Jacopo G. Iside
@JacopoIside
Nell’antiporta della terza edizione del capolavoro dell’illuminismo italiano Dei Delitti e Delle Pene di Cesare Beccaria compare un’illustrazione scelta dall’autore stesso: in essa si vede la Giustizia, impersonata da Minerva, che rifiuta sdegnata la testa mozzata di un uomo e preferisce voltare lo sguardo ai suoi piedi dove sono ammassate catene, zappe, picconi e vanghe. Uno dei significati del libro è che la pena, per essere applicata, debba prevedere un qualche tipo di “risarcimento” per la società, altrimenti essa è fine a se stessa e sfocia nella semplice coercizione.
È fin troppo facile capire che l’autore preferisse pensare ai rei come a persone che avessero un debito con la società e favorisse un impiego più razionalistico di quella forza-lavoro sottratta al vivere comune, nel qual caso i lavori forzati.
Si è sentito molto parlare dell’emergenza sovraffollamento nelle carceri e di quella famosa cifra di tre metri quadri per detenuto sotto la quale scatta il trattamento disumano e degradante che la Corte di Strasburgo ha più volte censurato, ed è con non poco orgoglio che il Ministro della Giustizia Orlando e il nuovo responsabile del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Santi Consolo, hanno presentato gli ultimi dati sulla densità della popolazione carceraria in Italia: «Da ieri (13 febbraio 2015 ndr) sera nei 202 istituti di pena italiani non abbiamo più nessun detenuto ristretto in meno di tre metri quadri: abbiamo aggiunto circa 2.000 posti, recuperati grazie al lavoro nelle strutture degli stessi detenuti».
Ma questo ragguardevole traguardo è stato calcolato secondo la media aritmetica e non quella effettiva: ciò significa che lo spazio totale è a norma di regolamento, ma la situazione istituto per istituto può variare e anche sensibilmente.
Lo sa bene Rita Bernardini dei Radicali Italiani, che esibisce una tabella – tutt’ora presente sul sito del Ministero della Giustizia – nella quale “tenendo sottocchio le planimetrie degli istituti penitenziari, quello che è certo è che ad oggi in Italia ci sono almeno 70 istituti che, secondo i dati dello stesso Dap, hanno un sovraffollamento che va dal 130% al 210%”. Alcuni più comodi e altri meno.
Nel fervore scatenatosi per la paura di subire una (l’ennesima) procedura d’infrazione da parte dell’UE, si è fatto ampio ricorso a tutti i sistemi possibili per arginare il numero dei detenuti: in Italia ci sono 25 misure di pena alternativa al carcere che vanno dall’affidamento in prova ai servizi sociali (vedi Berlusconi) alla detenzione domiciliare con il famoso braccialetto elettronico, ma ciò che più conta è andare a leggere i dati sul lavoro nelle carceri: su 31.404 detenuti che hanno usufruito della legge 199/2010 solo 5.683 sono quelli che lavorano – circa un quinto del totale dei detenuti – e di questi solo l’1% si occupa di manutenzione ordinaria. Il tasso italiano di ricorso a misure alternative alla detenzione è comunque molto più basso rispetto alla media europea – 37,5 detenuti per 100.000 abitanti contro 199, 2 – con casi che dovrebbero fare scuola, come quello inglese, in cui si contano 59.856 detenuti in carcere e 237.507 beneficiari di misure alternative.
In un bell’articolo uscito sul Corriere del 14 gennaio 2015, Milena Gabanelli tornava sull’argomento lavoro nelle carceri dopo il servizio di Report del 30 novembre 2014 in cui si analizzano diverse soluzioni adottate in tutto il mondo per una gestione più sana (del bilancio pubblico) e più umana e non degradante (dei detenuti): il lavoro in carcere nobilita, aiuta ad acquisire conoscenze ed esperienze spendibili sul mercato del lavoro libero e soprattutto ha una funzione rieducativa e di reinserimento nella società. Infatti, il 70% dei detenuti italiani che non lavora reitera il reato (si consideri che circa la metà dei detenuti nelle carceri italiane sono legati al consumo e allo spaccio di sostanze stupefacenti) mentre questa percentuale crolla al 10% per quelli che sono riusciti a svolgere attività “lavorative” in carcere.
La stortura paradossale del sistema è questa: l’intera filiera di gestione degli istituti penitenziari italiani costa allo Stato 2 miliardi e 800 milioni di euro all’anno, all’incirca 4000 euro per detenuto al mese. La maggior parte di questi però sta in una cella, spesso troppo piccola, a guardare la tv e fumare sigarette, senza potersi prendere in carico la cura di alcune parti delle strutture, in molti casi fatiscenti, che invece vengono affidate tramite appalti milionari a ditte esterne. Quando lavorano, i detenuti sono associati a cooperative e si è visto, con il caso della Cooperativa 29 Giugno finita dentro all’indagine soprannominata Mafia-Capitale, che la scelta di chi debba lavorare o meno è affidata a terzi e non sempre è trasparente come si converrebbe. Si aggiunga che stando al resoconto della Gabanelli le cooperative appaltatrici nel settore penitenziario hanno ricevuto sgravi fiscali importanti, circa 16 milioni di euro solo nell’ultimo anno.
Indulti e svuota-carceri sono totalmente inutili se non supportati da un oggettivo e reale reinserimento nella società dei detenuti.
Si deve decidere di agire da entrambe le parti, cercando da un lato di limitare la permanenza in carcere per i soggetti meno pericolosi e dall’altro di offrire una prospettiva alternativa alla delinquenza, oppure il trattamento disumano ben esemplificato dal problema dei 3 metri quadrati per detenuto non verrà mai risolto sul lungo periodo, prospettiva che a quasi due secoli e mezzo dagli scritti del Beccaria suona sconcertante.






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