L’irrequieto cammino di Xavier Dolan

Da oggi 10 gen­na­io al 1 feb­bra­io si ter­rà allo Spa­zio Ober­dan una ras­se­gna su Xavier Dolan, regi­sta appro­da­to nel­le sale ita­lia­ne gra­zie al suo ulti­mo lavo­ro, Mom­my. La retro­spet­ti­va com­pren­de­rà l’ultima pel­li­co­la e i pre­ce­den­ti quat­tro film sot­to­ti­to­la­ti in italiano.

Chi è Xavier Dolan?
Regi­sta – ma non solo, anche sce­neg­gia­to­re, mon­ta­to­re e costu­mi­sta – cana­de­se di ven­ti­cin­que anni, defi­ni­to un enfant pro­di­ge, l’Orson Wel­les del ven­tu­ne­si­mo seco­lo, un ful­mi­ne a ciel sere­no, osan­na­to con otto minu­ti di stan­ding ova­tion alla pro­ie­zio­ne di Mom­my a Can­nes, ma con­si­de­ra­to fino al gior­no pri­ma il gio­va­ne regi­sta.

«Come hai fat­to a fare un film così alla tua età?» è una del­le doman­de ricor­ren­ti in tut­te le inter­vi­ste tenu­te da Dolan. E la rispo­sta è sem­pre la stes­sa «Per me non è un lavo­ro, la mia è pas­sio­ne e l’età non è un osta­co­lo». E que­sto è ciò che cri­ti­ci ed esper­ti non han­no capi­to fino a Mom­my: la pas­sio­ne non ha età, ma soprat­tut­to la pas­sio­ne non esclu­de una visio­ne matu­ra del mon­do, anzi mol­to spes­so la amplifica.

Tut­to ciò det­to da un ragaz­zo di vent’anni che a vol­te si sen­te ina­dat­to, fuo­ri posto, pro­prio come i per­so­nag­gi dei film di Dolan. Ed è l’empatia e il coin­vol­gi­men­to che costi­tui­sce la for­za del­lo sguar­do cine­ma­to­gra­fi­co – e di vita – di que­sto gio­va­ne (mi osti­no a defi­nir­lo così, anche se di gio­va­ne ha solo l’aspetto); la pos­si­bi­li­tà di cre­de­re real­men­te a quel­lo che si vede sul­lo scher­mo, rot­tu­ra e raf­for­za­men­to del­la quar­ta pare­te nel­lo stes­so momen­to. Impos­si­bi­le dite voi, cine­ma dico io.
Ma qua­le modo miglio­re di rac­con­ta­re un regi­sta se non attra­ver­so i suoi film?

Mommy – I sentimenti maturi di un giovane regista.

Ci sono film che non si fan­no influen­za­re da ciò che acca­de oltre la mac­chi­na da pre­sa, ci sono film che dovreb­be­ro, e poi ci sono film che rie­sco­no ad assi­mi­la­re fur­ti­va­men­te i sen­ti­men­ti, le spe­ran­ze, i sogni oltre il copio­ne. Mom­my è uno di questi.

Mommy-splash

Quin­to lun­go­me­trag­gio di Dolan, vin­ci­to­re – ex equo con Adieu au lan­ga­ge di Jean-Luc Godard – del Pre­mio del­la giu­ria alla 67° edi­zio­ne del Festi­val di Cannes.

Il regi­sta que­be­chia­no ci tra­spor­ta in un Cana­da non trop­po futu­ro in cui le dif­fi­col­tà e le spe­ran­ze di madre, figlio e vici­na di casa si intrec­cia­no, crean­do una quo­ti­dia­ni­tà anor­ma­le domi­na­ta da ine­sau­ri­bi­li sen­ti­men­ti di amo­re e odio.

La tra­ma di Mom­my sem­bra scrit­ta per com­muo­ve­re. E lo fa, com­muo­ve, ma in modo genui­no, sen­za sfrut­ta­re trop­po la fin­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca, lascian­do anzi allo spet­ta­to­re la sen­sa­zio­ne che quel­la potreb­be esse­re la sua sto­ria o quel­la di qual­cu­no che cono­sce. Dolan rie­sce a espri­me­re tali sen­ti­men­ti non solo attra­ver­so la nar­ra­ti­va, ma anche gra­zie a un’acuta mise-en-scène.

La scel­ta visi­va del 1:1 inve­ce di limi­ta­re la comu­ni­ca­ti­vi­tà del­la pel­li­co­la ne amplia il mes­sag­gio. All’inizio le inva­den­ti colon­ne late­ra­li nere pos­so­no sem­bra­re un riman­do alle imma­gi­ni degli smart­pho­nes che tut­ti, o qua­si, abbia­mo visto su inter­net per i vira­li vine, ben pre­sto però anche il meno atten­to degli spet­ta­to­ri si ren­de­rà con­to che c’è di più, nasco­sto die­tro a quel­le bar­rie­re visi­ve. Come i pro­ta­go­ni­sti sono impri­gio­na­ti nel­le loro vite così anche chi osser­va deve sen­tir­ti intrappolato.

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L’abilità del regi­sta cana­de­se risie­de nel crea­re cli­max con una sem­pli­ci­tà appa­ren­te­men­te incon­sa­pe­vo­le, incor­ni­cian­do det­ta­gli, acca­rez­zan­do i pro­prio per­so­nag­gi, calan­do lo spet­ta­to­re in una situa­zio­ne poe­ti­ca­men­te rea­le. A trat­ti è una sen­sa­zio­ne che lascia sen­za fia­to, ti accor­gi che man­ca aria, allo­ra ti fer­mi, giu­sto l’attimo di un respiro.

In Mom­my – ma in gene­ra­le in tut­ti i suoi film – non sono solo le imma­gi­ni ad ave­re un ruo­lo cen­tra­le, anche i suo­ni rico­pro­no una fun­zio­ne chia­ve per la riu­sci­ta di quel per­cor­so intro­spet­ti­vo che Dolan vuol far intra­pren­de­re allo spet­ta­to­re. E’ pro­prio nell’ambito del­la colon­na sono­ra che si fa spa­zio la fre­schez­za e la liber­tà del gio­va­ne cana­de­se, che non si tira indie­tro quan­do c’è da acco­sta­re le melo­die da pia­no­for­te dei Coun­ting Cro­ws e Eiu­nau­di  al pop di Dido e Lana del Rey, ricor­dan­do­ci che alcu­ne cose al cine­ma, se ese­gui­te nel modo giu­sto e con uno sguar­do con­sa­pe­vo­le, si pos­so­no anco­ra fare, anzi, andreb­be­ro fat­te più spesso.

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Immer­si nel­la neb­bia di emo­zio­ni che nascon­de la ragio­ne, alla fine del­le due ore e ven­ti, ciò ci accom­pa­gna a casa è l’immagine di un amo­re, tan­to tra­gi­co quan­to coin­vol­gen­te, tra madre e figlio.

«We still love each other, right?»
«Tha­t’s what we’­re best at, buddy»

Alla pros­si­ma Xavier Dolan, so che non pas­se­rà mol­to pri­ma del nostro pros­si­mo incontro.

Jaco­po Musicco
@jacopomusicco
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Jacopo Musicco
“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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