Storia di un embargo durato oltre mezzo secolo

Nel­la gior­na­ta di mer­co­le­dì 17 dicem­bre 2014 Barack Oba­ma ha dato un annun­cio del­la ripre­sa, dopo oltre mez­zo seco­lo, dei rap­por­ti diplo­ma­ti­ci Usa-Cuba. A comin­cia­re dal­la ria­per­tu­ra del­le rispet­ti­ve ambasciate.

«Ho assi­sti­to ad un curio­so epi­so­dio poco fa: un ribel­le sta­va per esse­re cat­tu­ra­to dal­la poli­zia e pur di non far­si pren­de­re vivo, ha fat­to esplo­de­re una gra­na­ta che ave­va nel­la cin­tu­ra. Ha per­so la vita, ma ha ucci­so un capi­ta­no che si tro­va­va accan­to a lui – Eh que­sti ribel­li, si sa, sono degli squi­li­bra­ti – Può dar­si, ma è una cosa che fa riflet­te­re, per­ché i sol­da­ti sono paga­ti per com­bat­te­re, i ribel­li no. – Riflet­te­re in che sen­so? — Pos­so­no vincere».

Que­sto è il flus­so di coscien­za di Michael Cor­leo­ne, inter­pre­ta­to da un gran­dis­si­mo Al Paci­no nel film Il padri­no – Par­te II, nel­la famo­sa sce­na del­la “tor­ta” ambien­ta­ta ne La Haba­na del dit­ta­to­re Ful­gen­cio Bati­sta y Zal­di­vár: l’isola-giardino-casinò-bordello degli ame­ri­ca­ni dagli anni in cui la mafia e le poten­ti enti­tà indu­stria­li suben­tra­ro­no al con­trol­lo diret­to degli USA su quel­lo che all’epoca era un pro­tet­to­ra­to, ed entra­ro­no in pos­ses­so di metà di quell’isola lus­su­reg­gian­te di vege­ta­zio­ne e ter­re­ni fertili.
Ama­ta da quell’uomo libe­ro a cui sem­pre era caro il mare, e che tan­to è caro a tut­ti gli aman­ti del­la let­te­ra­tu­ra come Heming­way, que­sta umi­da iso­la carai­bi­ca è abi­ta­ta da un popo­lo del­la cui pas­sio­ne per la vita e cor­dia­li­tà si sen­te rac­con­ta­re ovunque.

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I cuba­ni sono sem­pre sta­ti assog­get­ta­ti a qual­che tipo di enti­tà sta­ta­le dit­ta­to­ria­le: pri­ma gli Spa­gno­li (1511–1898), poi gli Sta­ti Uni­ti dei pri­mi vagi­ti impe­ria­li­sti (1903–1933) ed infi­ne l’alleanza eco­no­mi­co-mili­ta­re stret­ta con Bati­sta dopo le ribel­lio­ni sca­te­na­te­si per gli effet­ti del­la Gran­de Depressione.
Le pro­fe­ti­che paro­le del per­so­nag­gio – il film è sta­to gira­to 16 anni dopo la vera rivo­lu­zio­ne cuba­na – fan­no ben tra­spa­ri­re l’orgoglio di un popo­lo che si sen­te fie­ra­men­te uni­co nel mon­do, e che nono­stan­te tut­to con­ti­nua a non voler­si arren­de­re. L’impresa del­la sua libe­ra­zio­ne, comin­cia­ta da ottan­ta­due per­so­ne comu­ni rein­ven­ta­ti­si guer­ri­glie­ri, è già di per sé sto­ri­ca: dopo esse­re sbar­ca­ti dal­la Gran­má, la nave che li tra­spor­tò sull’isola e dal­la qua­le ha pre­so nome il più dif­fu­so quo­ti­dia­no sta­ta­le di Cuba, Castro e gli altri del Movi­mien­to 26 de julio comin­cia­ro­no la guer­ri­glia sul mas­sic­cio del­la Sier­ra Madre, accu­mu­lan­do con­sen­si e armi per con­ti­nua­re la lot­ta. Il 26 dicem­bre 1958 l’esercito rego­la­re veni­va scon­fit­to nel­la deci­si­va bat­ta­glia di San­ta Cla­ra, che apre le por­te alla con­qui­sta de La Haba­na l’8 gen­na­io 1959.

A dif­fe­ren­za di come si pen­sa comu­ne­men­te, la rivo­lu­zio­ne castri­sta non fu con­no­ta­ta da subi­to con ele­men­ti socia­li­sti; cer­to, era mol­to cri­ti­ca ver­so il pre­ce­den­te sta­tus quo, ma all’inizio il dia­lo­go tra i ver­ti­ci del­lo Sta­to rivo­lu­zio­na­rio e quel­lo sta­tu­ni­ten­se fu costante.
Il momen­to di rot­tu­ra si veri­fi­cò quan­do il 17 mag­gio del ’59 Castro pre­sen­tò in par­la­men­to la leg­ge per la rifor­ma agra­ria, all’interno del­la qua­le era pre­vi­sto l’esproprio del­le ter­re alle com­pa­gnie ed ai lati­fon­di­sti che pos­se­des­se­ro più di 405 etta­ri di ter­re­no, in cam­bio di un inden­niz­zo attra­ver­so buo­ni del teso­ro cuba­no dal ren­di­men­to ven­ten­na­le al 4% e basa­to sul valo­re fisca­le del­le ter­re espro­pria­te (in pra­ti­ca si valu­ta­va il ter­re­no a secon­da del­le tas­se che vi si pagavano).

Inu­ti­le dire come agli ame­ri­ca­ni si gelò il san­gue a que­sta pro­po­sta, alla qua­le pron­ta­men­te con­trap­po­se­ro del­le richie­ste come quel­le di pron­tez­za (paga­men­to imme­dia­to), equi­tà (valo­re dei ter­re­ni cal­co­la­to sul loro rea­le valo­re e non l’imposizione fisca­le) ed effet­ti­vi­tà (paga­men­to in dena­ro liqui­do e non in bot), ma for­se sareb­be più giu­sto dire che pose­ro il neo­na­to gover­no, dispe­ra­ta­men­te biso­gno­so di aiu­ti eco­no­mi­ci per non far esplo­de­re la rivol­ta socia­le, in una con­di­zio­ne di aut-aut: o si accet­ta­va­no le con­di­zio­ni impo­ste e si con­ti­nua­va a trat­ta­re Cuba come il luo­go per­fet­to di vacan­za per ric­chi ame­ri­ca­ni, oppu­re il sal­to nel buio.
Nel feb­bra­io 1960 il vice­pre­si­den­te sovie­ti­co Ana­stas Miko­jan se ne anda­va dall’isola dopo aver ero­ga­to un pre­sti­to da 100 mln di dol­la­ri al gover­no rivo­lu­zio­na­rio ed un’imponente for­ni­tu­ra di petro­lio in cam­bio di can­na da zucchero.

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Al rifiu­to del­le Set­te Sorel­le di raf­fi­na­re il petro­lio sovie­ti­co, si rispo­se con la nazio­na­liz­za­zio­ne del­le raf­fi­ne­rie pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio con un decre­to a fir­ma del Mini­stro dell’Industria Erne­sto “Che” Gue­va­ra, e poi, il 7 luglio suc­ces­si­vo, ven­ne fir­ma­ta la leg­ge che pre­ve­de­va la nazio­na­liz­za­zio­ne di tut­te le impre­se stra­nie­re a Cuba, que­sta vol­ta con un inden­niz­zo anco­ra più dila­zio­na­to nel tem­po e dal ren­di­men­to ancor più bas­so (30 anni al 2%).
La rispo­sta, duris­si­ma, del gover­no Usa si mani­fe­stò attra­ver­so l’applicazione del Tra­ding with the ene­my Act che con­fe­ri­va pote­ri spe­cia­li al Pre­si­den­te in tema di scam­bi com­mer­cia­li con Pae­si osti­li o in guer­ra con gli Sta­ti Uniti.
Que­sto momen­to segna l’avvio del cosid­det­to embar­go cuba­no, dato che l’allora pre­si­den­te Eise­no­h­wer ini­ziò subi­to con la dra­sti­ca ridu­zio­ne del­le impor­ta­zio­ni di can­na da zuc­che­ro — eco­no­mia che con­cen­tra­va l’80% del PIL cuba­no — e il volu­me degli affa­ri tra i due Pae­si, quan­ti­fi­ca­to in 1100 mln di dol­la­ri nel ’58 sce­se a soli 100 nel ’60, man­te­nen­do come uni­co cana­le di scam­bio quel­lo riser­va­to ad ali­men­ti e medicinali.

Gli sto­ri­ci han­no mol­to discus­so su quan­to sia­no sta­ti in pri­mis gli ame­ri­ca­ni stes­si con la loro poli­ti­ca impe­ria­li­sti­ca basa­ta sull’aggressività a con­se­gna­re (alcu­ni han­no det­to costrin­ge­re) Cuba nel­le brac­cia dell’URSS. Ma que­sta sen­sa­zio­ne era già dif­fu­sa tra i con­tem­po­ra­nei, tan­to che nel­la cam­pa­gna elet­to­ra­le di quell’anno di gra­zia il futu­ro pre­si­den­te J.F. Ken­ne­dy attac­cò il suo riva­le nel­la cor­sa alla casa bian­ca Richard Nixon accu­san­do­lo pro­prio di ciò.

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Ma tra il dire e il fare c’è sem­pre in mez­zo qual­co­sa e il nuo­vo pre­si­den­te elet­to fu ben con­ten­to di sape­re avvia­to un pro­gram­ma segre­to gover­na­ti­vo dal tito­lo “A Pro­gram of Covert Actions Again­st the Castro Regi­me” svi­lup­pa­to in quat­tro pun­ti: la crea­zio­ne di un’op­po­si­zio­ne uni­ta­ria al regi­me all’e­ste­ro; la mes­sa in pra­ti­ca di un’of­fen­si­va basa­ta sul­la pro­pa­gan­da anti­ca­stri­sta; il man­te­ni­men­to di agen­ti sul­l’i­so­la; e l’addestramento di una for­za para­mi­li­ta­re all’e­ste­ro pre­pa­ra­ta per futu­re azio­ni sull’isola.
Il timo­re, evi­den­te­men­te fon­da­to, di Castro che l’ambasciata ame­ri­ca­na a La Haba­na fos­se un covo di agen­ti segre­ti por­tò alla richie­sta di una pesan­te ridu­zio­ne del per­so­na­le, alla qua­le gli sta­tu­ni­ten­si rea­gi­ro­no chiu­den­do defi­ni­ti­va­men­te la sede dell’ambasciatore — e così spin­gen­do defi­ni­ti­va­men­te Cuba nel­la sfe­ra di influen­za socialista.

Con que­ste pre­mes­se, e die­tro la for­te pres­sio­ne dell’alto coman­do del­le for­ze arma­te, il pre­si­den­te Ken­ne­dy auto­riz­zò l’Operazione Zapa­ta, spa­gno­leg­gian­te nome in codi­ce per “fare le scar­pe” alla Revolución.
I ser­vi­zi segre­ti cuba­ni era­no già sta­ti infor­ma­ti dell’addestramento di un con­tin­gen­te anti­ca­stri­sta da par­te del­la CIA, un’attività facen­te par­te del­la nuo­va poli­cy adot­ta­ta dal gover­no degli Sta­ti Uni­ti deno­mi­na­ta “roll back” che pre­ve­de­va l’attivazione di misu­re con­cre­te per pre­ve­ni­re la dif­fu­sio­ne del comu­ni­smo in Ame­ri­ca latina.

La situazione, sempre più tesa, precipitò quando il 16 aprile 1961 Castro, nel più grande comizio di piazza che si ricordi al Memorial José Martí, proclamò Cuba uno stato socialista e denunciò i tentativi di ingerenze degli USA in tutta l’America del Sud.

Il gior­no seguen­te, il pre­si­den­te Ken­ne­dy fir­mò l’atto ope­ra­ti­vo che dava il via allo sbar­co sul­la Baía de los Cochi­nos di 1198 tra esu­li anti­ca­stri­sti e agen­ti dei ser­vi­zi segre­ti sta­tu­ni­ten­si. Il fal­li­men­to com­ple­to dell’operazione e la cat­tu­ra di qua­si tut­ti i mem­bri segnò un ricor­do glo­rio­so nel neo­na­to regi­me socia­li­sta, che nel frat­tem­po ele­va­va quel­la zona a san­tua­rio del ricor­do del­la vittoria.
L’operazione costò agli USA 53 milio­ni di dol­la­ri in ali­men­ti per bam­bi­ni e medi­ci­ne per il riscat­to degli uomi­ni cat­tu­ra­ti — a que­sto pro­po­si­to si segna­la il ten­ta­ti­vo ame­ri­ca­no di far­si fare lo scon­to per libe­ra­re solo gli ostag­gi dei ser­vi­zi segre­ti (pro­po­sta rispe­di­ta al mit­ten­te da Castro).

La Baia dei Porci oggi
La Baia dei Por­ci oggi

La sto­ria da qui in avan­ti è un’escalation con­ti­nua che ha por­ta­to il mon­do sull’orlo del­lo scon­tro nuclea­re: gli ame­ri­ca­ni rea­gi­ro­no con rab­bia su tut­ti i fron­ti, e con il pro­cla­ma 3447 si ina­spri­va ulte­rior­men­te el blo­queo, por­tan­do­lo al livel­lo di chiu­su­ra tota­le degli scam­bi eco­no­mi­ci — e se nel Forei­gn Assi­stant Act di Hei­se­no­wer si riman­da­va­no le cau­se al dan­no eco­no­mi­co matu­ra­to dal­le impre­se sta­tu­ni­ten­si, in que­sto docu­men­to si pone­va tut­to l’accento sul con­nu­bio di idee e pro­po­si­ti tra Cuba e l’URSS.

Nel ’62 un aereo spia ame­ri­ca­no sco­pre una base mis­si­li­sti­ca nuclea­re rus­sa su ter­ri­to­rio cuba­no e scop­pia quel­la che vie­ne ripor­ta­ta negli anna­li come “Cri­si dei mis­si­li di Cuba”, risol­ta dopo 13 gior­ni con un accor­do segre­to tra Ken­ne­dy e Kru­scêv con il qua­le gli USA sman­tel­la­va­no le basi NATO in Tur­chia in cam­bio del­la disa­bi­li­ta­zio­ne del­la base nel­la giun­gla caraibica.

Que­sta sto­ria pas­sa­ta si con­giun­ge con noi con­tem­po­ra­nei quan­do, fini­ta la cri­si, Ken­ne­dy cer­ca una solu­zio­ne defi­ni­ti­va alla situa­zio­ne cuba­na ed ina­spri­sce anco­ra di più le san­zio­ni: pri­ma nel feb­bra­io del ’63 con il divie­to di impor­ta­zio­ne a Cuba di pro­dot­ti ame­ri­ca­ni che fos­se­ro pas­sa­ti da Pae­si ter­zi e poi – con il Cuban Asse­ts Con­trol Regu­la­tion – si proi­bi­sce l’e­spor­ta­zio­ne di pro­dot­ti, tec­no­lo­gie e ser­vi­zi sta­tu­ni­ten­si a Cuba, sia diret­ta­men­te che attra­ver­so altri sta­ti. Vie­ne inol­tre proi­bi­ta l’im­por­ta­zio­ne di pro­dot­ti cuba­ni, sia diret­ta­men­te che indi­ret­ta­men­te, fat­ta ecce­zio­ne per mate­ria­le infor­ma­ti­vo e ope­re d’ar­te con valo­re infe­rio­re ai 25.000 dol­la­ri. Si san­ci­sce il tota­le con­ge­la­men­to dei patri­mo­ni cuba­ni (sia sta­ta­li, sia dei cit­ta­di­ni) in pos­ses­so sta­tu­ni­ten­se e vie­ne posto l’as­so­lu­to divie­to di man­da­re rimes­se a Cuba o favo­ri­re viag­gi ver­so gli Sta­ti Uni­ti, pre­ve­den­do licen­ze par­ti­co­la­ri solo in caso di emer­gen­ze umanitarie.

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È pro­prio que­sta leg­ge quel­la che Oba­ma non può toc­ca­re, essen­do una leg­ge fede­ra­le e quin­di richie­den­te l’approvazione del­le due came­re del par­la­men­to ame­ri­ca­no. Luo­go dal qua­le arri­va subi­to un mes­sag­gio a fir­ma di John Boeh­ner, capo del­la mag­gio­ran­za con­ser­va­tri­ce alla came­ra (anche il sena­to da gen­na­io pas­se­rà in mano ai repub­bli­ca­ni ndr), che non ha pro­ble­mi a defi­nir­le “con­ces­sio­ni insen­sa­te”. Que­sto per­ché si rifà al cosid­det­to Cuban Demo­cra­cy Act, docu­men­to che pre­ve­de la rimo­zio­ne par­zia­le o tota­le del bloc­co nel caso in cui ven­ga­no sod­di­sfat­te alcu­ne con­di­zio­ni tra cui lo svol­gi­men­to di ele­zio­ni libe­re e one­ste, il ripri­sti­no dei par­ti­ti di oppo­si­zio­ne, il rispet­to del­le liber­tà fon­da­men­ta­li e dei dirit­ti uma­ni dei cit­ta­di­ni cuba­ni, l’instaurazione di un regi­me eco­no­mi­co di libe­ro scam­bio e infi­ne del­le modi­fi­che costi­tu­zio­na­li tali da per­met­te­re le ele­zio­ni libe­re e one­ste di cui sopra.

Infat­ti non si può dire che la Revo­lu­ción abbia por­ta­to la liber­tà ai cuba­ni, cosa di cui inve­ce si van­ta Fidél, ma ha pro­fon­da­men­te inci­so una popo­la­zio­ne che può van­ta­re il più alto tas­so di alfa­be­tiz­za­zio­ne sul pia­ne­ta (la scuo­la è obbli­ga­to­ria per tut­ti fino al liceo) pari al 98%. Dal 2008 si sus­se­guo­no le aper­tu­re – il cele­bre “aggior­na­men­to” del socia­li­smo – del gover­no ret­to da Raúl Castro in vece del novan­ten­ne fra­tel­lo. Sono qua­si tut­te aper­tu­re di tipo eco­no­mi­co come la liber­tà di com­pra­ven­di­ta del­le case, la redi­stri­bu­zio­ne del­le ter­re, la liber­tà di apri­re un’attività com­mer­cia­le o arti­gia­na­le per con­to pro­prio. Il lato oscu­ro di que­sta meda­glia sta nel­la gran­de for­bi­ce socia­le che si è crea­ta tra colo­ro che dal 1990 (anno dell’interruzione del­le der­ra­te ali­men­ta­ri dall’URSS) han­no lavo­ra­to nel cam­po del turi­smo, accu­mu­lan­do una discre­ta quan­ti­tà di CUC – il peso con­ver­ti­bi­le cuba­no, mone­ta a tas­so fis­so crea­ta dal gover­no per sal­va­re il sal­va­bi­le – e colo­ro che inve­ce con­ti­nua­no ad esse­re paga­ti in pesos comu­ni, come ad esem­pio i dot­to­ri, che non gua­da­gna­no più di 40$ dol­la­ri al mese.

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Le aper­tu­re di Oba­ma riguar­da­no la sem­pli­fi­ca­zio­ne del pro­ces­so di richie­sta di una licen­za di viag­gio per chi può già anda­re a Cuba (ad es. per moti­vi fami­lia­ri) men­tre i viag­gi turi­sti­ci resta­no com­ple­ta­men­te vie­ta­ti, vie­ne alza­to il tet­to (da 500 a 2.000$) del­le rimes­se tri­me­stra­li da cit­ta­di­ni ame­ri­ca­ni ver­so Cuba e vie­ne aper­to l’export per mate­ria­li edi­li e soft­ware ma, come si dice­va sopra, per la rimo­zio­ne dell’embargo ser­ve l’ok del Congresso.

Il futu­ro dell’isola è incer­to, come lo sono le trat­ta­ti­ve appe­na aper­te­si. Il peso dell’eredità degli ulti­mi 50 anni di sto­ria per­se­gui­te­rà gli Sta­ti Uni­ti, che duran­te l’amministrazione Oba­ma han­no cer­ca­to un dif­fi­ci­le per­cor­so di rie­la­bo­ra­zio­ne sto­ri­ca ed ammis­sio­ne dei pro­pri errori.

Jaco­po G. Iside
@JacopoIside

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