La guerra nelle scuole pakistane

Mar­te­dì 16 dicem­bre, alle ore 10.30, un grup­po arma­to di matri­ce Tale­ba­na ha fat­to irru­zio­ne, aper­to il fuo­co e ucci­so cen­ti­na­ia di civi­li disar­ma­ti nel­la Army Public School, isti­tu­to sco­la­sti­co di Pesh­war, cit­tà situa­ta nel nor­do­ve­st del Paki­stan, vici­no al con­fi­ne con l’Afghanistan.
L’attacco ha pro­vo­ca­to 145 mor­ti, in buo­na par­te stu­den­ti tra i die­ci e i ven­ti anni.
Le for­ze arma­te paki­sta­ne nel ten­ta­ti­vo di libe­ra­re la scuo­la e le cin­que­cen­to per­so­ne intrap­po­la­te all’interno, han­no ucci­so a loro vol­ta i nove mili­zia­ni che si era­no intro­dot­ti nell’istituto.
In un solo gior­no più di cen­to bam­bi­ni e ado­le­scen­ti han­no per­so la vita a scuo­la, insie­me ad una deci­na di inse­gnan­ti ucci­si da col­pi spa­ra­ti sen­za un ordi­ne pre­ci­so, giu­sti­zia­ti uno per uno, spaz­za­ti via da giub­bot­ti fat­ti esplo­de­re addos­so ad alcu­ni atten­ta­to­ri. I feri­ti e i testi­mo­ni han­no rac­con­ta­to di esser­si nasco­sti die­tro i cor­pi pri­vi di sen­si dei loro com­pa­gni, che a loro vol­ta ave­va­no ten­ta­to di nascon­der­si — come era sta­to inse­gna­to nel­le esercitazioni.

Secon­do la riven­di­ca­zio­ne pre­sen­ta­ta alcu­ne ore dopo l’attacco dal por­ta­vo­ce del grup­po TTP, Teh­rek-e-Tali­ban Paki­stan – movi­men­to gui­da­to da Bai­tul­lah Meh­sud e nato nel 2007 come coa­li­zio­ne di grup­pi jiha­di­sti atti­vi nel­le zone tri­ba­li semiau­to­no­me al con­fi­ne con l’Afghanistan – Muham­mad Umar Kho­ra­sa­ni, gli stu­den­ti sono sta­ti scel­ti per­ché in buo­na per­cen­tua­le figli o nipo­ti di espo­nen­ti dell’esercito nazio­na­le paki­sta­no: “Abbia­mo scel­to l’Army School per l’attacco per­ché il gover­no si è rivol­to alle nostre fami­glie e don­ne. Noi voglia­mo far­li soffrire”.

Pakistan 2


Non è inve­ro­si­mi­le che sia pro­prio la ven­det­ta rispet­to ad azio­ni com­mes­se dal­le mili­zie paki­sta­ne, il moto­re dell’attacco ter­ro­ri­sti­co. Le affer­ma­zio­ni di Kho­ra­sa­ni infat­ti si rife­ri­sco­no pro­ba­bil­men­te all’operazione Zarb-e-AZB lan­cia­ta nel­lo scor­so giu­gno dal­l’e­ser­ci­to paki­sta­no con­tro i mili­zia­ni nel Nord Wazi­ri­stan e nel­la Khy­ber Agen­cy e appro­va­ta anche dai due più gran­di grup­pi cle­ri­ca­li isla­mi­ci (il Con­si­glio degli Ule­ma All Paki­stan e il Con­si­glio del­l’i­deo­lo­gia isla­mi­ca) che han­no dichia­ra­to una fat­wa che tol­le­ra l’of­fen­si­va, defi­ni­ta a sua vol­ta una jihad con­tro il ter­ro­ri­smo. L’operazione ha coin­vol­to più di 300.000 sol­da­ti e ha pro­vo­ca­to fino ad ora 929.859 civi­li sfol­la­ti e l’uccisione di 1.100 mili­zia­ni secon­do il Gene­ra­le Asim Bajwa.

“Colpiremo ogni istituzione collegata all’esercito fino a quando fermeranno le loro operazioni e gli omicidi extra giudiziari dei nostri detenuti” prosegue poi Khorasani ”I nostri detenuti vengono uccisi e i loro corpi gettati per le strade. Abbiamo detto ai nostri uomini di non colpire i bambini piccoli anche se sono figli di militari o di leader civili”, tuttavia così non è stato.

Secon­do l’analisi com­piu­ta dal­la gior­na­li­sta sta­tu­ni­ten­se Aman­da Taub, però, la ven­det­ta, non è l’unica ragio­ne, anche se for­se la prin­ci­pa­le. È neces­sa­rio, infat­ti, riflet­te­re sul­la situa­zio­ne odier­na dei mag­gio­ri grup­pi tale­ba­ni, che dopo l’inizio dell’operazione Zarb-e-AZB han­no subi­to pesan­ti per­di­te inter­ne, che mina­no non solo la sta­bi­li­tà dei movi­men­ti ma anche la loro cre­di­bi­li­tà e la pos­si­bi­li­tà di acqui­si­re nuo­vi soste­ni­to­ri, situa­zio­ni dif­fi­cil­men­te affron­ta­te in pas­sa­to, vista la debo­lez­za e la sal­tua­rie­tà degli attac­chi governativi.
È plau­si­bi­le sup­por­re la neces­si­tà da par­te del grup­po TTP di riaf­fer­ma­re la pro­pria for­za e la neces­si­tà di far­lo tra­mi­te un attac­co che dif­fon­des­se pau­ra e dolo­re, che faces­se rumo­re. Inol­tre negli ulti­mi mesi pro­prio il TTP si è dimo­stra­to divi­so in più fazio­ni, alcu­ne più mode­ra­te, altre più radi­ca­li, come la prin­ci­pa­le, gui­da­ta da Mula­na Faz­lul­lah, respon­sa­bi­le anche del feri­men­to di Mala­la You­sa­f­zai che nel 2012 ave­va pro­vo­ca­to tan­ta repul­sio­ne nell’opinione pubblica.

Anche oggi, due anni dopo, l’opinione pub­bli­ca si è mobi­li­ta­ta in una mani­fe­sta­zio­ne svol­ta­si a Kara­chi, men­tre grup­pi Tale­ba­ni Agha­ni han­no denun­cia­to il pro­prio sde­gno e si sono dis­so­cia­ti da quel­la che han­no definito

“Un’uccisione di innocenti contraria ai principi dell’Islam”.

Le rea­zio­ni all’interno del­la sfe­ra poli­ti­ca Paki­sta­na, inve­ce, han­no por­ta­to all’immediata inter­ru­zio­ne uffi­cia­le di ogni ten­ta­ti­vo di dia­lo­go tra gover­no e grup­pi Tali­ban e la rimo­zio­ne del­la mora­to­ria alla pena di mor­te posta nel 2008, ripor­tan­do­la in vigo­re per rea­ti ter­ro­ri­sti­ci — come quel­lo di cui sono accu­sa­ti colo­ro che han­no com­piu­to la stra­ge all’interno del­la scuo­la di Pesha­war. Poche ore dopo l’eliminazione del­la mora­to­ria sono ripre­se le ese­cu­zio­ni, che han­no dichia­ra­to il deces­so di due uomi­ni accu­sa­ti di ter­ro­ri­smo: il pri­mo per un attac­co con­tro l’esercito pachi­sta­no avve­nu­to nel 2009, il secon­do per aver col­la­bo­ra­to al ten­ta­ti­vo di omi­ci­dio del gene­ra­le Per­vez Mushar­raf nel 2003.
Si trat­ta di una scel­ta – quel­la di ven­di­ca­re mor­ti con mor­ti – con­dan­na­ta da asso­cia­zio­ni come Amne­sty Inter­na­tio­nal che ha dichia­ra­to “Piut­to­sto che per­pe­tua­re il ciclo di vio­len­za, il gover­no del Paki­stan dovreb­be con­cen­trar­si sul cuo­re del pro­ble­ma, ossia la man­can­za di pro­te­zio­ne per la popo­la­zio­ne civi­le del nord-ove­st del Pae­se. Non c’è alcu­na pro­va che la pena di mor­te abbia un par­ti­co­la­re effet­to deter­ren­te nei con­fron­ti del cri­mi­ne rispet­to ad altre pene”.

Pakistan1

Una spi­ra­le di vio­len­za che ha attrat­to a sé enti­tà diver­se, incon­ci­lia­bi­li, che non si pos­so­no para­go­na­re, ma che subi­sco­no sor­ti simi­li, per caso, per scel­ta, per nazio­na­li­tà, per estre­mi­smo, per­ché qual­cu­no ha ucci­so ed è sta­to ucci­so pri­ma di loro. L’attentato nel­la scuo­la di Pesha­war ha ammaz­za­to stu­den­ti gio­va­nis­si­mi ed inse­gnan­ti, toglien­do vita, real­tà e quo­ti­dia­ni­tà anche alle fami­glie che han­no assi­sti­to alla stra­ge e lascian­do loro solo nuo­ve moti­va­zio­ni per dare ori­gi­ne ad altre vio­len­ze, ven­det­te, mor­ti e dolo­re. Oggi, nel lut­to e nel­lo sgo­men­to che han­no scos­so il Paki­stan e il mon­do, la pena di mor­te appa­re solo un modo per acquie­ta­re super­fi­cial­men­te gli ani­mi spez­za­ti, e fomen­ta­re il desi­de­rio di vio­len­za, sen­za saziar­lo né spe­gner­lo, né tan­to­me­no fare giustizia.

Giu­lia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Con­di­vi­di:
Giulia Pacchiarini
Ragaz­za. Frut­to di scel­te sco­la­sti­che poco azzec­ca­te e tem­po libe­ro ben impie­ga­to ascol­tan­do per­so­ne a bor­do di mez­zi di tra­spor­to alternativi.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.