tel­lo nel faz­zo­let­to di vel­lu­to. Un suo col­le­ga rac­con­ta che, alle sue pri­me ”par­la­men­ta­rie” del Likud, Kahlon si aggi­ra­va per la sede del par­ti­to con l’a­ria poco sicu­ra di sé, con un sor­ri­so da ragaz­zo timi­do che deve saper sta­re per la pri­ma vol­ta in mez­zo ai gran­di. Nes­su­no si aspet­ta­va che sareb­be risul­ta­to il più vota­to tra tut­ti i can­di­da­ti con­ser­va­to­ri. Nes­su­no tran­ne lui, ovvia­men­te. Dopo le scor­se ele­zio­ni Neta­nya­hu si era rifiu­ta­to di nomi­nar­lo Mini­stro del­le Finan­ze e lui, sen­za cla­mo­re, si era riti­ra­to dal­la poli­ti­ca per dedi­car­si all’in­se­gna­men­to uni­ver­si­ta­rio. E natu­ral­men­te a lavo­ra­re per il ritor­no in gran­de sti­le, tes­sen­do lega­mi poli­ti­ci e con­so­li­dan­do la sua imma­gi­ne pub­bli­ca: pro­prio nei gior­ni scor­si ha fon­da­to Kula­nu (”Tut­ti noi”), un par­ti­to per­so­na­le con cui pun­ta a diven­ta­re il pri­mo pre­mier sefar­di­ta del­la sto­ria d’I­srae­le ((I sefar­di­ti – da Sefa­rad, Spa­gna – sono gli ebrei di ori­gi­ne medi­ter­ra­nea o medio­rien­ta­le; gli ash­ke­na­zi­ti – da Ash­ke­naz, Ger­ma­nia – sono ori­gi­na­ri inve­ce del­l’Eu­ro­pa cen­tra­le e nel­la sto­ria recen­te han­no avu­to un ruo­lo pre­do­mi­nan­te. Basti pen­sa­re che l’in­te­ro gover­no Neta­nya­hu è com­po­sto da ash­ke­na­zi­ti)) : obiet­ti­vo, secon­do i son­dag­gi, nien­te affat­to impos­si­bi­le per lui.

Nono­stan­te rap­pre­sen­ti un cen­tro­de­stra soft rispet­to al ruvi­do Neta­nya­hu e abbia dichia­ra­to di esse­re dispo­sto a trat­ta­re con i pale­sti­ne­si, Kahlon va più che d’ac­cor­do con l’at­tua­le Mini­stro degli Este­ri Avig­dor Liber­man: di ori­gi­ne mol­da­va, Lie­ber­man è uno dei prin­ci­pa­le espo­nen­ti del­l’e­stre­ma destra, che si pre­sen­ta fra­zio­na­ta lun­go la spac­ca­tu­ra tra for­ze lai­che e ultra­re­li­gio­se. Il par­ti­to di Liber­man è il lai­co ma fasci­steg­gian­te Betey­nu, ”Casa nostra’’ — l’e­stre­ma destra è in asce­sa, in Israe­le: ad ogni atten­ta­to o pro­vo­ca­zio­ne degli estre­mi­sti pale­sti­ne­si, gli estre­mi­sti israe­lia­ni gua­da­gna­no un voto.

La politica dell’attuale governo ha avuto la mano pesante con gli arabi e ha diffuso tra gli israeliani un senso di minaccia continua che favorisce forze sempre più nazionaliste.

Liber­man, astu­to, potreb­be accor­dar­si con Kahlon per stri­to­la­re Neta­nya­hu in una tena­glia – lui da destra, l’al­tro dal cen­tro – per far fuo­ri l’at­tua­le capo del Gover­no e e accor­dar­si con il nuo­vo astro cen­tri­sta sul­la nomi­na del prossimo.

La veri­tà, infat­ti, è che nes­su­no vuo­le più Neta­nya­hu. È un lea­der for­te e musco­la­re, che fino a poco tem­po fa sem­bra­va imbat­ti­bi­le: ma un son­dag­gio pub­bli­ca­to pochi gior­ni fa docu­men­ta come il 60 % dei cit­ta­di­ni israe­lia­ni sia stu­fa del pre­mier. Neta­nya­hu non paga diret­ta­men­te la sua fero­ce poli­ti­ca con i pale­sti­ne­si ma la sua gestio­ne del­l’e­co­no­mia del Pae­se. Se fino a qual­che anno fa il PIL israe­lia­no cre­sce­va spe­di­to, oggi fa regi­stra­re una sta­gna­zio­ne non cau­sa­ta da un rifles­so del­la cri­si occi­den­ta­le ma dal­l’i­so­la­men­to cre­scen­te di Israe­le nel mon­do — pro­prio per la bru­ta­li­tà mostra­ta nel­la gestio­ne del­la cri­si di Gaza e del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se in gene­ra­le. Israe­le è sog­get­to a un boi­cot­tag­gio sem­pre più sof­fo­can­te (lo sa bene anche Scar­lett Johan­son, che qual­che tem­po fa ha rinun­cia­to a spon­so­riz­za­re un’a­zien­da israe­lia­na in segui­to alle pres­sio­ni del mon­do del­lo spet­ta­co­lo). In più, all’in­ter­no del Pae­se cre­sco­no le disu­gua­glian­ze. E il gover­no di Neta­nya­hu non si disco­sta trop­po da quel­lo del­le destre occi­den­ta­li quan­to a poli­ti­ca eco­no­mi­ca: uno degli scon­tri con Yair Lapid è esplo­so quan­do il Mini­stro del­le Finan­ze si è oppo­sto alla deci­sio­ne del pre­mier di ridur­re le spe­se per le poli­ti­che socia­li in favo­re di quel­le mili­ta­ri. Lapid ha per­so: la rati­fi­ca del­l’at­to è sta­ta l’ul­ti­ma azio­ne del Par­la­men­to pri­ma che Neta­nya­hu lo sciogliesse.

A sinistra Moshe Khalon, a destra Avigdor Lieberman
A sini­stra Moshe Kha­lon, a destra Avig­dor Lieberman

Il Pri­mo Mini­stro non è però riu­sci­to ad appro­va­re in tem­po la rifor­ma per la qua­le è sal­ta­to il suo gover­no: la modi­fi­ca del­lo sta­tu­to d’I­srae­le in ”Sta­to del­la Nazio­ne Ebrai­ca’’. Que­sto prov­ve­di­men­to, che pia­ce mol­to all’ul­tra­de­stra, ante­por­reb­be nel­la Costi­tu­zio­ne e nel­la filo­so­fia di gover­no del Pae­se la reli­gio­ne alla demo­cra­zia. Le scuo­le ver­reb­be­ro inco­rag­gia­te a esse­re più filo­re­li­gio­se nei loro pro­gram­mi e i giu­di­ci ad ispi­rar­si alla Bib­bia per le loro sen­ten­ze. Una rifor­ma fondamentalista.

Ma il vero crimine del provvedimento sarebbe la definitiva ratificazione dell’esistenza di cittadini di serie A e una minoranza di serie B — quel 20% della popolazione araba che vedrebbe diminuiti i propri diritti diventando sempre più straniera a casa propria.

Già oggi Israe­le è uno sta­to a for­tis­si­ma con­no­ta­zio­ne etni­ca e reli­gio­sa: basti pen­sa­re che sono sta­te ema­na­te leg­gi mol­to seve­re con­tro l’im­mi­gra­zio­ne, punen­do con un anno di car­ce­re i clan­de­sti­ni al fine di ”pre­ser­va­re l’e­brai­ci­tà del­lo stato”.
Se venis­se appro­va­ta, la rifor­ma non fareb­be altro che ren­de­re sacro un tri­ste dato di fat­to: la discri­mi­na­zio­ne e i con­ti­nui sopru­si – trop­pi da elen­ca­re qui – ver­so la mino­ran­za pale­sti­ne­se (20% del­la popo­la­zio­ne) resi­den­te in Israe­le, in con­co­mi­tan­za alla poli­ti­ca aggres­si­va in Cisgior­da­nia e a Gaza. Se Neta­nya­hu e la destra estre­ma non sali­ran­no al gover­no la modi­fi­ca costi­tu­zio­na­le non ver­rà appro­va­ta: ma chiun­que andrà al pote­re tra colo­ro di cui abbia­mo par­la­to dif­fi­cil­men­te por­rà fine a que­sto sta­to di cose.

Ste­fa­no Colombo
@granzebrew

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Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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