Del: 10 Gennaio 2015 Di: Jacopo Musicco Commenti: 0

Da oggi 10 gennaio al 1 febbraio si terrà allo Spazio Oberdan una rassegna su Xavier Dolan, regista approdato nelle sale italiane grazie al suo ultimo lavoro, Mommy. La retrospettiva comprenderà l’ultima pellicola e i precedenti quattro film sottotitolati in italiano.

Chi è Xavier Dolan?
Regista – ma non solo, anche sceneggiatore, montatore e costumista – canadese di venticinque anni, definito un enfant prodige, l’Orson Welles del ventunesimo secolo, un fulmine a ciel sereno, osannato con otto minuti di standing ovation alla proiezione di Mommy a Cannes, ma considerato fino al giorno prima il giovane regista.

«Come hai fatto a fare un film così alla tua età?» è una delle domande ricorrenti in tutte le interviste tenute da Dolan. E la risposta è sempre la stessa «Per me non è un lavoro, la mia è passione e l’età non è un ostacolo». E questo è ciò che critici ed esperti non hanno capito fino a Mommy: la passione non ha età, ma soprattutto la passione non esclude una visione matura del mondo, anzi molto spesso la amplifica.

Tutto ciò detto da un ragazzo di vent’anni che a volte si sente inadatto, fuori posto, proprio come i personaggi dei film di Dolan. Ed è l’empatia e il coinvolgimento che costituisce la forza dello sguardo cinematografico – e di vita – di questo giovane (mi ostino a definirlo così, anche se di giovane ha solo l’aspetto); la possibilità di credere realmente a quello che si vede sullo schermo, rottura e rafforzamento della quarta parete nello stesso momento. Impossibile dite voi, cinema dico io.
Ma quale modo migliore di raccontare un regista se non attraverso i suoi film?

Mommy – I sentimenti maturi di un giovane regista.

Ci sono film che non si fanno influenzare da ciò che accade oltre la macchina da presa, ci sono film che dovrebbero, e poi ci sono film che riescono ad assimilare furtivamente i sentimenti, le speranze, i sogni oltre il copione. Mommy è uno di questi.

Mommy-splash

Quinto lungometraggio di Dolan, vincitore – ex equo con Adieu au langage di Jean-Luc Godard – del Premio della giuria alla 67° edizione del Festival di Cannes.

Il regista quebechiano ci trasporta in un Canada non troppo futuro in cui le difficoltà e le speranze di madre, figlio e vicina di casa si intrecciano, creando una quotidianità anormale dominata da inesauribili sentimenti di amore e odio.

La trama di Mommy sembra scritta per commuovere. E lo fa, commuove, ma in modo genuino, senza sfruttare troppo la finzione cinematografica, lasciando anzi allo spettatore la sensazione che quella potrebbe essere la sua storia o quella di qualcuno che conosce. Dolan riesce a esprimere tali sentimenti non solo attraverso la narrativa, ma anche grazie a un’acuta mise-en-scène.

La scelta visiva del 1:1 invece di limitare la comunicatività della pellicola ne amplia il messaggio. All’inizio le invadenti colonne laterali nere possono sembrare un rimando alle immagini degli smartphones che tutti, o quasi, abbiamo visto su internet per i virali vine, ben presto però anche il meno attento degli spettatori si renderà conto che c’è di più, nascosto dietro a quelle barriere visive. Come i protagonisti sono imprigionati nelle loro vite così anche chi osserva deve sentirti intrappolato.

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L’abilità del regista canadese risiede nel creare climax con una semplicità apparentemente inconsapevole, incorniciando dettagli, accarezzando i proprio personaggi, calando lo spettatore in una situazione poeticamente reale. A tratti è una sensazione che lascia senza fiato, ti accorgi che manca aria, allora ti fermi, giusto l’attimo di un respiro.

In Mommy – ma in generale in tutti i suoi film – non sono solo le immagini ad avere un ruolo centrale, anche i suoni ricoprono una funzione chiave per la riuscita di quel percorso introspettivo che Dolan vuol far intraprendere allo spettatore. E’ proprio nell’ambito della colonna sonora che si fa spazio la freschezza e la libertà del giovane canadese, che non si tira indietro quando c’è da accostare le melodie da pianoforte dei Counting Crows e Eiunaudi  al pop di Dido e Lana del Rey, ricordandoci che alcune cose al cinema, se eseguite nel modo giusto e con uno sguardo consapevole, si possono ancora fare, anzi, andrebbero fatte più spesso.

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Immersi nella nebbia di emozioni che nasconde la ragione, alla fine delle due ore e venti, ciò ci accompagna a casa è l’immagine di un amore, tanto tragico quanto coinvolgente, tra madre e figlio.

«We still love each other, right?»
«That’s what we’re best at, buddy»

Alla prossima Xavier Dolan, so che non passerà molto prima del nostro prossimo incontro.

Jacopo Musicco
@jacopomusicco
Jacopo Musicco
“Conosco la vita, sono stato al cinema."

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