Je suis Bibi: la campagna elettorale di Netanyahu inizia da Parigi.

Il tour de force

10 gen­na­io. Il pri­mo mini­stro israe­lia­no Ben­ja­min Neta­nya­hu atter­ra, disat­te­so, all’ae­ro­por­to di Char­les De Gaul­le. Il suo arri­vo – ne è con­sa­pe­vo­le – non era né pre­vi­sto, né gradito.
Il gior­no seguen­te vie­ne lascia­to a pie­di dal pull­man che avreb­be dovu­to por­tar­lo, assie­me agli altri rap­pre­sen­tan­ti di Sta­to, alla mar­cia, e, disper­so tra la fol­la, deve sgo­mi­ta­re per rag­giun­ge­re la testa del corteo.
Le imma­gi­ni infe­li­cis­si­me del Tour de Fran­ce di “Bibi” fan­no il giro del web, in Israe­le diven­ta­no vira­li: il pre­si­den­te, abban­do­na­to a se stes­so, sbuf­fa, tele­fo­na, si aggi­ra ramin­go per il mar­cia­pie­de guar­dan­do­si attor­no anno­ia­to, nel­l’at­te­sa che un’a­ni­ma pia ven­ga a prelevarlo.

D’al­tron­de, stan­do a quan­to ripor­ta­to da Haa­re­tz, Fra­nçois Hol­lan­de era sta­to chia­ro: per moti­vi di sicu­rez­za (e per moti­vi poli­ti­ci) la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla Mar­che Repu­bli­cai­ne sareb­be sta­ta inop­por­tu­na. E Neta­nya­hu sem­bra­va, per una vol­ta, aver rece­pi­to il mes­sag­gio — non avreb­be mes­so pie­de in Fran­cia, non avreb­be sfi­la­to a brac­cet­to con gli altri capi di Sta­to per le vie di Pari­gi, se ne sareb­be rima­sto a Tel Aviv.
Il gover­no fran­ce­se vuo­le evi­ta­re sci­vo­lo­ni, tut­te le tele­ca­me­re del mon­do sono pun­ta­te sul­la capi­ta­le, e c’è neces­si­tà di tene­re il più pos­si­bi­le sepa­ra­ti l’at­ten­ta­to del 7 gen­na­io dal con­flit­to israe­lo-pale­sti­ne­se, non solo per sot­trar­re l’e­pi­so­dio a faci­li stru­men­ta­liz­za­zio­ni, ma per una que­stio­ne di coe­sio­ne inter­na al Paese.
Ma a Neta­nya­hu gli equi­li­bri e gli equi­li­bri­smi del­la diplo­ma­zia inter­na­zio­na­le stan­no stret­ti, e – voi­là – nel giro di qual­che ora arri­va la sua ade­sio­ne, o meglio, la con­fer­ma di una par­te­ci­pa­zio­ne sen­za invito.

Vous êtes Charlie, je suis Bibi.

L’E­li­seo è costret­to a tam­po­na­re l’in­si­sten­za del pre­mier israe­lia­no invi­tan­do in extre­mis anche il pre­si­den­te pale­sti­ne­se Abu Mazen, con il qua­le era­no sta­ti pre­si i mede­si­mi accordi.

Una scel­ta interessata

A con­ti fat­ti, la scel­ta di Neta­nya­hu risul­ta emi­nen­te­men­te poli­ti­ca, non pro­prio il frut­to di un irre­fre­na­bi­le moto spon­ta­neo di com­pas­sio­ne e di soli­da­rie­tà nei con­fron­ti del popo­lo fran­ce­se, anzi, le sue dichia­ra­zio­ni e quel­le dei suoi allea­ti sco­mo­di di estre­ma destra, il mini­stro degli Este­ri Avig­dor Lie­ber­man e del­l’E­co­no­mia Naf­ta­li Ben­nett (tito­la­re, fra l’al­tro, del curio­so dica­ste­ro dei Ser­vi­zi Reli­gio­si) in meri­to agli atten­ta­ti di Pari­gi van­no a logo­ra­re ulte­rior­men­te i rap­por­ti già tesi con il gover­no di Hollande.
Pro­prio a Lie­ber­man e a Ben­nett sareb­be da impu­ta­re la scel­ta del pre­si­den­te di pren­de­re par­te alla mar­cia. Subi­to dopo l’an­nun­cio del­l’a­de­sio­ne dei due mini­stri, è arri­va­ta di rim­bal­zo quel­la di Neta­nya­hu, che non pote­va lascia­re la sce­na a lea­der di par­ti­ti diver­si dal suo.
Non a due mesi dal­le ele­zio­ni, non in pie­na cam­pa­gna elettorale.

Da sinistra: Netanyahu, Lapid, Livni
Da sini­stra: Neta­nya­hu, Lapid, Livni

Seb­be­ne i due fac­cia­no par­te del gover­no e seb­be­ne i due par­ti­ti da loro gui­da­ti, Israel Bey­te­nu e la Casa Ebrai­ca, sia­no allea­ti del Likud del pre­mier, l’as­sen­za di Neta­nya­hu avreb­be lascia­to loro una visi­bi­li­tà media­ti­ca ecces­si­va e un’oc­ca­sio­ne di pro­pa­gan­da facile.
“Bibi” Neta­nya­hu vuo­le la quar­ta legi­sla­tu­ra, il tem­po strin­ge, il 17 mar­zo si avvi­ci­na e il cen­tro-sini­stra sopra­van­za il Likud nei son­dag­gi: la cam­pa­gna elet­to­ra­le fini­sce per toc­ca­re, con buo­na pace di Hol­lan­de, anche i fat­ti di Pari­gi, anzi, pro­prio da lì pren­de­re il via.

Cam­pa­gna d’Europa

La mor­te nel nego­zio kosher dei quat­tro ostag­gi appar­te­nen­ti alla comu­ni­tà ebrai­ca pari­gi­na diven­ta il pre­te­sto per invi­ta­re tut­ti i suoi mem­bri all’alyah, l’e­mi­gra­zio­ne in ter­ra d’I­srae­le, pri­ma nel cor­so del­la visi­ta alla sina­go­ga del­la cit­tà (invi­to a cui però i fede­li han­no rispo­sto into­nan­do la Mar­si­glie­se), poi duran­te le cele­bra­zio­ni dei fune­ra­li del­le vit­ti­me, sep­pel­li­te per sua scel­ta a Gerusalemme.

«Gli ebrei hanno il diritto di vivere in molti Paesi al mondo, in piena sicu­rezza. Ma c’è una sola terra che è la loro patria sto­rica e che li acco­glierà sem­pre a brac­cia parte. Israele è la vera casa di tutti noi».

La repli­ca del pri­mo mini­stro fran­ce­se Valls è sde­gna­ta e anche espo­nen­ti di spic­co del­la comu­ni­tà ebrai­ca espri­mo­no la pro­pria fer­ma oppo­si­zio­ne alle paro­le del premier.

Non per­de poi l’oc­ca­sio­ne di col­le­ga­re l’at­ten­ta­to alla que­stio­ne pale­sti­ne­se, invo­can­do l’u­ni­tà d’in­ten­ti e d’a­zio­ne del­l’Oc­ci­den­te con­tro il ter­ro­ri­smo isla­mi­co: con­tro l’I­sis, sicu­ra­men­te, e al-Quae­da, ma anche con­tro Hamas, “rami del­lo stes­so albe­ro vele­no­so”. Poco impor­ta che si trat­ti di orga­niz­za­zio­ni distan­ti per ori­gi­ne e per fini, e che fra di esse vi sia anche una riva­li­tà politica.
E spen­de paro­le dure nei con­fron­ti del­le for­ze inter­na­zio­na­li, in spe­cial modo quel­le fran­ce­si, che fino­ra avreb­be­ro, a suo dire, sot­to­va­lu­ta­to il pro­ble­ma, che non dispor­reb­be­ro di anti­cor­pi ade­gua­ti a rispon­de­re a simi­li offen­si­ve, a dif­fe­ren­za di Israele.

Di più, ten­de la mano all’E­li­seo, met­ten­do­gli a dispo­si­zio­ne il Mos­sad — un’of­fer­ta che alle orec­chie fran­ce­si suo­na più come una sfida.
Per­ché è una mano tesa anche a quel par­la­men­to che poco più di un mese fa, il 2 dicem­bre, ave­va appro­va­to una mozio­ne per il rico­no­sci­men­to del­lo Sta­to di Pale­sti­na con lar­ga mag­gio­ran­za, alli­nean­do­si così a una ten­den­za gene­ra­le del­le nazio­ni del­l’UE, impe­gna­te in que­st’ul­ti­mo anno pro­prio nel­la ride­fi­ni­zio­ne del­la con­di­zio­ne pale­sti­ne­se. Una ride­fi­ni­zio­ne che sta­va assu­men­do giu­sto nel­le scor­se set­ti­ma­ne un pro­fi­lo più con­cre­to, tan­to che il 17 dicem­bre lo stes­so Par­la­men­to Euro­peo ave­va vota­to una mozio­ne simi­la­re per il suo rico­no­sci­men­to entro i con­fi­ni sta­bi­li­ti nel 1967, men­tre la Cor­te Euro­pea si pro­nun­cia­va a favo­re del­la rimo­zio­ne di Hamas dal­la lista del­le orga­niz­za­zio­ni terroristiche.

Neta­nya­hu non cela il do ut des: «Noi soste­nia­mo l’Europa nel­la lot­ta agli estre­mi­sti, è ora che l’Europa sosten­ga noi allo stes­so modo». Non c’è nean­che biso­gno di spe­ci­fi­ca­re in cosa con­si­sta que­sto sostegno.

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La que­stio­ne palestinese

L’of­fer­ta di Neta­nya­hu ha quin­di radi­ci più pro­fon­de, ben con­fic­ca­te in Ter­ra Pro­mes­sa, dove lo atten­de una fati­co­sa cam­pa­gna dal­l’e­si­to incer­to, una par­ti­ta inter­na al Pae­se che però si gio­ca anche sul suo­lo del Vec­chio Con­ti­nen­te e nel vasto pano­ra­ma del­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li, in cui Israe­le, pro­prio per l’at­teg­gia­men­to osti­le e le richie­ste del suo pre­mier, ha per­so ulti­ma­men­te mol­to terreno.

Netanyahu non è amato né da Obama, né dagli stati europei; non è particolarmente amato neanche in patria, ancor meno – ovviamente – oltre i suoi confini, in Medioriente.

Un pro­ble­ma rela­ti­va­men­te gra­ve: secon­do gli ana­li­sti, a oggi Israe­le può con­ta­re su un van­tag­gio mili­ta­re impa­reg­gia­to e impa­reg­gia­bi­le rispet­to ai suoi anta­go­ni­sti sto­ri­ci. Siria, Iraq e Liba­no sono attual­men­te scon­vol­te dagli attac­chi del­l’IS, che come al-Quae­da non sem­bra par­ti­co­lar­men­te inte­res­sa­to a un’of­fen­si­va con­tro lo sta­to israe­lia­no, il regi­me del Cai­ro ormai sostie­ne aper­ta­men­te Tel Aviv con­tro Hamas, Hez­bol­lah ha subi­to per­di­te ingen­ti nel con­flit­to siria­no e l’I­ran non può esse­re con­si­de­ra­to in que­sto momen­to una minac­cia concreta.
Il cruc­cio del pre­mier e il nodo fon­da­men­ta­le del­la cam­pa­gna elet­to­ra­le, dun­que, è sem­pre la que­stio­ne palestinese.

Se sul fron­te inter­no il cen­tro-sini­stra spin­ge per ammor­bi­di­re le misu­re adot­ta­te dal gover­no in que­sti anni, pro­po­nen­do alter­na­ti­ve se non riso­lu­ti­ve quan­to­me­no uma­ne, gli allea­ti di destra tira­no il pre­mier ver­so una linea ancor più dura e repres­si­va, men­tre sul fron­te este­ro la posi­zio­ne di Neta­nya­hu si fa sem­pre più com­ples­sa e imbarazzante.
La Cor­te pena­le inter­na­zio­na­le del­l’A­ja ha infat­ti reso noto il 16 gen­na­io di aver aper­to un’in­da­gi­ne pre­li­mi­na­re per veri­fi­ca­re pos­si­bi­li cri­mi­ni di guer­ra com­mes­si da Israe­le e da Hamas in ter­ri­to­rio pale­sti­ne­se. Un prov­ve­di­men­to che dif­fi­cil­men­te por­te­rà a un coin­vol­gi­men­to diret­to di Neta­nya­hu, ma che pesa come un maci­gno tan­to sul suo pas­sa­to poli­ti­co, quan­to sul suo futuro.

Arian­na Bet­tin Campanini
@AriBettin

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Arianna Bettin
Irre­quie­ta stu­den­tes­sa di filo­so­fia, cer­co di fare del pun­to inter­ro­ga­ti­vo la mia ragion d’es­se­re e la chia­ve di let­tu­ra del­la realtà. 
Nel dub­bio, ci scri­vo, ci cor­ro e ci rido su.

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