Islamic Bank:
tutti i soldi dell’Islamic State

Come acca­de per ogni gover­no, per ogni sta­to che si rispet­ti, anche per quel­lo Isla­mi­co dell’Iraq e del Levan­te il tem­po dei bilan­ci è arri­va­to, e si fan­no ora pre­vi­sio­ni per il futu­ro. Le brea­king news dal Calif­fa­to non lascia­no dub­bi: cer­to il 2014 si è chiu­so in posi­ti­vo, se il bud­get appro­va­to e mes­so in cam­po per quest’anno si aggi­ra  attor­no ai $2 miliar­di, con un sur­plus pre­vi­sto di cir­ca 250 milio­ni (dato pro­ba­bil­men­te sot­to­sti­ma­to). Pare che i pia­ni di inve­sti­men­to per l’ingente som­ma pre­ve­da­no soste­gno a pove­ri e disa­bi­li, a don­ne rima­ste vedo­ve, a orfa­ni e fami­glie di colo­ro che han­no per­so la vita a cau­sa dei bom­bar­da­men­ti nemi­ci (ira­che­ni e coa­li­zio­ne US). Ma non solo: si par­la anche dei ser­vi­zi di base, dell’educazione e del­la sani­tà, di smal­ti­men­to rifiu­ti, di infra­strut­tu­re; quel­la nor­ma­le, pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne. Alla voce “extra”, inve­ce, arma­men­ti e sti­pen­di per i mili­zia­ni – gua­da­gna­no tra i $500 e i $600 al mese — con la volon­tà di con­ti­nua­re a finan­zia­re l’efferata guer­ra all’Occidente.

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Que­sto quan­to affer­ma­to da Naji Abdul­lah — lea­der tri­ba­le del­la cit­tà di Mosul, nuo­va Mec­ca con­qui­sta­ta dall’IS situa­ta nel nord dell’Iraq – e dal­lo sceic­co Abu Saad al-Ansa­ri – tra le auto­ri­tà reli­gio­se attual­men­te più radi­ca­te in cit­tà – nel­le ulti­me dichia­ra­zio­ni ripor­ta­te da al-Ara­by al-Jadeed.

Ciò che più ha scos­so i media inter­na­zio­na­li, fat­to sor­ri­de­re e poi gela­to il san­gue nel­le vene degli eco­no­mi­sti, è la noti­zia dell’apertura dell’Islamic Bank, la ban­ca del­lo Sta­to Isla­mi­co, con sede pro­prio a Mosul. Del resto, era già sta­ta annun­cia­ta lo scor­so novem­bre la volon­tà dell’IS di bat­te­re mone­ta pro­pria: tro­via­mo il comu­ni­ca­to uffi­cia­le anche sul pri­mo nume­ro di Dar al-Islam, il maga­zi­ne di pro­pa­gan­da jiha­di­sta in lin­gua fran­ce­se inau­gu­ra­to pro­prio a ridos­so del nuo­vo anno, facil­men­te repe­ri­bi­le sul web.

Una mone­ta tut­ta nuo­va, dun­que; a tal pun­to che risul­ta dav­ve­ro poco chia­ro come potreb­be inne­star­si nel­le fit­te tra­me di quel mer­ca­to — quel­lo mon­dia­le, quel­lo vero — da cui l’IS inne­ga­bil­men­te in ampia par­te dipen­de — alme­no, dal pun­to di vista eco­no­mi­co. Una ban­ca vera e pro­pria che — affer­ma­no, ma anco­ra man­ca­no con­fer­me per­si­no sul­la sua effet­ti­va esi­sten­za — è già in gra­do di con­ce­de­re pre­sti­ti, insie­me alla pos­si­bi­li­tà di sosti­tui­re le ban­co­no­te non più accet­ta­te oppu­re danneggiate.

C’è chi si dice stu­pi­to, chi pre­oc­cu­pa­to, scet­ti­co, diver­ti­to. Basta un momen­to per­ché quel­la pati­na d’as­sur­do scom­pa­ia, se si riflet­te sul fat­to che ci tro­via­mo di fron­te ad un pas­sag­gio piut­to­sto obbli­ga­to o quan­to­me­no pre­ve­di­bi­le, spe­cie per un’or­ga­niz­za­zio­ne ter­ro­ri­sti­ca che mira a far­si Calif­fa­to, e quin­di Sta­to, e ad acqui­si­re auto­re­vo­lez­za anche attra­ver­so la con­ti­nua, dispe­ra­ta ricer­ca di legit­ti­ma­zio­ne, su ogni pia­no: socia­le, cul­tu­ra­le, poli­ti­co; ora, anche economico.

Ma da dove arrivano tutti i soldi dello Stato Islamico?

Secon­do gli ulti­mi dati dif­fu­si a set­tem­bre dal­la BBC, l’IS espor­ta più di 9.000 bari­li di greg­gio al gior­no, con un gua­da­gno al net­to di $350.000. Tut­ta­via, se si com­pren­do­no anche tut­te le altre entra­te, la cifra magi­ca­men­te rad­dop­pia (dato con­fer­ma­to da Masrour Bar­za­ni, capo del­l’in­tel­li­gen­ce cur­da e del con­si­glio di sicu­rez­za regio­na­le del Kur­di­stan). Que­sto avvie­ne per­ché, attra­ver­so vie di con­trab­ban­do ormai più che con­so­li­da­te, il Calif­fa­to muo­ve indi­stur­ba­to quei capi­ta­li, for­te del bene­sta­re di trop­pi occhi che fin­go­no di non vede­re, sol­le­ci­ta­ti for­se dal fio­ren­te siste­ma di bak­shish (busta­rel­le), usan­za già ben radi­ca­ta nel­la regione.

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Sareb­be comun­que erro­neo — eppu­re pare que­sta la ten­den­za — fare una sti­ma dei bilan­ci del­l’IS basan­do­si qua­si esclu­si­va­men­te sui pro­ven­ti rac­col­ti dal traf­fi­co di petro­lio: è que­sta solo una del­le tan­te colon­ne por­tan­ti di un siste­ma più ampio e rami­fi­ca­to. La sua eco­no­mia si basa sì sul­la ven­di­ta ille­ga­le di greg­gio, ma non solo. Mol­ti dei finan­zia­men­ti sono sem­pre giun­ti dai gran­di signo­ri del Gol­fo (prin­ci­pi e nabab­bi, impren­di­to­ri, fami­glie di sceic­chi facol­to­si), e altri anco­ra da Qatar, Ara­bia Sau­di­ta e Tur­chia, pas­san­do per il pri­vi­le­gia­to cana­le siria­no, ben­ché gli inter­me­dia­ri si tro­vi­no dis­se­mi­na­ti lun­go tut­ta l’a­rea del Medio Orien­te. È in con­ti­nuo svi­lup­po anche il mer­ca­to nero che gra­vi­ta attor­no a reper­ti archeo­lo­gi­ci con­fi­sca­ti; i riscat­ti dei rapi­men­ti costi­tui­sco­no una buo­na fon­te di gua­da­gno, e lo stes­so le gene­ro­se dona­zio­ni dei pri­va­ti sim­pa­tiz­zan­ti elar­gi­te die­tro il fan­toc­cio degli aiu­ti uma­ni­ta­ri, le estor­sio­ni e le tas­se arbi­tra­ria­men­te impo­ste a civi­li trat­ta­ti come sud­di­ti, tra cui la zakat, la “tas­sa per aiu­ta­re i pove­ri”. E anco­ra royal­ties, bot­ti­ni del­le for­ze di sicu­rez­za nemi­che con­qui­sta­ti nel­le basi mili­ta­ri, raid su con­vo­gli che tra­spor­ta­no ingen­ti quan­ti­tà di dena­ro o sala­ri, per lo più dei dipen­den­ti pub­bli­ci. Oltre a ciò, tra Mosul, Tikrit, Fal­lu­jah e 13 altre cit­tà del­la zona, sale a 62 il nume­ro del­le ban­che che finan­zia­no più o meno dichia­ra­ta­men­te l’IS.

Sen­za tut­to que­sto soste­gno, que­sto benes­se­re, l’organizzazione non avreb­be cer­to potu­to espan­der­si così rapi­da­men­te. L’autodichiarazione di sé come Isla­mic Sta­te, la pre­sa di distan­za da al-Qae­da, è avve­nu­ta solo nel mar­zo 2013, in coin­ci­den­za con l’espansione dal grem­bo ira­che­no alla vici­na Siria, dove pochi mesi dopo avreb­be pre­so il con­trol­lo di Raq­qa, una del­le prin­ci­pa­li cit­tà del Pae­se. L’ultima gran­de con­qui­sta è la pre­sa di Mosul, secon­da cit­tà dell’Iraq, e risa­le a giu­gno 2014. Alla fine del­lo stes­so mese, il Calif­fa­to si sareb­be già auto­pro­cla­ma­to uffi­cial­men­te. Con­trol­la un’area in cui vivo­no tra i 6 e gli 8 milio­ni di per­so­ne (dato pro­ba­bil­men­te sot­to­sti­ma­to). Può ormai con­ta­re su più di 30.000 uomi­ni, 15.000 dei qua­li sono forei­gn fighters (dato pro­ba­bil­men­te sottostimato).

Propaganda? Pubblicità, marketing?

Alcu­ni eco­no­mi­sti e stu­dio­si esper­ti di grup­pi arma­ti atti­vi in Medio Orien­te descri­vo­no la recen­te deci­sio­ne dell’IS di apri­re una Ban­ca Isla­mi­ca e dichia­ra­re il pro­prio bud­get non solo come illo­gi­ca e irrea­li­sti­ca, ma come par­te di una più ampia e mas­sic­cia azio­ne di pro­pa­gan­da, di raf­for­za­men­to dell’immagine sem­pre più inte­gra e isti­tu­zio­na­le del Calif­fa­to da sovrap­por­re a quel­la di uno Sta­to come gli altri, uno Sta­to nor­ma­le. A pro­po­si­to, ricor­dia­mo l’ultimo video dif­fu­so dall’IS pro­prio a ini­zio 2015, in cui il repor­ter bri­tan­ni­co John Can­tlie, ostag­gio dal novem­bre 2012, decan­ta la vita a Mosul come quel­la di una nor­ma­le, tran­quil­la cit­ta­di­na dove, nono­stan­te tut­to, “life is busi­ness as usual”. E pro­prio di que­sto prin­ci­pal­men­te si trat­ta: busi­ness, dena­ro, affa­ri e traf­fi­ci ille­ga­li. Affa­ri che con­sen­to­no ad uno Sta­to – ben­ché autoaf­fer­ma­to, non rico­no­sciu­to – di soprav­vi­ve­re e, anzi, di cre­sce­re ed espan­der­si capillarmente.

In ogni caso, ciò non signi­fi­ca che l’IS sia in gra­do di sta­bi­li­re un siste­ma eco­no­mi­co pro­prio e indi­pen­den­te e, più di tut­to, di far­si cari­co del­le for­ti cri­si – eco­no­mi­che e non solo – dell’area che con­trol­la. Sta­ti Uni­ti e Gran Bre­ta­gna con­ti­nua­no a fare pres­sio­ni sui Pae­si euro­pei per­ché smet­ta­no di paga­re gli ingen­ti riscat­ti richie­sti per gli ostag­gi; i raid aerei di Sta­ti Uni­ti e coa­li­zio­ne non si sono mai fer­ma­ti, e l’obiettivo resta quel­lo di col­pi­re le raf­fi­ne­rie petro­li­fe­re siria­ne con­trol­la­te dal­lo Sta­to Isla­mi­co; si riflet­te inol­tre su meto­di effi­ca­ci per fer­ma­re l’avanzata del grup­po via ter­ra, mili­tar­men­te. Tut­ta­via que­ste azio­ni con­giun­te non paio­no aver rag­giun­to, ad oggi, i risul­ta­ti sperati.

Le alter­na­ti­ve sono poche: col­pi­re le fon­ti di gua­da­gno dell’IS pare comun­que l’unica, vera solu­zio­ne effi­ca­ce e l’unica spe­ran­za di fer­mar­ne l’avanzata rapi­da e deci­sa. Tut­ta­via, fino­ra, IS sem­bra dispor­re di tut­to il dena­ro neces­sa­rio a paga­re ciò di cui ha bisogno.

Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.
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