Fargo è il vero True Detective

Davi­de Banis
@davi­de­ba­nis

Ades­so che anche per i feti­ci­sti del dop­piag­gio ita­lia­no Far­go sta giun­gen­do alla con­clu­sio­ne del­la sua pri­ma sta­gio­ne su Sky Atlan­tic, è for­se oppor­tu­no fare qual­che con­si­de­ra­zio­ne su quel­la che è sta­ta a mio avvi­so una del­le due serie tv più impor­tan­ti del 2014; e poi­ché l’al­tra serie più impor­tan­te del 2014 è sta­ta pro­ba­bil­men­te True detec­ti­ve può esse­re uti­le con­fron­ta­re que­sti due pro­dot­ti spe­cu­lar­men­te, anche per­ché sono stret­ta­men­te acco­mu­na­ti da una serie di somi­glian­ze, sia sul pia­no con­te­nu­ti­sti­co, sia sul pia­no formale.

Pri­ma però sono neces­sa­rie due premesse.
La pri­ma è che quel­lo che segue è sostan­zial­men­te spoi­ler-free ma i nerd più puri­sti fareb­be­ro meglio ad aste­ner­si dal leg­ge­re oltre fino a quan­do non abbia­no visto le due serie per inte­ro (tan­to ai nerd più puri­sti l’a­sti­nen­za non crea pro­ble­mi, vero?).
La secon­da è che True detec­ti­ve è una bel­la serie; lo spe­ci­fi­co poi­ché da quel­lo che segue potreb­be sem­bra­re che mi abbia fat­to qua­si schi­fo. Il fat­to è che True detec­ti­ve mi è pia­ciu­ta nel­lo stes­so modo in cui mi è pia­ciu­ta mol­to La gran­de bel­lez­za, per una que­stio­ne di sen­si e di pala­to, nel­lo stes­so modo in cui mi piac­cio­no i frut­ti di bosco e il gin tonic. Le pie­tre dure del cine­ma o del­la tele­vi­sio­ne sono un’al­tra casa. Sono Far­go, ad esempio.

Que­st’ul­ti­ma serie tv, pro­dot­ta da FX, è sta­ta trat­ta dal­l’o­mo­ni­mo film del 1996 scrit­to dai fra­tel­li Coen ed è com­po­sta da 10 epi­so­di di una cin­quan­ti­na di minu­ti l’u­no, tut­ti scrit­ti da Noah Haw­ley. Il rap­por­to di que­sta serie tv con il film da cui è trat­ta non è sem­pli­ce. Da un lato infat­ti la serie ere­di­ta dal film l’am­bien­ta­zio­ne, le carat­te­ri­sti­che di alcu­ni per­so­nag­gi e lo spi­ri­to di fon­do ma dal­l’al­tro se ne disco­sta ampia­men­te pre­sen­tan­do una sto­ria nuova.
Come già in True detec­ti­ve, anche in Far­go ci sono gli omi­ci­di e c’è la poli­zia ma la detec­ti­ve sto­ry è in qual­che modo sol­tan­to un pre­te­sto su cui sta­glia­re del­le ambi­zio­sis­si­me rifles­sio­ni sul gene­re, o meglio anco­ra, sul­la spe­cie uma­na, come sarà chia­ro più avanti.

Ma la pri­ma simi­li­tu­di­ne tra Far­goTrue detec­ti­ve è innan­zi­tut­to for­ma­le. Entram­be le serie, infat­ti, sono com­po­ste da sta­gio­ni di die­ci epi­so­di auto­con­clu­si­ve che pre­sen­ta­no di vol­ta in vol­ta sto­rie diver­se. L’af­fer­mar­si di que­sto trend, che vede tra i suoi pre­cur­so­ri Ame­ri­can Hor­ror Sto­ry, è una del­le prin­ci­pa­li novi­tà tele­vi­si­ve del­l’ul­ti­mo anno e sem­bra anda­re a risol­ve­re quel­lo che sta­va diven­tan­do una spi­na nel fian­co di ormai trop­pe serie tv: il pro­ble­ma dei fina­li. Archi nar­ra­ti­vi più ristret­ti dovreb­be­ro infat­ti per­met­te­re agli sho­w­run­ners di gesti­re meglio la con­clu­sio­ne del­le sto­rie evi­tan­do i mine­stro­ni in pro­gres­si­vo diluen­do e delu­den­do che han­no inon­da­to la sce­na tele­vi­si­va negli ulti­mi anni.

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Que­sta novi­tà pone innan­zi­tut­to un pro­ble­ma di cata­lo­ga­zio­ne per quan­to riguar­da i gran­di pre­mi main­stream tipo gli Emmy Awards (quin­di un pro­ble­ma più di mar­ke­ting che di cri­ti­ca qua­li­ta­ti­va). Pro­prio agli ulti­mi Emmy Far­go è sta­to lan­cia­to nel­la cate­go­ria “Miglior mini­se­rie” men­tre per True detec­ti­ve si è pre­fe­ri­to “Miglior serie tv dram­ma­ti­ca”, nono­stan­te non ci fos­se nes­su­na dif­fe­ren­za dal pun­to di vista for­ma­le tra i due prodotti.
Quel che è cer­to è che Far­go ha vin­to una car­ret­ta­ta di pre­mi men­tre True detec­ti­ve è rima­sto sostan­zial­men­te a boc­ca asciut­ta dopo aver spre­mu­to i cer­vel­li dei cri­ti­ci tele­vi­si­vi ame­ri­ca­ni — che ormai sul­le rivi­ste han­no defi­ni­ti­va­men­te sop­pian­ta­to per impor­tan­za i cri­ti­ci cine­ma­to­gra­fi­ci e let­te­ra­ri — con le più impro­ba­bi­li spe­cu­la­zio­ni filosofiche.
Come è noto, infat­ti, True detec­ti­ve rac­con­ta di due poli­ziot­ti che van­no alla cac­cia (i rife­ri­men­ti al mon­do ani­ma­le andran­no in pro­gre­den­do) di un serial kil­ler che con­su­ma orri­bi­li stu­pri e omi­ci­di ritua­li di gio­va­ni don­ne nel­la palu­do­sa giun­gla del­la Louisiana.
I due detec­ti­ve, ma in par­ti­co­la­re Rust, il vero pro­ta­go­ni­sta del­la serie, magi­stral­men­te inter­pre­ta­to da Mat­thew McConaughey,si lascia­no spes­so anda­re a solen­ni elu­cu­bra­zio­ni filo­so­fi­che sul nichi­li­smo e sul sen­so del­la vita in generale.

Una frettolosa spolverata di Dante, al cui confronto Seven era un 30 e lode in filologia medioevale, intellettualizza definitivamente il prodotto ad uso e consumo degli hipster di tutto il mondo.

In real­tà l’o­riz­zon­te intel­let­tua­le di True detec­ti­ve non è nien­t’al­tro che l’o­riz­zon­te teo­lo­gi­co di un pre­di­ca­to­re fon­da­men­ta­li­sta cri­stia­no che i due detec­ti­ve incon­tra­no duran­te la loro cac­cia all’uo­mo: l’e­ter­na lot­ta tra il Bene e il Male.

Rust-McCo­nau­ghey è in que­sto sen­so l’or­mai clas­si­co anti­e­roe di una cop­pia che non è nien­t’al­tro che il rove­scio di una Sher­lock Hol­mes-Watson in cui Sher­lock-Rust al posto di far­si di cocai­na si deva­sta di bir­re quan­do avreb­be pro­ba­bil­men­te biso­gno di qual­che bor­da­ta di anti­psi­co­ti­ci — «You still see things, ever?» «It never stops, not real­ly. What hap­pe­ned to my head, it’s not some­thing that gets better».
Que­sto nie­tzschea­ne­si­mo in solu­zio­ne spray ser­ve per­lo­più a plac­ca­re con una pati­na di pre­ten­zio­si­tà la car­roz­ze­ria di un vec­chio procedurale.

The “same old sto­ry”, vie­ne espli­ci­ta­men­te det­to alla fine: da una par­te c’è il male e dal­l’al­tra c’è il bene.
In Far­go, inve­ce, il bene e il male non esi­sto­no. Nel­le pia­nu­re ghiac­cia­te del Min­ne­so­ta dove è ambien­ta­to, infat­ti, c’è solo il caso.
Lor­ne Mal­vo, l’as­sas­si­no del­la serie, inter­pre­ta­to da uno straor­di­na­rio Bil­ly Bob Thort­non, non è un anti­e­roe e non è nem­me­no un vil­lain nel sen­so tra­di­zio­na­le del ter­mi­ne: in lui di “cat­ti­vo” non c’è nien­te. Sem­pli­ce­men­te, Lor­ne Mal­vo è il Mefi­sto­fe­le del­l’in­dif­fe­ren­za e del caso. Mal­vo ha capi­to che nel mon­do “non ci sono rego­le” e si limi­ta ad agi­re di con­se­guen­za, mos­so solo da una bef­far­da e real­men­te inquie­tan­te logi­ca para­dos­sa­le, sen­za cru­del­tà e, a vede­re bene, sen­za cinismo.

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Lad­do­ve una del­le tagli­ne di True detec­ti­ve era “Man is the crue­le­st ani­mal”, l’a­ni­ma­le più cat­ti­vo e infi­do che si muo­ve come un ser­pen­te sim­bo­lo di male bibli­co nel­la giun­gla del­la Loui­sia­na, i nume­ro­si rife­ri­men­ti ani­ma­li di Far­go sono com­ple­ta­men­te libe­ra­ti da una con­ce­zio­ne reli­gio­sa del­la natura.
Gus (il figlio di Tom Hanks) è il respon­sa­bi­le del con­trol­lo ani­ma­le di Duluth che si tro­va ad improv­vi­sa­re una cac­cia a Mal­vo che, più vol­te spe­cu­lar­men­te rifles­so negli occhi del lupo che com­pa­re ver­so la fine del­la sta­gio­ne, lo sfi­da con que­sto indo­vi­nel­lo: “Per­ché l’uo­mo vede più tona­li­tà di ver­de che di qua­lun­que altro colo­re?”. La rispo­sta è: per poter meglio vede­re i pre­da­to­ri quan­do si nascon­do­no tra l’er­ba alta. Nel­l’in­ver­no del Min­ne­so­ta non c’è erba ver­de tra cui nascon­der­si ma solo pia­nu­re bian­che ghiac­cia­te su cui i per­so­nag­gi si cac­cia­no l’un altro, rischian­do sem­pre di rom­pe­re lo stra­to di ghiac­cio dei laghi e di mori­re assi­de­ra­ti. Dar­wi­ni­smo e casua­li­smo come se piovessero.

Pio­vo­no inve­ce mate­rial­men­te i pesci su Stra­vros Milos, diver­ten­te per­so­nag­gio secon­da­rio del­la serie, un gre­co con una cie­ca fede orto­dos­sa che ubbi­di­sce a tut­to quel­lo che gli sem­bra esse­re un segna­le di Dio. Il per­so­nag­gio di Milos, impe­ra­to­re indu­stria­le del­la car­ne che a me ha ricor­da­to il fumet­to Chew, è uno dei tan­ti modi con cui Noah Haw­ley vei­co­la l’u­mo­ri­smo nero di cui è impre­gna­ta Far­go.
Lad­do­ve, in True detec­ti­ve era come se all’i­ni­zio di ogni pun­ta­ta ci fos­se biso­gno tra­mi­te la sigla così solen­ne di appor­re un imma­gi­na­rio car­tel­lo che reci­tas­se “ora ci pren­dia­mo vera­men­te sul serio”, Far­go ribal­ta que­sta logi­ca appo­nen­do all’i­ni­zio di ogni pun­ta­ta, come già era nel film del 1996, la scrit­ta “This is a true sto­ry”, con la paro­la “True” che rima­ne in sovraim­pres­sio­ne più del­le altre paro­le qua­si come a pren­der­si gio­co di quel­l’al­tro True, il detec­ti­ve. In altre par­ti, Far­go iro­niz­za più espli­ci­ta­men­te su que­sti poli­ziot­ti-filo­so­fi come quan­do Bill, il capo del­la poli­zia di Bemi­d­ji, dice che lui non è mai sta­to un tipo da gran­di discor­si e che gli sono sem­pre basta­ti dei buo­ni pancakes.

E pro­prio in que­sto sta un’al­tra impor­tan­te dif­fe­ren­za tra True detec­ti­veFar­go. Dove True detec­ti­ve pre­sen­ta­va dei delit­ti eso­ti­ci ed ecce­zio­na­li, Far­go ci rac­con­ta che l’as­sur­di­tà del caso può col­pi­re ovun­que e che la casa di qua­lun­que ame­ri­ca­no medio può tra­mu­tar­si in una ter­ri­fi­can­te Carcosa.
In que­sto sen­so — e ades­so par­te un brut­to spoi­ler quin­di i puri­sti si asten­ga­no per un paio di righe — la sce­na fina­le, con la fami­glia di Gus riu­ni­ta davan­ti al tele­vi­so­re a guar­da­re Deal or no Deal, l’e­qui­va­len­te ame­ri­ca­no di Affa­ri tuoi, è emble­ma­ti­ca non­ché la con­clu­sio­ne perfetta.
Cer­to, il ven­tre cal­do e visce­ra­le del Lou­sia­na era un’al­tra cosa, Far­go è cele­bra­le, un fred­do mec­ca­ni­smo nar­ra­ti­vo che inne­sca una dimo­stra­zio­ne logi­ca per assur­do. E non è del resto un caso che tut­ti i tito­li degli epi­so­di sia­no dedi­ca­ti a para­dos­si logi­ci o a koan del­la filo­so­fia zen (doman­de para­dos­sa­li che impli­ca­no il ricor­so ad una logi­ca non convenzionale).

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Per tut­ti que­sti moti­vi, la giun­gla del­la Loui­sia­na, un gro­vi­glio appa­ren­te­men­te ine­stri­ca­bi­le di man­gro­vie del terrore,è in real­tà mol­to più razio­na­le, sem­pli­ce e dog­ma­ti­ca di quel­lo che ci vor­reb­be far cre­de­re. Il Min­ne­so­ta di Far­go è inve­ce oltre, dove fa dav­ve­ro fred­do e c’è dav­ve­ro pau­ra. Bemi­d­ji, la cit­tà dove è ambien­ta­ta buo­na par­te del­la vicen­da, potreb­be infat­ti tran­quil­la­men­te esse­re il pae­si­no del cele­bre para­dos­so logi­co del bar­bie­re (tito­lo del­la pun­ta­ta 1x07): se in un vil­lag­gio c’è un uni­co bar­bie­re che taglia la bar­ba a tut­ti colo­ro che non se la taglia­no da sé, a lui chi la taglia? ((David Foster Wal­la­ce nel suo roman­zo La sco­pa del siste­ma dà una rispo­sta: la testa del bar­bie­re, alla fine, esplo­de. Per­ché la logi­ca è una mate­ria che se per­cor­sa fino alle sue estre­me con­se­guen­ze è capa­ce “di man­da­re ai mat­ti la gen­te.” Que­sto è pre­ci­sa­men­te il moti­vo per cui in Far­go c’è una sot­to­trac­cia di vera fifa metafisica.))

Reste­reb­be poi da affron­ta­re tut­ta la que­stio­ne del pia­no este­ti­co del­le due serie. Infat­ti lad­do­ve Far­go si pro­po­ne come scrit­tu­ra tele­vi­si­va pura, pic­co­lo scher­mo al 100% tut­to sce­neg­gia­tu­ra e pochi fron­zo­li, True detec­ti­ve è il trion­fo del­le pano­ra­mi­che aree dal sapo­re cine­ma­to­gra­fi­co e del cele­bre pia­no sequen­za di sei minu­ti. È cine­ma o è televisione?
Poco impor­ta per­ché ormai il mer­ca­to seria­le ha rot­to ogni argi­ne di cate­go­ria. Con i milio­ni di down­load di pod­ca­st come Serial, la cifra distin­ti­va del­l’im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo non sem­bra più nem­me­no esse­re la tele­vi­sio­ne ma la nar­ra­zio­ne seria­le in sé e per sé, al di là dei media con cui le sto­rie ven­go­no raccontate.
Gran­di player si affac­cia­no poi all’o­riz­zon­te del mer­ca­to, come Ama­zon, che ha mes­so in can­tie­re una serie diret­ta da Woo­dy Allen. ((Dal pun­to di vista del mar­ke­ting, la mos­sa del seco­lo. Woo­dy Allen è infat­ti uno dei regi­sti sim­bo­lo dei radi­cal chic, ovve­ro di colo­ro che sono più sen­si­bi­li al tema del boi­cot­tag­gio di Amazon.))

È quin­di un perio­do di gran­di tra­sfor­ma­zio­ni e sem­bra che nei pros­si­mi tem­pi ci saran­no mol­tis­si­mi nuo­vi rac­con­ti seria­li da gustare.
E, come suc­ce­de­va nei cari vec­chi film, tut­ti vis­se­ro feli­ci e con­ten­ti? Qua­si. L’u­ni­co pro­ble­ma del­la nar­ra­zio­ne seria­le è il tem­po che richie­de. E, data la quan­ti­tà di spet­ta­to­ri, sem­bra pro­prio che l’a­sti­nen­za diven­te­rà un pro­ble­ma gene­ra­liz­za­to, qua­si come l’a­sten­sio­ne alle elezioni.

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