Un piano e un manuale FCE per l’esordio di Sister Cristina

Cri­sti­na Scuc­cia, la Suor Cri­sti­na nazio­na­le, vin­ci­tri­ce accla­ma­ta del talent show di dub­bia qua­li­tà The Voi­ce — il cui nome si spe­ra non si rife­ri­sca al com­pian­to Frank Sina­tra, il qua­le nel caso, si sta­reb­be rigi­ran­do nel­la tom­ba — ha final­men­te pub­bli­ca­to il suo pri­mo disco da can­tan­te professionista.
Se qual­cu­no di voi fos­se inte­res­sa­to all’ac­qui­sto o all’a­scol­to onli­ne del sud­det­to cd si tro­ve­reb­be cer­ta­men­te di fron­te ad una serie di com­pli­ca­zio­ni lega­te essen­zial­men­te al fat­to che ora Suor Cri­sti­na ha cam­bia­to nome ed è dive­nu­ta uffi­cial­men­te Sister Cri­sti­na, in inglese.

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Se pri­ma, con l’e­sclu­si­va par­te­ci­pa­zio­ne al pro­gram­ma tele­vi­si­vo, i dub­bi e i mor­mo­rii sul per­so­nag­gio era­no già nume­ro­si, dopo l’u­sci­ta di que­sto disco e la rela­ti­va cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria, sono sicu­ra­men­te desti­na­ti a cre­sce­re. Per­ché chi cre­de­va che lo sfrut­ta­men­to del­l’im­ma­gi­ne del­la suo­ra potes­se aver dei limi­ti, si è sicu­ra­men­te dovu­to ricre­de­re dopo l’u­sci­ta di Like a Vir­gin, pri­mo sin­go­lo trat­to dal disco che, per inci­so, si chia­ma Sister Cri­sti­na, affin­ché fos­se chia­ro a tut­ti il radi­ca­le cam­bio di nome. Si, ave­te capi­to bene. Pro­prio il cele­bre pez­zo di Madon­na — la qua­le ha apprez­za­to pub­bli­ca­men­te la cover su Twit­ter, si spe­ra uni­ca­men­te per una que­stio­ne pub­bli­ci­ta­ria… — estrat­to dal­l’o­mo­ni­mo album del 1984.

Tro­va­ta pro­mo­zio­na­le sen­za dub­bio genia­le, la scel­ta di que­sta can­zo­ne ha però susci­ta­to la rea­zio­ne del SIR (Ser­vi­zio D’in­for­ma­zio­ne Reli­gio­sa) che si è espres­so sen­za mez­zi ter­mi­ni sul­la que­stio­ne, defi­nen­do la scel­ta “un’o­pe­ra­zio­ne com­mer­cia­le spe­ri­co­la­ta e fur­bet­ta”, aggiun­gen­do anche che: “Lad­do­ve lo sfrut­ta­men­to del bino­mio diavolo/acqua san­ta ha sem­pre mol­ta pre­sa sul pub­bli­co, nem­me­no agli ame­ri­ca­ni di Sister Act sareb­be venu­to in men­te una simi­le mos­sa del caval­lo. Il dub­bio dell’uso stru­men­ta­le del­la suo­ra dal­la voce d’angelo sor­ge spon­ta­neo dopo i non bril­lan­ti risul­ta­ti in ter­mi­ni di ven­di­te e di pub­bli­co post vit­to­ria tele­vi­si­va. Dein­de per cui, chi avreb­be par­la­to di lei se non aves­se can­ta­to pro­prio una can­zo­ne di Madon­na?“. E non è tut­to per­ché anche il suo men­to­re J‑Ax si è espres­so sul­la que­stio­ne, soste­nen­do la mede­si­ma tesi del SIR, com­men­tan­do ironico:

“È come se uscissi io con l’Ave Maria cantata da J‑Ax!”.

Ma adden­tria­mo­ci nel­l’a­scol­to di que­sto suda­to lavo­ro, com­po­sto da dodi­ci pez­zi — di cui die­ci cover e due ine­di­ti — fin­gen­do che a can­tar­lo non sia una suo­ra ma una sem­pli­ce can­tan­te al suo debut­to nel com­ples­so mon­do del­la disco­gra­fia moderna.
Il disco si apre con la cover del cele­bre pez­zo di Pink Try, qui rivi­si­ta­ta con un sem­pli­ce ini­zio affi­da­to agli archi. Un bra­no deci­sa­men­te grin­to­so ma che in que­sta ver­sio­ne con­vin­ce fino ad un cer­to pun­to, sia per la pes­si­ma dizio­ne ingle­se — trat­to in real­tà riscon­tra­bi­le in tut­to il disco — che per una cer­ta qual man­can­za di una inter­pre­ta­zio­ne con­vin­cen­te. C’è la voce, a vol­te for­se troppo.
Il secon­do bra­no è inve­ce l’i­ne­di­to Fal­lin’ Free, il cui testo è sta­to scrit­to a sei mani insie­me alla stes­sa Cri­sti­na: una clas­si­ca strut­tu­ra pop rock pale­se­men­te ispi­ra­ta ai Cold­play, mol­to orec­chia­bi­le ma for­se un po’ trop­po mono­to­na. Segue la cover di Like a Vir­gin, impo­sta­ta su un pia­no che ne tie­ne insie­me la strut­tu­ra dan­do vita ad un arran­gia­men­to tut­to som­ma­to con­vin­cen­te, che crea un mag­gior pathos rispet­to alla ver­sio­ne ori­gi­na­le, anche se la voce è for­se un po’ trop­po effettata.
Il quar­to bra­no è una ver­sio­ne deci­sa­men­te poco riu­sci­ta di Somewhe­re Only We Know di Kea­ne, pri­va­ta del­la strut­tu­ra melo­di­ca che la reg­ge­va, man­ca anche nel­la resa voca­le, un po’ trop­po fuo­ri dal­le sue corde.

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Pas­san­do per Bles­sed be your name di Matt Red­man, espo­nen­te di spic­co del
Chri­stian rock d’ol­tre Mani­ca, si arri­va al sesto bra­no del disco: Fix You.
E qui vera­men­te vie­ne da chie­der­si che dia­vo­lo sia cadu­to sul­la testa degli arran­gia­to­ri del pez­zo per aver pen­sa­to di impo­star­lo inte­ra­men­te su cori, per di più dal­le sono­ri­tà gospel. Cosa ne vie­ne fuo­ri? Un pez­zo sna­tu­ra­to, che per­de se stes­so e divie­ne un brut­to ten­ta­ti­vo di copia a mati­ta di un qua­dro su di un muro di una sta­zio­ne del­la metro­po­li­ta­na, dise­gna­to da un ubriaco.

Il set­ti­mo bra­no è la cover di No one di Ali­cia Keys con cui Sister Cri­sti­na era riu­sci­ta a entrar a far par­te del talent show di Rai2. Così come allo­ra, la can­zo­ne non è para­go­na­bi­le all’o­ri­gi­na­le. Il resto del disco è impo­sta­to sul­lo stes­so sche­ma: un arran­gia­men­to basa­to su di un pia­no — che spes­so sosti­tui­sce stru­men­ti fon­dan­ti la sezio­ne melo­di­ca o rit­mi­ca — segui­to dal­l’en­tra­ta del­la voce e chi­tar­re su di un sound per lo più rock, il tut­to alla con­ti­nua ricer­ca di suspan­ce e atmo­sfe­re di natu­ra enfa­ti­ca, spes­so sen­za riu­scir­ci gran­ché bene.

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Ulti­mo bra­no e secon­do ine­di­to del pro­get­to è L’amore vin­ce­rà, aper­to come di con­sue­to dal pia­no, basa­to su di un testo dal­le tema­ti­che pret­ta­men­te cri­stia­no cat­to­li­che. In con­clu­sio­ne, il disco si pre­sen­ta come un pro­get­to com­pat­to e pen­sa­to ma pie­no di pun­ti debo­li, dagli arran­gia­men­ti rischio­si e dal­le tona­li­tà trop­po monocromatiche.

Discor­so a par­te meri­ta Suor Cri­sti­na. Dal­l’a­scol­to del disco tra­spa­re sen­za dub­bio la sua pre­di­spo­si­zio­ne al can­to e la voce che però, come chiun­que can­ti o s’in­ten­da di musi­ca sa, non è suf­fi­cien­te a fare un can­tan­te sen­za pre­ci­sio­ne e dosag­gio, aspet­ti che qui man­ca­no trop­po frequentemente.
Inol­tre, si accet­ti un con­si­glio: oltre a cam­bia­re il nome nel­la cor­ri­spon­den­te tra­du­zio­ne ingle­se, sareb­be il caso d’im­pa­rar­la dav­ve­ro la lingua.

Fede­ri­co Arduini
@FedesArdu

 

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