Opinione.
La banalità dell’intolleranza

Dal 6 al 10 gen­na­io sono sta­ti regi­stra­ti in Fran­cia 15 attac­chi alla comu­ni­tà musul­ma­na. Tre vol­te moschee e loca­li adia­cen­ti sono sta­ti assal­ta­ti con fuci­li, gra­na­te da adde­stra­men­to, bom­be fat­te in casa. In Cor­si­ca è sta­ta abban­do­na­ta una testa di maia­le fuo­ri da un cen­tro pre­ghie­re con un bigliet­to, “La pros­si­ma vol­ta sarà una vostra testa”.
In Ita­lia la Lega si è espres­sa in un osce­no volan­ti­nag­gio sul­le vetri­ne di loca­li isla­mi­ci rie­vo­can­do imma­gi­ni del­la Ber­li­no del 1933.

Nel pome­rig­gio di dome­ni­ca, a difen­de­re le stes­se imma­gi­ni d’o­dio, Emer­gen­cy ha orga­niz­za­to una mani­fe­sta­zio­ne in piaz­za Duo­mo, per “Sta­re insieme.”
La comu­ni­tà isla­mi­ca di Mila­no si è uni­ta alle celebrazioni.
“Doma­ni pome­rig­gio sare­mo in piaz­za del Duo­mo per pren­de­re le distan­ze dagli atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci di Pari­gi e mani­fe­sta­re la nostra soli­da­rie­tà alle fami­glie del­le vit­ti­me”, ha det­to Abdel Hamid Shaa­ri, fon­da­to­re del­l’I­sti­tu­to cul­tu­ra­le Isla­mi­co di via­le Jenner.
“Sta­re insie­me,” men­tre la Lega defac­cia i nego­zi e mani­fe­sta con­tro la costru­zio­ne di moschee, sot­to urla ani­ma­le­sche di “Sia­mo in guerra.”

C’è da svenire dalla dissonanza cognitiva.

Dal­la stra­zian­te gior­na­ta di mer­co­le­dì fino a ieri la sce­na poli­ti­ca bipar­ti­san, la stam­pa e l’opinione pub­bli­ca si è pro­dot­ta nel­la piú viva, acu­ta e sprez­zan­te fru­sta­ta d’odio immaginabile.

Un odio tale che cer­ta­men­te non giu­sti­fi­ca la vio­len­za dell’attentato di Pari­gi, ma che silen­zio­sa­men­te nor­ma­liz­za l’idea del coin­vol­gi­men­to occi­den­ta­le in una moder­na guer­ra di reli­gio­ne, e di cui gli spin doc­to­r/a­git-prop jiha­di­sti sapran­no fare del loro peggio.

La rea­zio­ne occi­den­ta­le, eret­ta su stri­min­zi­ti e impol­ve­ra­ti pila­stri-idea­li di liber­tà di espres­sio­ne e supre­ma­zia cul­tu­ra­le, è sta­ta tan­to pre­ve­di­bi­le quan­to ingiu­sti­fi­ca­bi­le. Tan­to vio­len­ta quan­to banale. 

Primo pilastro
Libertà di espressione, satira e odio

L’opinione in Ita­lia. Un pic­co­lo appun­to, pur­trop­po dovu­to, ai tan­ti improv­vi­sa­ti esti­ma­to­ri del­la sati­ra nell’opinione di destra e ai tan­ti altret­tan­to improv­vi­sa­ti esti­ma­to­ri del­le cari­ca­tu­re d’odio di Char­lie Heb­do nell’opinione di sini­stra: a giu­di­ca­re dai pre­ce­den­ti del­la giu­ri­spru­den­za ita­lia­na, una par­te impor­tan­te del­la pro­du­zio­ne di Char­lie Heb­do, inclu­se alcu­ne vignet­te isla­mo­fo­be che sono cir­co­la­te in que­sti gior­ni, non sareb­be coper­ta da liber­tà di espressione.
Il dirit­to di sati­ra non è con­tem­pla­to nell’ordinamento ita­lia­no, al con­tra­rio di quel­lo di cro­na­ca e di cri­ti­ca. Non è garan­ti­to dal­la Costi­tu­zio­ne e da nes­su­na legge.

La que­stio­ne è lascia­ta alla giu­ri­spru­den­za e all’attività ordi­na­ria del­la magi­stra­tu­ra, che si è piú vol­te espres­sa sul fron­te assi­mi­lan­do la sati­ra all’ilarità — dagli anni Set­tan­ta ad oggi.
Come inse­gna il mae­stro Dario Fo, l’offendere è ele­men­to fon­dan­te del­la sati­ra, che la distin­gue dal piú mode­ra­to e ser­vi­le sfot­tò.

La giurisprudenza italiana per questo non ha mai accorpato la satira al giornalismo, perché sarebbe impossibile e ingiusto applicarne gli stessi parametri, come quello di verità.

Quan­to è richie­sto in Ita­lia per­ché un’opera sia rico­no­sciu­ta come sati­ri­ca e non come dif­fa­ma­zio­ne è di rispet­ta­re il limi­te del­la con­ti­nen­za — la sati­ra deve quin­di rap­pre­sen­ta­re una for­ma di cri­ti­ca rea­liz­za­ta con tale mez­zo espres­si­vo. (Cass. Pen. Sez. V n. 2118/00)
Nel caso acco­sta­men­ti vol­ga­ri o ripu­gnan­ti e defor­ma­zio­ne dell’immagine susci­ti­no disprez­zo o dileg­gio (Cass. Pen. Sez. V n. 2128/00), anche sot­to for­ma di vignet­te e cari­ca­tu­re (Cass. Pen. Sez. V n.2885/92 e Cass. Civ. Sez. III n.14485/00), non si può pre­ten­de­re come scri­mi­nan­te per esclu­de­re puni­bi­li­tà l’esercizio di un dirit­to pre­vi­sto dall’articolo 51 del codi­ce pena­le italiano.
La Supre­ma Cor­te ha sta­tui­to nel 1998 che la sati­ra “non si deve risol­ve­re in un insul­to gra­tui­to anche se espres­so in una para­fra­si o in una simi­li­tu­di­ne più o meno fan­ta­sio­sa, né risol­ver­si in un bana­le men­da­cio ido­neo a lede­re la repu­ta­zio­ne del desti­na­ta­rio” (Cass. 7.7.1998, n. 7990)

L’ironia sca­to­lo­gi­ca di Char­lie Heb­do con pro­ta­go­ni­sta Mao­met­to e varie cari­ca­tu­re di ara­bi non-descript non rispon­de­reb­be al limi­te di con­ti­nen­za, ed è inne­ga­bi­le mani­fe­sta­zio­ne di disprez­zo. Pre­ce­den­ti indi­ca­no che la giu­ri­spru­den­za ita­lia­na non la rico­no­sce­reb­be come satira.
Ma Char­lie Heb­do è una rivi­sta fran­ce­se, e sareb­be scor­ret­to valu­ta­re la situa­zio­ne usan­do stru­men­ti alla Fran­cia alieni.
Un com­por­ta­men­to che dovrem­mo impa­ra­re a ado­pe­ra­re anche in altri con­te­sti. Dei qua­li par­le­re­mo dopo.

Osser­via­mo allo­ra cosa dice la nor­ma­ti­va francese.

***

In Fran­cia, Pae­se che potreb­be con buon tito­lo dichia­rar­si patria del­la stam­pa sati­ri­ca, la situa­zio­ne è piú complessa.
Il droit à la sati­re, con­si­de­ra­to par­te del­la liber­té d’expression, è infat­ti con­fi­nan­te con un ben defi­ni­to droit à l’image.

Un pre­ce­den­te copre le spal­le alle cari­ca­tu­re di Char­lie Heb­do, la sen­ten­za 2006 che ave­va chiu­so l’affaire Maho­met: l’Unione del­le orga­niz­za­zio­ni isla­mi­che di Fran­cia (UOIF) ave­va denun­cia­to il gior­na­le per la pub­bli­ca­zio­ne del­le vignet­te ori­gi­na­te sul quo­ti­dia­no dane­se Jyl­lands-Posten, ma il tri­bu­na­le ave­va nega­to loro soddisfazione.

Dalla marcia per Charlie Hebdo di Bordeaux, lezioni sullo “Stare insieme”
Dal­la mar­cia per Char­lie Heb­do di Bor­deaux, lezio­ni sul­lo “Sta­re insieme”

È suf­fi­cien­te guar­da­re le vignet­te del Jyl­lands-Posten per capi­re che sì, i pre­sup­po­sti per una sen­ten­za diver­sa non ci fos­se­ro. Le vignet­te, alcu­ne vio­len­tis­si­me, sono comun­que mani­fe­sta­zio­ne di un com­men­to cri­ti­co nei con­fron­ti di even­ti e carat­te­ri­sti­che del mon­do islamico.
Il caso sem­bre­reb­be chiu­so, ma le vignet­te di Char­lie Heb­do seguo­no una for­mu­la sca­to­lo­gi­ca mol­to piú vici­na a quel­la dei foto­mon­tag­gi por­no­gra­fi­ci di cui fu vit­ti­ma Sar­ko­zy in una serie di coper­ti­ne del gior­na­le sati­ri­co Le Mon­te tra il 2009 e il 2010 — e quel­le, anche in Fran­cia, furo­no con­si­de­ra­te con­sti­tua­ient une attein­te à la digni­té de la per­son­ne humai­ne. Fu chie­sto al maga­zi­ne, qual­sia­si vignet­ta por­no­gra­fi­ca venis­se pub­bli­ca­ta, di auto­cen­su­rar­si. Da que­sta sen­ten­za pos­sia­mo trar­re due con­clu­sio­ni: che la rea­liz­za­zio­ne di vignet­te spin­te, raf­fi­gu­ran­ti sog­get­ti la cui per­so­na pub­bli­ca non si è mai mesco­la­ta con l’intimità ses­sua­le, sia con­si­de­ra­to un attac­co alla digni­tà uma­na, o che fare sati­ra su un poten­te sia diver­so che con­tro i deboli.

Improv­vi­si e ina­spet­ta­ti, gli epi­so­di di mer­co­le­dì con­tro Char­lie Heb­do e di vener­dì al super­mer­ca­to kosher sono tra­ge­die che riem­pio­no il cuo­re di disperazione.
Quel­lo che l’attacco a Char­lie Heb­do non fa è limi­ta­re in alcun modo la liber­tà di stam­pa. Anzi, quel­lo a cui abbia­mo assi­sti­to negli ulti­mi gior­ni, con l’esplosione del­le vignet­te su tut­te le pri­me pagi­ne di gior­na­li euro­pei, è sta­to un abu­so del­la liber­tà di stam­pa. In pre­da ad un rap­tus ven­di­ca­ti­vo, usan­do come scap­pa­to­ia il loro esse­re par­te di una noti­zia così dram­ma­ti­ca, sono sta­te pub­bli­ca­te in mas­sa imma­gi­ni di odio raz­zia­le, imma­gi­ni che, dif­fu­se come sati­ra sareb­be­ro sta­te con­te­sta­bi­li in tribunale.

Mi si perdoni il paragone estremo — ma orribili pagine di Storia sono state scritte in precedenza da chi agitava la bandiera della libertà di stampa contro le minoranze
Mi si per­do­ni il para­go­ne estre­mo — ma orri­bi­li pagi­ne di Sto­ria sono sta­te scrit­te in pre­ce­den­za da chi agi­ta­va la ban­die­ra del­la liber­tà di stam­pa con­tro le minoranze

È raro poter guar­da­re alla stam­pa ame­ri­ca­na come maî­tre à pen­ser, ma a vol­te ave­re un Ocea­no di mez­zo aiu­ta a ragio­na­re a fred­do. Il New York Times, il Washing­ton Post, AP e CNN non han­no pub­bli­ca­to le imma­gi­ni, suben­do le peg­gio­ri accu­se. Gros­sa è la dif­fe­ren­za tra con­si­de­ra­re leci­te le vignet­te di Char­lie Heb­do, posi­zio­ne che come abbia­mo visto è già rela­ti­va­men­te discu­ti­bi­le, e dif­fon­de­re imma­gi­ni incendiarie.
L’incapacità dei media outlet di rea­gi­re con com­po­stez­za e di copri­re la noti­zia con matu­ri­tà è sta­ta accom­pa­gna­ta da altret­tan­ta man­can­za di respon­sa­bi­li­tà e rispet­to da par­te dei poli­ti­ci, e l’odio si è dif­fu­so istan­ta­nea­men­te in tut­ta l’opinione pubblica.
Le orga­niz­za­zio­ni ter­ro­ri­sti­che isla­mi­che non pote­va­no chie­de­re nien­te di meglio.

Secondo pilastro
il primato culturale occidentale

La cam­pa­gna d’odio aper­ta­si come rea­zio­ne istan­ta­nea all’attentato è sta­ta bipar­ti­san — sfac­cia­ta e cru­de­le quel­la del­le destre, leg­ge­ra e invo­lon­ta­ria quel­la del­le sini­stre. Gli epi­so­di si sono sus­se­gui­ti crean­do un vero infer­no per i milio­ni di musul­ma­ni resi­den­ti in Euro­pa. (44 milio­ni nel 2011)

Per i talent scout di Al–Qaeda e ISIS, l’ambiente non potreb­be esse­re il migliore.
Si può ripe­te­re a un grup­po di per­so­ne che “Sono il nemi­co” e che sia­mo in guer­ra solo un nume­ro fini­to di vol­te pri­ma che final­men­te se ne con­vin­ca­no, ma d’altro can­to è altret­tan­to scor­ret­to e fon­da­men­tal­men­te raz­zi­sta pre­ten­de­re che orga­niz­za­zio­ni isla­mi­che in giro per il mon­do deb­ba­no pren­de­re le distan­ze da “paz­zi iso­la­ti”, qua­si che ade­ri­re a una cer­ta fede fos­se un vizio fasti­dio­so che l’occidente tol­le­ra, e ver­so il qua­le è neces­sa­rio mostra­re riconoscenza.

Parigi per la Pace
Pari­gi per la Pace

Il filo nero che uni­sce la destra e la sini­stra euro­pea è una fon­da­men­ta­le con­vin­zio­ne di fon­do: che noi si deten­ga l’indiscusso pri­ma­to cul­tu­ra­le, che si abbia a che fare con bar­ba­ri che vivo­no in case di sabbia.
Nel­la mat­ti­na di ieri 10 gen­na­io, il Pre­si­den­te del Con­si­glio si è nuo­va­men­te espo­sto sull’argomento: “(L’autore dell’attentato, ndr) Non lo ha fat­to solo per com­pie­re un atto di ter­ro­ri­smo ma per pro­va­re a met­te­re in discus­sio­ne l’identità stes­sa dell’Europa, il nostro modo di con­ce­pi­re la vita (…)”, Ren­zi avvi­sa di non lasciar­si ingan­na­re “dall’atteggiamento cial­tro­ne e mal­de­stro di chi anche in Ita­lia pen­sa che il con­tra­rio dell’identità sia l’integrazione: il con­tra­rio è la disin­te­gra­zio­ne”, ma arri­va alla con­clu­sio­ne sba­glia­ta: ”La cul­tu­ra è l’antidoto al ter­ro­re.”, la nostra cul­tu­ra, sottinteso.

L’idea stessa di integrazione ha sottofondi razzisti,

come se doves­si­mo inse­gna­re, novel­li mae­stri­ni, la supe­rio­ri­tà del­la nostra socie­tà ai pove­ri sel­vag­gi che si asciu­ga­no sul­le nostre bel­le coste.
L’unica spe­ran­za per un futu­ro non esplo­si­vo è vice­ver­sa l’interazione — la com­mi­stio­ne di cul­tu­re diver­se, che han­no solo da impa­ra­re in que­sto scam­bio, e nul­la da per­de­re, per­ché l’identità cul­tu­ra­le non è un magaz­zi­no con uno spa­zio finito.
È inne­ga­bi­le ad esem­pio che il pae­sag­gio urba­no del­le vie di Segra­te, Tori­no, e Roma sia sta­to influen­za­to e modi­fi­ca­to dal­la costru­zio­ne del­le nuo­ve moschee ita­lia­ne, lo stes­so desti­no dob­bia­mo augu­ra­re alla cul­tu­ra di que­sto con­ti­nen­te. Nel con­te­sto di una socie­tà demo­cra­ti­ca e lai­ca, dove lo Sta­to si è ele­va­to a vero arbi­tro super par­tes, i pre­sup­po­sti per una vera fusio­ne cul­tu­ra­le ci sono — ma il pro­ces­so è sta­to pro­gram­ma­ti­ca­men­te ral­len­ta­to, o del tut­to fermato.

Il mon­do occi­den­ta­le trop­po a lun­go si è con­ces­so il lus­so di ave­re due fac­ce: in guer­ra aper­ta con l’Islam in ter­re eso­ti­che, e sor­ri­den­te, acco­glien­te, col vol­to puli­to in Patria.

Dall’altra par­te, il con­cet­to odier­no di jihad, in con­trap­po­si­zio­ne al signi­fi­ca­to ori­gi­na­rio di “lot­ta inte­rio­re”, nasce nel con­te­sto del risve­glio isla­mi­co degli anni 70, con­tro il pro­ces­so di occi­den­ta­liz­za­zio­ne degli anni precedenti.
A dif­fe­ren­za di pre­ce­den­ti jihad com­bat­tu­te come guer­re anti-colo­nia­li­ste duran­te tut­to l’800 e fino alla rivol­ta dei Basma­chi, l’odierna jihad ren­de pro­ta­go­ni­sta del pro­prio pen­sie­ro il pani­sla­mi­smo, un’idea asso­lu­ta­men­te poli­ti­ca e che poco ha a che fare con la reli­gio­ne. Lo sco­po: la crea­zio­ne di una sor­ta di calif­fa­to fede­ra­le capa­ce di por­si come pari alle altre gran­di for­ze inter­na­zio­na­li e che rical­chi la con­fi­nan­te Unio­ne Europea.
La que­stio­ne reli­gio­sa è fon­da­men­ta­le come col­lan­te socia­le, per­ché l’Islam è di tut­ti i musul­ma­ni, “sia quel­li buo­ni che quel­li cat­ti­vi”, ed è disu­ma­no chie­de­re a un popo­lo di sce­glie­re l’occidentalizzazione, spac­cia­ta da inte­gra­zio­ne, sop­por­tan­do il nostro pre­giu­di­zio con­ti­nuo, pur di pren­de­re le distan­ze dai ter­ro­ri­sti che stru­men­ta­liz­za­no la loro fede.
A un discor­so estre­mi­sta, fon­da­to su un pro­gram­ma poli­ti­co e solo masche­ra­to da cul­tu­ra, rispon­dia­mo nel­la stes­sa lin­gua, nel­lo stes­so modo — e poi chie­dia­mo a chi sta nel mez­zo che veda fan­to­ma­ti­che differenze.


Per que­sto è scor­ret­to dif­fon­de­re le vignet­te d’odio e san­ti­fi­ca­re gli auto­ri di Char­lie Heb­do. Per que­sto è allar­man­te par­la­re di inte­gra­zio­ne men­tre altri par­la­no di guer­ra — è così che un popo­lo diven­ta due vol­te vit­ti­ma, la pro­pria reli­gio­ne aggre­di­ta sia in casa che da alie­ni igno­ran­ti, che sor­ri­den­ti muo­vo­no guer­re sus­sur­ran­do “Adapt or die”.

Fin­ché l’Europa non impa­re­rà a non teme­re il mel­ting pot cul­tu­ra­le, fin­ché come socie­tà non impa­re­re­mo a distin­gue­re la liber­tà di espres­sio­ne dall’odio, posi­zio­ni poli­ti­che che sfo­cia­no tal­vol­ta nel­la pro­pa­gan­da raz­zi­sta, non abbia­mo spe­ran­za per un futu­ro migliore.
In que­sti gior­ni non abbia­mo fat­to altro che garan­ti­re che epi­so­di come quel­lo di mer­co­le­dì si ripe­ta­no, abbia­mo aper­to spi­ra­gli per­ché pro­fon­de repres­sio­ni si sca­te­ni­no con­tro inno­cen­ti, abbia­mo dimo­stra­to la real­tà mai inte­rio­riz­za­ta di non dete­ne­re nes­su­na ban­die­ra di pri­ma­to culturale.

Gio­va­ni sor­ri­den­ti, col vol­to puli­to e le lacri­me agli occhi, mar­cia­va­no nel­le stra­de del­le gran­di cit­tà d’Europa, uni­ti da paro­le di cui abbia­mo già abu­sa­to trop­po, negli ulti­mi quat­tor­di­ci anni. “Liber­tà, democrazia.”
La stes­sa reto­ri­ca che negli anni ave­va­mo impa­ra­to a rifiu­ta­re ci ha cir­con­da­ti e sta sof­fo­can­do qual­sia­si for­ma di razionalità.

Così, mer­co­le­dì, ha vin­to chi dif­fon­de odio e intol­le­ran­za, per­ché tut­ti, anche chi mos­so dal­la piú cara inge­nui­tà, ha dif­fu­so la loro pro­pa­gan­da, la loro intol­le­ran­za, il loro odio.

Mer­co­le­dì han­no vin­to i tale­ba­ni europei.

Ales­san­dro Massone
@amassone
Foto: fair use — Cor­rie­re del­la Sera Mila­no. Crea­ti­ve com­mons, CC-BY – Jean Bap­ti­ste Roux, Kel­ly Kline
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1 Commento su Opinione.
La banalità dell’intolleranza

  1. L’ar­ti­co­lo mi è pia­ciu­to ed è ben docu­men­ta­to, ma non mi tro­vo d’ac­cor­do sul­l’in­ter­pre­ta­zio­ne del­le due sen­ten­ze sul­la sati­ra in Fran­cia (mi pare che in un caso si par­li di un attac­co ver­so una comu­ni­tà e nel­l’al­tro ver­so una per­so­na, non mi sem­bra stra­no che il secon­do sia san­zio­na­to è il pri­mo no) e sul non con­si­de­ra­re il lai­ci­smo e la demo­cra­zia degli sta­ti euro­pei come par­te di quel­la cul­tu­ra euro­pea che permette/permetterebbe appun­to un’e­ven­tua­le inte­ra­zio­ne. Io per­so­nal­men­te ho par­te­ci­pa­to alla mar­cia repub­bli­ca­na per difen­de­re quel­l’i­dea di sta­to lai­co e demo­cra­ti­co che anche con i suoi limi­ti rap­pre­sen­ta, per me per­so­nal­men­te, il ful­cro del­la nostra cul­tu­ra euro­pea. Per quan­to io non abbia nes­sun rifiu­to ver­so il mul­ti­cul­tu­ra­li­smo, il nostro (non in sen­so esclu­si­vo) siste­ma di sta­to lai­co e demo­cra­ti­co è un pun­to impre­scin­di­bi­le da cui par­ti­re per una qua­lun­que inte­ra­zio­ne con altre culture.

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