“Ciao, sono John Cantlie, il cittadino inglese abbandonato
dal suo governo nelle mani dell’IS da due anni”

Si tro­va da poche ore in rete l’ultimo video dif­fu­so dall’IS che ritrae l’ormai noto repor­ter bri­tan­ni­co John Can­tlie — foto­gra­fo pri­ma e cor­ri­spon­den­te di guer­ra poi per, rispet­ti­va­men­te, Sun­day Times, Sun­day Tele­gra­ph, Esqui­re, GQTop Gear — nel­le vesti di improv­vi­sa­ta gui­da turi­sti­ca per le stra­de del­la cit­tà ira­che­na di Mosul, da cin­que mesi ormai for­tez­za del redi­vi­vo Calif­fa­to islamico.

[youtube]http://youtu.be/RN3ktXbLzlY[/youtube]

Nel luglio 2012, il ten­ta­ti­vo di pas­sa­re il con­fi­ne tra Tur­chia e Siria lo ave­va reso vit­ti­ma, insie­me al foto­gra­fo tede­sco Jeroen Oerl­mans, di un pri­mo rapi­men­to, che tut­ta­via non sareb­be dura­to a lun­go: i due mal­ca­pi­ta­ti ver­ran­no libe­ra­ti dal Free Syrian Army esat­ta­men­te una set­ti­ma­na più tar­di, il 26 luglio. Nel­le dichia­ra­zio­ni rila­scia­te in segui­to alla BBC, riguar­do il perio­do tra­scor­so nel­le mani dei jiha­di­sti, Can­tlie descri­ve la mag­gior par­te di loro come uomi­ni non siria­ni. Alcu­ni par­la­va­no esclu­si­va­men­te ingle­se con accen­to bri­tan­ni­co, qual­che paro­la in ara­bo; altri, nem­me­no quel­le: «They were jiha­dists who had tra­vel­led to the coun­try hoping to over­th­row the regi­me and esta­blish an Isla­mi­st State».

Ma poco impor­ta­no rapi­men­to, deten­zio­ne, mor­te sven­ta­ta (era soprav­vis­su­to anche alle pal­lot­to­le gua­da­gna­te duran­te un ten­ta­ti­vo di fuga, insie­me al com­pa­gno) e liber­tà ritro­va­ta, per­ché a novem­bre 2012 è di nuo­vo in Siria, per con­ti­nua­re il lavo­ro di cor­ri­spon­den­te ini­zia­to qual­che mese pri­ma. È qui che avvie­ne il secon­do rapi­men­to, que­sta vol­ta insie­me all’americano Foley: non si avran­no più noti­zie del repor­ter fino al 18 set­tem­bre 2013, data che inau­gu­ra la dif­fu­sio­ne del­la serie di mono­lo­ghi dal tito­lo Lend me your ears, bre­vi video pro­pa­gan­di­sti­ci in cui Can­tlie attac­ca dura­men­te la poli­ti­ca este­ra adot­ta­ta in Medio Orien­te dai Pae­si stranieri.
Le cri­ti­che col­pi­sco­no in par­ti­co­la­re Sta­ti Uni­ti e Gran Bre­ta­gna, col­pe­vo­li di aver abban­do­na­to i pro­pri cit­ta­di­ni, ostag­gi dete­nu­ti dall’IS, rifiu­tan­do di scen­de­re a pat­ti, nego­zia­re e avvia­re trat­ta­ti­ve, a dif­fe­ren­za di quan­to fat­to, tra gli altri, da Dani­mar­ca, Spa­gna e Fran­cia. E ogni video, infat­ti, si apre con la stes­sa formula:

“Hello, I’m John Cantlie, the British citizen abandoned by my own government and a prisoner of the Islamic State for nearly two years. In this programme I’m going to reveal to you some uncomfortable truths”.

Fino­ra, il cor­pus si com­po­ne di sei dif­fe­ren­ti fil­ma­ti in cui il repor­ter, nell’ormai con­no­ta­to aran­cio Guan­ta­na­mo, appa­re sedu­to ad un tavo­lo su fon­do nero, visi­bil­men­te segna­to dal­la pri­gio­nia e – sguar­do vitreo – par­la ad una came­ra qua­si sem­pre fis­sa. Oltre che con il pro­prio gover­no e quel­lo ame­ri­ca­no, se la pren­de con i media occi­den­ta­li, mani­po­la­to­ri dell’informazione, distor­so­ri di noti­zie, fal­sa­to­ri del­le veri­tà sull’IS e sul­le con­di­zio­ni in cui ver­sa­no i ter­ri­to­ri ormai sot­to il con­trol­lo del Califfato.

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Que­sto il leit­mo­tiv che per­cor­re anche l’ultimo video da poco mes­so in cir­co­la­zio­ne sul web riguar­do Mosul, di teno­re simi­le a quel­lo del “ser­vi­zio” gira­to a Koba­ne a fine otto­bre in cui Can­tlie pro­cla­ma­va l’imminente vit­to­ria dell’IS: “Sal­ve a tut­ti, sono John Can­tlie, e oggi sia­mo a Koba­ne. Lo Sta­to Isla­mi­co ha vin­to la bat­ta­glia, non cre­de­te a quel­lo che vi dico­no i media. Non vi dico­no la veri­tà. Del resto, non vedo nes­sun gior­na­li­sta qui intor­no. La cit­tà è con­trol­la­ta com­ple­ta­men­te dai sol­da­ti del­lo Sta­to Isla­mi­co, nono­stan­te i raid ame­ri­ca­ni. Quel­lo che vedo con i miei occhi sono solo muja­hed­din. Non ci sono i pesh­mer­ga cur­di. E i jiha­di­sti non sono in fuga, affatto”.
E anco­ra: “Gli ame­ri­ca­ni san­no benis­si­mo che i raid aerei non saran­no suf­fi­cien­ti a scon­fig­ge­re lo Sta­to Isla­mi­co. La bat­ta­glia sta ter­mi­nan­do, e ovvia­men­te la sta vin­cen­do lo Sta­to Isla­mi­co, anche gra­zie alle armi degli Usa para­ca­du­ta­te ai cur­di — armi che sono fini­te in mano nostra”.

Nel bre­ve repor­ta­ge da Mosul con cui l’IS con­ti­nua a mostra­re lavo­ri sem­pre più accu­ra­ti e sofi­sti­ca­ti, sem­pre meno gros­so­la­ni, il repor­ter ci rac­con­ta una real­tà diver­sa, la real­tà del Calif­fa­to, ciò che i nostri media non dico­no. Dipin­ge una real­tà paral­le­la, dis­so­nan­te e grot­te­sca, in cui la vita cit­ta­di­na a Mosul non è nien­te male; anzi, is busi­ness as usual, nono­stan­te un dicem­bre fred­do, ma soleg­gia­to: «This is not a city living in fear, as the Western media would have you believe».

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E con­ti­nua così, in un tour orga­niz­za­to per le vie del­la cit­tà, tra mer­ca­ti, gastro­no­mia loca­le e ospe­da­li effi­cien­ti con repar­ti di pedia­tria e soste­gno psi­co­lo­gi­co per bam­bi­ni trau­ma­tiz­za­ti da guer­ra e bom­bar­da­men­ti, ma è al com­mis­sa­ria­to di poli­zia loca­le che si ina­spri­sce la cri­ti­ca agli ingan­ne­vo­li media occi­den­ta­li. Que­sta vol­ta toc­ca al ser­vi­zio di giu­gno del­la CNN, “total­men­te fal­so”: non è vero che tut­ti i poli­ziot­ti sono fug­gi­ti da Mosul; non è vero che il siste­ma del­le for­ze dell’ordine è ormai al tra­col­lo, di fat­to ine­si­sten­te; Mosul è una cit­tà come tan­te, una cit­tà tran­quil­la – a Mosul, la situa­zio­ne è sta­bi­le. C’è l’elettricità, poco cri­mi­ne, e un sal­do siste­ma sani­ta­rio in gra­do di garan­ti­re l’assistenza neces­sa­ria. «È una cit­tà nor­ma­le: ci sono mol­te luci al neon». L’apice è rag­giun­to solo nel fina­le: Can­tlie si mostra sere­no alla gui­da di una moto del­la poli­zia loca­le, nono­stan­te il mili­zia­no in nero, rigo­ro­sa­men­te arma­to, sedu­to alle sue spal­le. Sorride.

Lo sco­po e il teno­re del video, nono­stan­te la diver­sa ambien­ta­zio­ne, sono quel­li dei mol­ti altri di que­sto gene­re dif­fu­si negli ulti­mi mesi. Ma una gran­de dif­fe­ren­za c’è: que­sta vol­ta il repor­ter occi­den­ta­le al ser­vi­zio del Calif­fo indos­sa i pro­pri abi­ti civi­li; bar­ba e capel­li non appa­io­no più incol­ti; anche il vol­to pare più diste­so, nono­stan­te la pri­gio­nia, e deli­nea un Can­tlie visi­bil­men­te più sano.
Inol­tre, nell’ultimo nume­ro di Dabiq pub­bli­ca­to a dicem­bre – maga­zi­ne di pro­pa­gan­da IS in lin­gua ingle­se – com­pa­re un arti­co­lo a suo nome in cui scri­ve di crol­lo del dol­la­ro, dei van­tag­gi e del­la neces­si­tà di adot­ta­re l’oro come valu­ta e, quin­di, del­la “smart move” del­lo Sta­to Isla­mi­co: la deci­sio­ne di conia­re una pro­pria mone­ta all’interno dei ter­ri­to­ri occu­pa­ti di Iraq e Siria. Tut­ta­via, il tono rela­ti­va­men­te infor­ma­le dell’articolo lascia mol­ti dub­bi su chi ne sia l’effettivo auto­re, se il repor­ter bri­tan­ni­co o uno dei suoi carcerieri.

Le opinioni riguardo l’effettiva conversione del reporter all’Islam e la presunta dichiarazione di fedeltà al Califfato continuano ad essere discordi. Rimane un dato non ignorabile: Cantlie resta un ostaggio, e in quanto tale non ha possibilità di scelta. Nonostante a Mosul, probabilmente, sia business as usual.

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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