L’esercito di Ankara lancia il primo attacco via terra in Siria
Spostata la tomba di Suleyman Shah

Mar­ta Clinco
@MartaClinco

Solo qual­che gior­no fa, il 19 feb­bra­io, le agen­zie tur­che bat­te­va­no la pre­oc­cu­pan­te noti­zia secon­do cui mili­zia­ni del­lo Sta­to Isla­mi­co – cac­cia­ti da poco dal­la cit­tà siria­na di Koba­ne dal­l’of­fen­si­va dei guer­ri­glie­ri cur­di – sta­reb­be­ro ten­tan­do nuo­va­men­te il pas­sag­gio oltre il con­fi­ne tur­co con l’o­biet­ti­vo di com­pie­re atten­ta­ti con­tro le sedi diplo­ma­ti­che del Pae­se. Que­sto è quan­to ripor­ta­to da un’in­for­ma­ti­va dei ser­vi­zi segre­ti tur­chi del Mit e ripre­so il gior­no stes­so dal­la stam­pa di Anka­ra. Non ser­ve leg­ge­re tra le righe, i nume­ri par­la­no chia­ro: fino a cir­ca 3.000 jiha­di­sti, tra cui anche alcu­ni lea­der del grup­po, potreb­be­ro pas­sa­re – o esse­re già pas­sa­ti – in Tur­chia dal­la vici­na Siria e dal­l’I­raq. I prin­ci­pa­li ber­sa­gli sareb­be­ro, in pri­mo luo­go, tut­te quel­le amba­scia­te dei Pae­si com­pre­si nel­la coa­li­zio­ne anti-ISIS dis­se­mi­na­te tra Istan­bul e Anka­ra in ter­ri­to­rio turco.
Sem­pre in que­sti gior­ni, è sta­to final­men­te rag­giun­to il tan­to discus­so e ina­spet­ta­to accor­do sul­la coa­li­zio­ne tra i gover­ni di Erdo­gan e Oba­ma, che si impe­gna­no ad adde­stra­re e arma­re i com­bat­ten­ti dell’opposizione siria­na allo Sta­to Isla­mi­co. «Non pos­sia­mo sta­re fuo­ri dal­la coa­li­zio­ne: abbia­mo 1200 Km di con­fi­ni con­di­vi­si con altri ter­ri­to­ri e sia­mo l’obiettivo di un milio­ne e mez­zo di rifu­gia­ti», affer­ma Erdo­gan riguar­do l’intesa nel­le dichia­ra­zio­ni ripor­ta­te da al-Jazeera.

Anka­ra è ben con­sa­pe­vo­le del fat­to che la sua par­te­ci­pa­zio­ne a qual­sia­si coa­li­zio­ne per com­bat­te­re lo Sta­to Isla­mi­co non sarà esat­ta­men­te una “pas­seg­gia­ta nel par­co”. Lun­go i con­fi­ni del­la Tur­chia con la Siria e l’I­raq è dif­fi­ci­le con­trol­la­re e moni­to­ra­re i traf­fi­ci, di qual­sia­si tipo: dal petro­lio, alle armi, alla dro­ga, agli aiu­ti uma­ni­ta­ri, alle vite uma­ne. E, d’altra par­te, la posi­zio­ne del­la Tur­chia è sem­pre sta­ta con­tro­ver­sa e pro­ble­ma­ti­ca, non solo a livel­lo geo­gra­fi­co; tra le altre cose, basta ricor­da­re di come Erdo­gan sia sta­to più vol­te accu­sa­to di appog­gia­re in Siria non solo i ribel­li, come uffi­cial­men­te risul­ta, ma anche grup­pi arma­ti jiha­di­sti, e di con­sen­ti­re o addi­rit­tu­ra for­ni­re loro un cana­le di pas­sag­gio sicu­ro in ter­ri­to­rio tur­co. Secon­do que­sta tesi, uno degli obiet­ti­vi sareb­be sta­to quel­lo di far cade­re il pre­si­den­te siria­no Bashar al-Assad – rite­nu­to da Erdo­gan il prin­ci­pa­le respon­sa­bi­le del­la gesta­zio­ne, del­lo svi­lup­po e dell’affermazione dell’IS -– e di impe­di­re inol­tre la crea­zio­ne di enti­tà auto­no­me cur­de, soprat­tut­to in segui­to alla libe­ra­zio­ne di Koba­ne dal­la pre­sen­za jiha­di­sta. Inol­tre, solo die­tro pres­sio­ne dei gover­ni occi­den­ta­li quel­lo tur­co ha final­men­te raf­for­za­to i con­trol­li alle bar­rie­re, lun­go il con­fi­ne di ter­ra e negli aeroporti.

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Ma cosa prevede esattamente l’accordo siglato a Washington?

Sarà for­ni­to da entram­bi i gover­ni, ame­ri­ca­no e tur­co, un egual nume­ro di “adde­stra­to­ri” che lavo­re­ran­no al fian­co dei ribel­li al regi­me di Bashar al-Assad, con l’obiettivo di pla­sma­re dei veri e pro­pri sol­da­ti anti-jiha­di­sti. La for­ma­zio­ne si svol­ge­rà sicu­ra­men­te in Gior­da­nia, dove è già sta­to alle­sti­to un nuo­vo cen­tro di adde­stra­men­to la cui aper­tu­ra è pre­vi­sta al più tar­di fra tre mesi; sono inve­ce anco­ra in cor­so le trat­ta­ti­ve e gli accor­di per le posta­zio­ni da apri­re in Ara­bia Sau­di­ta e Qatar, per cui vero­si­mil­men­te sarà neces­sa­rio più tem­po. Per il momen­to, comun­que, i sol­da­ti reclu­ta­ti tra l’opposizione siria­na sono cir­ca 1200: l’obiettivo sareb­be quel­lo di adde­stra­re 5000 uomi­ni l’anno nel cor­so dei pros­si­mi tre anni, ter­mi­ne ulti­mo fis­sa­to per il com­pi­men­to dell’operazione.

Ma la lot­ta al ter­ro­ri­smo isla­mi­co pare non esse­re l’unico sco­po dell’intesa e del­le ope­ra­zio­ni tra Tur­chia e USA, se a riguar­do Ash­ton Car­ter – il nuo­vo segre­ta­rio del­la Dife­sa ame­ri­ca­no – affer­ma: «Le for­ze che adde­stre­re­mo han­no come pri­mo com­pi­to quel­lo di scon­fig­ge­re lo Sta­to Isla­mi­co. Ma pen­so che con loro potre­mo crea­re le con­di­zio­ni per rimuo­ve­re anche Assad».
Insom­ma, Erdo­gan non potreb­be chie­de­re di meglio: arri­va­re allo scon­tro diret­to col più acer­ri­mo dei nemi­ci – a cui si ritro­va lega­to in modo indis­so­lu­bi­le per ovvie ragio­ni – ma con l’aiuto e il soste­gno di una for­te e soli­da coa­li­zio­ne inter­na­zio­na­le. Il suc­ces­so pare assi­cu­ra­to. Anka­ra, da con­trat­to, non dovrà far altro che prov­ve­de­re al sup­por­to logi­sti­co e uma­ni­ta­rio sul­la base aerea di Incir­lik, situa­ta sul con­fi­ne tra Iraq e Siria, e aiu­ta­re infi­ne la coa­li­zio­ne con mez­zi d’intelligence. “Al resto pen­sia­mo noi”.

Que­sto acca­de­va il 19 feb­bra­io. Solo poche ore dopo, nel­la not­te tra il 21 e il 22 feb­bra­io, si veri­fi­ca il pri­mo, vero inter­ven­to mili­ta­re tur­co via ter­ra dall’inizio del­la guer­ra in Siria.
Cir­ca 100 blin­da­ti e 600 sol­da­ti, scor­ta­ti da dro­ni e cac­cia, sono pene­tra­ti per 35 km in ter­ri­to­rio siria­no, fino a rag­giun­ge­re la tom­ba di Suley­man Shah, situa­ta sul­le rive dell’Eufrate, encla­ve tur­ca fin dal trat­ta­to data­to 1921. Era­no lì custo­di­te le spo­glie del non­no del sul­ta­no Osman I. La tom­ba si tro­va­va nel­la tor­men­ta­ta pro­vin­cia di Alep­po, zona occu­pa­ta e con­trol­la­ta dal­lo Sta­to Isla­mi­co da ormai più di un anno. Pri­ma che l’intera strut­tu­ra venis­se fat­ta sal­ta­re in aria, i 38 sol­da­ti tur­chi a guar­dia del mau­so­leo sono sta­ti eva­cua­ti e rim­pa­tria­ti — fon­ti tur­che affer­ma­no che uno di loro sia mor­to nel cor­so dell’operazione, e che l’operazione sia dura­ta poco più di sei ore. Pare inol­tre che non ci sia­no sta­ti com­bat­ti­men­ti. I 38 sol­da­ti tur­chi, inve­ce, si tro­va­va­no di fat­to sot­to asse­dio da otto mesi ormai. Il mau­so­leo ver­rà spo­sta­to a 180 km dal con­fi­ne, sem­pre in ter­ri­to­rio siria­no, ma in una zona più faci­le da gesti­re e controllare.

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A segui­to dell’incursione – di gran­de rile­van­za, soprat­tut­to sim­bo­li­ca – occor­re fare qual­che rifles­sio­ne. Cer­ta­men­te l’incursione tur­ca e la deci­sio­ne di spo­sta­re le spo­glie e rim­pa­tria­re i sol­da­ti non pare casua­le, anzi: l’ingresso del Pae­se nel­la coa­li­zio­ne ha sen­za dub­bio gio­ca­to un ruo­lo fon­da­men­ta­le, e for­se final­men­te la pre­sa di posi­zio­ne da par­te del gover­no tur­co nei con­fron­ti del­lo Sta­to Isla­mi­co sem­bra net­ta o più chia­ra, alme­no all’apparenza. Ciò non toglie che il fat­to get­ti ombre anco­ra più fit­te su qua­li sia­no sta­ti fino a que­sto momen­to i rap­por­ti tra Erdo­gan e il suo ese­cu­ti­vo e i jiha­di­sti neri — i qua­li han­no sem­pre fat­to pro­prio del con­fi­ne tur­co il prin­ci­pa­le cana­le di impor­ta­zio­ne di risor­se, tra cui quel­la pre­zio­sis­si­ma dei famo­si forei­gn fighters occidentali.

E non man­ca­no le pro­te­ste in casa: l’opposizione accu­sa infat­ti il gover­no di aver fat­to un pas­so indie­tro, e di aver cedu­to così un’al­tra par­te di ter­ri­to­rio nel­le mani dei mili­zia­ni. Anche il siria­no al-Assad ha con­dan­na­to l’incursione tur­ca nel nord del Pae­se, defi­nen­do­la una “aggres­sio­ne evi­den­te”, un’aperta dichia­ra­zio­ne di guer­ra, e che riter­rà Anka­ra respon­sa­bi­le del­le sue con­se­guen­ze. Non solo, il gover­no siria­no ha affer­ma­to inol­tre che il fat­to che la tom­ba di Suley­man Shah non fos­se anco­ra sta­ta attac­ca­ta o vio­la­ta dai com­bat­ten­ti dell’IS “con­fer­ma la pro­fon­di­tà dei lega­mi tra il gover­no tur­co e l’organizzazione ter­ro­ri­sti­ca”: sareb­be sta­to faci­lis­si­mo occu­pa­re e con­qui­sta­re la posta­zio­ne tur­ca, anche con­si­de­ran­do il nume­ro mili­tar­men­te irri­le­van­te degli uomi­ni di Anka­ra pre­sen­ti sul cam­po. Ma pro­ba­bil­men­te qual­sia­si impe­gno con­tro le for­ze tur­che avreb­be spin­to Erdo­gan all’inasprimento del­le misu­re di sicu­rez­za per osta­co­la­re il flus­so di com­bat­ten­ti e di com­mer­cio tran­sfron­ta­lie­ro: uno di quei pochi lus­si che il Calif­fo al-Bagh­da­di anco­ra non può permettersi.

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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