L’iraniano Taxi commuove
il Festival di Berlino

Pie­tro Repisti

Una splen­di­da edi­zio­ne quel­la del 65esimo Festi­val Inter­na­zio­na­le del Cine­ma di Ber­li­no, che si è con­clu­sa dopo 11 gior­ni di pro­ie­zio­ni con pel­li­co­le di gran­de spes­so­re emo­ti­vo, socia­le e poli­ti­co. A strin­ge­re l’Orso d’Oro è sta­to il regi­sta ira­nia­no Jafar Pana­hi con Taxi — anche se solo in sen­so figu­ra­to, poi­ché Pana­hi è dal 2010 agli arre­sti domi­ci­lia­ri a Tehe­ran, accu­sa­to di aver rea­liz­za­to un film docu­men­ta­rio sul­le con­te­sta­zio­ni al regi­me di Ahma­di­ne­jad. A riti­ra­re il pre­mio, diret­ta­men­te dal­le mani del diret­to­re del­la Ber­li­na­le Die­ter Kos­slick, è sta­ta la nipo­ti­na del regi­sta Hana Saei­di – anche attri­ce nel­la pel­li­co­la – che sopraf­fat­ta dall’emozione non è riu­sci­ta a trat­te­ne­re le lacri­me, com­muo­ven­do la pla­tea del festi­val fra le cui fila si tro­va­va anche la moglie del regi­sta Tahe­reh Saei­di Bal­si­ni, che ha il divie­to impo­sto dal regi­me di rila­scia­re interviste.
Taxi, gira­to clan­de­sti­na­men­te met­ten­do una pic­co­la tele­ca­me­ra sul cru­scot­to, è un film “pic­co­lo” – come mol­ti l’hanno defi­ni­to – ma comun­que pie­no di emo­zio­ni, denun­cia, poe­sia e umo­ri­smo. Pie­no di cinema.

Il regista e attore, al volante della vettura, mostra uno spaccato della società iraniana attraverso i discorsi dei clienti che salgono e scendono tra le vie di Teheran, raccontando i problemi di tutti i giorni di un Iran piegato dalla Shari’ah.

Que­sta vit­to­ria è pri­ma di tut­to una vit­to­ria poli­ti­ca, dal momen­to che Jafar Pana­hi è sta­to con­dan­na­to nel 2010 a sei anni di pri­gio­ne e al divie­to di diri­ge­re, scri­ve­re e pro­dur­re film, viag­gia­re e rila­scia­re inter­vi­ste sia all’e­ste­ro che all’in­ter­no del­l’I­ran per 20 anni. D’altro can­to il diret­to­re Die­ter Kos­slick, a ini­zio ceri­mo­nia, ave­va riba­di­to che «il nostro è un festi­val poli­ti­co, nel sen­so che sia­mo con­sa­pe­vo­li di quel che suc­ce­de nel mon­do», segno ine­qui­vo­ca­bi­le di come il cine­ma sia un’arma poten­te e pre­zio­sa se ben utilizzata.

Credits: Michael Kappeler
Cre­di­ts: Michael Kappeler

Il Gran Pre­mio del­la giu­ria, pre­sie­du­ta in que­sta edi­zio­ne dal regi­sta ame­ri­ca­no Dar­ren Aro­nof­sky, è anda­to a El Club, una corag­gio­sa pel­li­co­la del regi­sta cile­no Pablo Lar­rain su una comu­ni­tà di pre­ti pedo­fi­li che la Chie­sa nascon­de in una casa iso­la­ta in una pic­co­la cit­ta­di­na di mare.
Pre­mia­to anche un altro cile­no, Patri­cio Guz­man, con Orso d’Ar­gen­to per la miglio­re sce­neg­gia­tu­ra con El boton de Nacar (Il bot­to­ne di Madre­per­la), un inte­res­san­te film docu­men­ta­rio che denun­cia le per­se­cu­zio­ni e lo ster­mi­no del­le popo­la­zio­ni indios del­la Pata­go­nia sot­to il regi­me di Augu­sto Pinochet.
Una giu­ria inter­na­zio­na­le che ha volu­to por­re l’attenzione e l’accento soprat­tut­to su regi­sti emer­gen­ti ed impe­gna­ti, inter­pre­ti di situa­zio­ni dif­fi­ci­li e con­flit­tua­li, piut­to­sto che sui gran­di nomi, come il padro­ne di casa Wer­ner Her­zog con Queen of the desert o l’americano Teren­ce Malick con Knight of the cups.

Per le miglio­ri inter­pre­ta­zio­ni è sicu­ra­men­te degna di nota quel­la di Char­lot­te Ram­pling nel film 45 years, del regi­sta ingle­se Andrew Hai­gh, che rac­con­ta la cri­si di una cop­pia di anzia­ni coniu­gi alla vigi­lia del loro qua­ran­ta­cin­que­si­mo anni­ver­sa­rio di nozze.
Ed infi­ne pre­mi tec­ni­ci dop­pi per la foto­gra­fia, con­se­gna­ti a pari meri­to a Stur­la Brandth Grø­vlen per Vic­to­ria, 140 minu­ti gira­ti tut­ti in pia­no sequen­za, e al fan­ta­scien­ti­fi­co Pod ele­cri­che­ski­mi obla­ka­mi (Under elec­tic clouds) del rus­so Ale­xey Ger­man Jr.

Un festi­val in ulti­ma ana­li­si inten­so e ric­co di gran­di film pro­ve­nien­ti da lon­ta­no, sin­to­mo del­la capa­ci­tà dei regi­sti dei Pae­si emer­gen­ti di saper sfrut­ta­re il cine­ma come mez­zo di denun­cia sen­za fil­tri e sen­za con­fi­ni per rac­con­ta­re al mon­do la situa­zio­ne, spes­so oppres­sa, del­le loro terre.

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