Cos’è successo in Yemen (e perché continuerà ad accadere)

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

Zona sud di San’a, Yemen.
Solo un paio di set­ti­ma­ne fa la gior­na­ta ini­zia­va al suo­no di mitra­glia­tri­ci e arti­glie­ria, con gli scon­tri tra i mili­zia­ni ribel­li Hou­thi e le uni­tà mili­ta­ri fede­li al pre­si­den­te Hadi. Tra le sei del mat­ti­no e il tar­do pome­rig­gio, men­tre le agen­zie si rin­cor­re­va­no azzar­dan­do ipo­te­si su chi mai aves­se esplo­so il pri­mo col­po, il fuo­co non ces­sa­va, e si con­ta­va­no già le pri­me vit­ti­me. Le ver­sio­ni sono ini­zial­men­te con­tra­stan­ti: alcu­ne fon­ti rife­ri­sco­no del ten­ta­ti­vo degli Hou­thi di crea­re un nuo­vo pun­to di con­trol­lo in cit­tà, trop­po vici­no al palaz­zo pre­si­den­zia­le; altre ripor­ta­no del bom­bar­da­men­to immo­ti­va­to del­la Guar­dia Pre­si­den­zia­le ai dan­ni di una posta­zio­ne Hou­thi già sta­bi­le e con­so­li­da­ta nel­la zona. Le ver­sio­ni uffi­cia­li, tut­ta­via, han­no rife­ri­to poi con­cor­de­men­te dell’assedio e dell’incursione Hou­thi nel palaz­zo del Pre­si­den­te (in real­tà, resi­den­za dell’ex Pre­si­den­te Ali Abdul­lah Saleh, nel­la qua­le pare fos­se­ro tut­ta­via custo­di­te del­le armi) e dell’assembramento nei pres­si del­la sua abi­ta­zio­ne pri­va­ta, dove si sono natu­ral­men­te veri­fi­ca­ti scon­tri con le guar­die poste a sicu­rez­za dell’edificio.

Ribelli Houthi e manifestanti

La stes­sa sera del 20 gen­na­io, il tren­ta­duen­ne Abdel Malek al Hou­thi – lea­der gio­va­nis­si­mo degli Hou­thi, cui dà per­si­no il nome – tra­smet­te dall’emittente tele­vi­si­va loca­le il mes­sag­gio diret­to al pre­si­den­te Hadi, nel qua­le richie­de l’immediata mes­sa in atto dell’accordo di pace sti­pu­la­to al ter­mi­ne degli scon­tri avve­nu­ti nel set­tem­bre scor­so; in quell’occasione, i ribel­li ave­va­no pre­so il con­trol­lo di alcu­ni edi­fi­ci gover­na­ti­vi, tra cui il Mini­ste­ro del­la Dife­sa, il Quar­tier Gene­ra­le dell’Esercito, la sede del Par­la­men­to, la Ban­ca Cen­tra­le, le sedi del­la radio e del­la tv pub­bli­che — tut­ti edi­fi­ci occu­pa­ti in lar­ga par­te sen­za com­bat­ti­men­ti: pare infat­ti che l’esercito gover­na­ti­vo aves­se abban­do­na­to il cam­po, che alcu­ni sol­da­ti si fos­se­ro tol­ti le divi­se per evi­ta­re di cade­re pri­gio­nie­ri dei ribel­li, e che duran­te gli scon­tri il pri­mo mini­stro Moham­med Salem Basind­wa si fos­se dimes­so accu­san­do il pre­si­den­te di non aver sapu­to gesti­re un auspi­ca­bi­le pro­ces­so di pace. Pro­ces­so che tut­ta­via ci fu, e che avreb­be dovu­to por­ta­re a mag­gio­ri dirit­ti per gli Hou­thi, oltre a “mag­gio­ri mar­gi­ni di trat­ta­ti­va” nel pro­ces­so di rifor­me che il pre­si­den­te Hadi, in cari­ca dal 2012, sta­va ten­tan­do teo­ri­ca­men­te di por­ta­re avan­ti: con l’appoggio dell’ONU, era pre­vi­sta la con­sul­ta­zio­ne del­le varie for­ze poli­ti­che al fine di eleg­ge­re un’assemblea costi­tuen­te e defi­ni­re dun­que una nuo­va Costi­tu­zio­ne per il Pae­se, pro­ces­so che tut­ta­via con­ti­nua­va ad esse­re dra­sti­ca­men­te ral­len­ta­to per diver­si motivi.

E così le mili­zie Hou­thi – par­te del grup­po di ribel­li cono­sciu­to come Ansar Allah, “Par­ti­gia­ni di Dio”, scii­ti zai­di­sti stan­zia­ti pre­va­len­te­men­te nel nord del Pae­se – accu­sa­no ora di nuo­vo e con più for­za l’operato incer­to, inef­fi­cien­te e debo­le di Hadi, il pre­si­den­te figlio di quel­la pri­ma­ve­ra ara­ba, di quel fer­men­to di rivol­te che anche in Yemen con­tri­buì a scuo­te­re dal­le fon­da­men­ta il gover­no sal­da­men­te stret­to nel­le mani dell’ormai ex pre­si­den­te Saleh per 33 lun­ghi anni — fer­men­to che get­tò il Pae­se nel caos, nei disor­di­ni e nel­la guer­ri­glia, aumen­tan­do dram­ma­ti­ca­men­te il nume­ro del­le vit­ti­me tra i sol­da­ti dell’esercito yeme­ni­ta, tra i ribel­li, tra le for­ze sepa­ra­ti­ste del Sud che cer­ca­no l’indipendenza, tra i civi­li e gli innocenti.

Nel­le ore imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­ve all’attacco al palaz­zo pre­si­den­zia­le, avve­nu­to il 20 gen­na­io, Hadi si era det­to dispo­sto a fare alcu­ne con­ces­sio­ni ai ribel­li Hou­thi, affer­man­do per­si­no che “han­no il dirit­to di assu­me­re cari­che diri­gen­zia­li in tut­te le isti­tu­zio­ni del Pae­se”. I ribel­li, di con­tro, avreb­be­ro rila­scia­to il capo del gabi­net­to del Pre­si­den­te, rapi­to nei gior­ni pre­ce­den­ti l’assalto, e si sareb­be­ro riti­ra­ti dai palaz­zi gover­na­ti­vi occu­pa­ti a San’a.
Tut­ta­via, giun­ge solo poche ore più tar­di la noti­zia del­le dimis­sio­ni del pri­mo mini­stro Kha­led Bahah, restio a scen­de­re a pat­ti con i ribel­li, in quel­lo che defi­ni­sce “un labi­rin­to poli­ti­co sen­za usci­ta”; insie­me a lui, si dimet­te in toto anche il gover­no e, infi­ne, il pre­si­den­te Abd Rab­bo Man­sur Hadi.

Dun­que, come reci­te­ran­no mol­ti tito­li, “il 22 gen­na­io in Yemen si sono dimes­si tut­ti”: gli Hou­thi han­no pre­so il con­trol­lo del Pae­se e pro­po­sto di for­ma­re un ese­cu­ti­vo a cui pren­da­no par­te anche i ribelli.

Leader Houthi al Houthi e expres Hadi

Il 27 gen­na­io, gli Hou­thi han­no annun­cia­to l’avvenuto rila­scio di Ahmed Awad bin Muba­rak, il capo di gabi­net­to del Pre­si­den­te, il cui seque­stro il 17 gen­na­io ave­va cer­ta­men­te con­tri­bui­to a fomen­ta­re la cri­si poli­ti­ca che avreb­be por­ta­to alle dimis­sio­ni gover­na­ti­ve di massa.
Il 30 gen­na­io, i ribel­li han­no con­qui­sta­to una base mili­ta­re USA dove nel 2012 le for­ze sta­tu­ni­ten­si ave­va­no orga­niz­za­to un cam­po di adde­stra­men­to anti­ter­ro­ri­sta per com­bat­te­re i jiah­di­sti di al-Qae­da — ma è solo uno dei diver­si siti mili­ta­ri pre­si di recen­te, tra cui il quar­tie­re gene­ra­le del­le for­ze spe­cia­li paramilitari.

Pochi giorni fa, decine di manifestanti che partecipavano a una manifestazione nella capitale San’a sono stati dispersi dai ribelli Houthi, che hanno sparato in aria e caricato la folla che manifestava contro la crisi politica del Paese ed esprimeva dissenso per il controllo imposto dagli Houthi a seguito dei recenti stravolgimenti. Il bilancio riporta dieci feriti, oltre all’arresto da parte dei ribelli di diversi manifestanti e giornalisti.

È di poche ore fa, inve­ce, la noti­zia del­la dead­li­ne fis­sa­ta dagli Hou­thi a tre gior­ni da oggi: toc­che­rà alle for­ze poli­ti­che col­ma­re il vuo­to di pote­re segui­to alle dimis­sio­ni del Pre­si­den­te e dei mem­bri del gover­no; nel caso in cui ciò non avven­ga, i ribel­li pro­ce­de­ran­no all’instaurazione di un regi­me e di un siste­ma auto­no­mi. L’an­nun­cio – dif­fu­so attra­ver­so un comu­ni­ca­to di al Masi­rah, l’emittente tv degli Hou­thi – giun­ge al ter­mi­ne di un lun­go con­si­glio poli­ti­co dura­to diver­si gior­ni. A fron­te di due anni d’instabilità e pre­ca­rie­tà pro­fon­de, non è per nul­la vero­si­mi­le (anzi, sareb­be fol­le) pen­sa­re che le for­ze poli­ti­che in gio­co saran­no in gra­do di rea­gi­re pron­ta­men­te e dare rispo­ste con­cre­te all’ultimatum dei ribel­li in sole 72 ore.

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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