Il Qatar sbarca a Milano
Soldi, Sangue e Skyline

Ste­fa­no Colombo
@Granzebrew

Il gior­no 27 Feb­bra­io il Qatar ha com­pra­to il com­ples­so archi­tet­to­ni­co di Por­ta Nuo­va. Del­l’ac­qui­sto par­le­re­mo oggi nel­l’ap­pun­ta­men­to set­ti­ma­na­le con Mag­ma, il nostro appro­fon­di­men­to radio­fo­ni­co in diret­ta su radiostatale.it tut­ti i gio­ve­dì alle 15:00; qui inve­ce sco­pri­re­mo qual­co­sa di più sul­l’ac­qui­ren­te — che si dovreb­be pro­nun­cia­re Qàtar, con l’ac­cen­to sul­la pri­ma sil­la­ba: una peni­so­la sab­bio­sa con un’im­prov­vi­sa pas­sio­ne per il cal­cio, una super­fi­cie pari a metà del­la Lom­bar­dia e il PIL pro capi­te più alto del mondo.
La pri­ma cosa da sape­re sul Qatar è che, pur essen­do minu­sco­lo, pos­sie­de il ter­zo più gran­de gia­ci­men­to di gas natu­ra­le del pia­ne­ta e il tre­di­ce­si­mo gia­ci­men­to petro­li­fe­ro. Que­sto lo ren­de mol­to più poten­te di quan­to ci si potreb­be aspet­ta­re da un Pae­se di dimen­sio­ni così ridot­te. Fino a qual­che decen­nio fa gli emi­ri si accon­ten­ta­va­no di cam­pa­re sul­la ven­di­ta del­le per­le, mer­ca­to più che fio­ren­te lun­go le coste sab­bio­se. Le pri­me tri­vel­le comin­cia­no a buca­re il suo­lo nel dopo­guer­ra e fan­no defi­ni­ti­va­men­te dimen­ti­ca­re le ostri­che a par­ti­re dal 1973, quan­do la cri­si ener­ge­ti­ca inon­da di sol­di il Gol­fo Ara­bi­co. I Pae­si del­la zona devo­no deci­de­re che fare di que­sta casca­ta di dena­ro e come pre­sen­tar­si all’oc­ci­den­te, costret­to a incon­trar­si-scon­trar­si con loro.
Il Qatar pro­va a con­vin­ce­re il mon­do di esse­re un Pae­se moder­no e rispettabile.

Qatar 1


Nel 1995 al tro­no sale Hamad bin Kha­li­fa al Tha­ni. L’E­mi­ro vuo­le per il Qatar una sor­ta di pri­ma­to poli­ti­co e mora­le nel­la zona, una capi­ta­le friz­zan­te dove mesco­la­re il meglio del­l’oc­ci­den­te a quel­lo del­l’o­rien­te. Nel 1996 vie­ne fon­da­ta Al Jazee­ra, che diven­ta in fret­ta la pri­ma rete di infor­ma­zio­ni del mon­do ara­bo. Le tra­smis­sio­ni di Al-Jazee­ra sono segui­tis­si­me pri­ma in tut­to il Medio Orien­te che par­la ara­bo e poi, con la fon­da­zio­ne di un cana­le in lin­gua ingle­se con sede a Lon­dra, in tut­to il mon­do. In poli­ti­ca este­ra il Qatar vuo­le poi diven­ta­re il media­to­re del Medio Orien­te, ami­co di tut­ti e a cui tut­ti si rivol­go­no per disten­de­re i con­flit­ti. Ospi­ta pro­fu­ghi da tut­ta la regio­ne, soprat­tut­to mem­bri del­la Fra­tel­lan­za Musul­ma­na costret­ti all’e­si­lio dal­le varie dit­ta­tu­re vici­ne; addi­rit­tu­ra vie­ne aper­ta a Doha, la capi­ta­le, una filia­le diplo­ma­ti­ca dei tale­ba­ni afgha­ni. Un ago del­la bilan­cia dorato.

Nel­l’ot­ti­ca di que­sto ten­ta­ti­vo di luci­da­tu­ra cul­tu­ra­le l’e­mi­ro al-Tha­ni deci­de di diven­ta­re un pro­tet­to­re del­le arti, un mece­na­te, e dà pie­ni pote­ri al cugi­no Mini­stro del­la cul­tu­ra Sa’ud al-Tha­ni per acqui­sta­re quan­te più ope­re d’ar­te pos­si­bi­le: dal­la fine degli anni novan­ta il Mini­stro impaz­za per le case d’a­sta occi­den­ta­li com­pran­do un nume­ro spro­po­si­ta­to di ope­re di vario valo­re a prez­zi esor­bi­tan­ti — pagan­do­li, in cer­ti casi, anche die­ci vol­te il prez­zo di mer­ca­to sti­ma­to. Man­ca qual­co­sa di dav­ve­ro cla­mo­ro­so che fac­cia cono­sce­re il Qatar in ogni ango­lo del glo­bo. Si pen­sa a un even­to spor­ti­vo, dopo l’or­mai tra­di­zio­na­le Gran Pre­mio di For­mu­la 1 e gli Asian Games del 2006. E final­men­te, nel 2013 l’E­mi­ra­to rie­sce a far­si asse­gna­re l’ap­pal­to per la mani­fe­sta­zio­ne più ambi­ta: i mon­dia­li di cal­cio del 2022, che atti­re­ran­no più spet­ta­to­ri di ogni altro even­to e dovreb­be­ro con­sa­cra­re il Qatar tra i gran­di del pianeta.

Qatar 2

Nono­stan­te que­ste deci­se mos­se di mar­ke­ting geo­po­li­ti­co, il Qatar non è affat­to la nazio­ne all’a­van­guar­dia come vor­reb­be pre­sen­tar­si al resto del mondo.
L’i­dea che sta alla base del­la poli­ti­ca del Qatar è gros­so­mo­do quel­la del­l’as­so­lu­ti­smo illuminato.
Nono­stan­te l’im­ma­gi­ne di sé che vuo­le far pas­sa­re nel resto del Medio Orien­te e nei Pae­si occi­den­ta­li, il Qatar infat­ti rima­ne uno sta­to sen­za la mini­ma trac­cia di liber­tà poli­ti­ca o demo­cra­ti­ca in cui i dirit­ti uma­ni sono quo­ti­dia­na­men­te igno­ra­ti. Il gover­no è in mano a una ristret­ta cric­ca di paren­ti e ami­ci — in modo non mol­to diver­so da ciò che acca­de in Ara­bia Sau­di­ta — e le ele­zio­ni, annun­cia­te dopo i tumul­ti del­la pri­ma­ve­ra ara­ba che han­no scos­so e fat­to tre­ma­re anche la fami­glia al-Tha­ni, sono sta­te pri­ma rin­via­te e poi annul­la­te. Inol­tre, la fami­glia rea­le con­trol­la diret­ta­men­te il QIA (Qatar Invest­ment Autho­ri­ty), il ric­chis­si­mo fon­do che con­trol­la gli inve­sti­men­ti este­ri e di cui si è ser­vi­ta per acqui­sta­re i grat­ta­cie­li di Por­ta Nuova.

Il caso più clamoroso del marcio che si annida sotto la penisola è forse quello legato proprio ai mondiali del 2022. Qualche giorno fa è emersa la notizia che già 1200 operai sono morti durante la costruzione delle infrastrutture destinate alla manifestazione. Per dare un’idea, per ogni edizione le morti registrate non hanno mai superato la decina.

Que­sta stra­ge è lega­ta alla com­po­si­zio­ne etni­ca e soprat­tut­to allo sta­to socia­le del Qatar, che come le altre monar­chie del Gol­fo ha una quan­ti­tà di popo­la­zio­ne immi­gra­ta da altri Pae­si che supe­ra di gran lun­ga quel­la indi­ge­na. Gli stra­nie­ri rap­pre­sen­ta­no il 95% del­la for­za lavo­ro e sono divi­si al loro inter­no da con­sue­tu­di­ni che si avvia­no a diven­ta­re caste — per esem­pio india­ni buro­cra­ti, liba­ne­si com­mer­cian­ti, egi­zia­ni impie­ga­ti. I più sfor­tu­na­ti sono i nepa­le­si che sono in gran par­te sfrut­ta­ti come mano­va­li, o per meglio dire come schia­vi. Pro­prio nepa­le­si sono la mag­gior par­te del­le vit­ti­me del­la costru­zio­ne del­le infra­strut­tu­re — è inte­res­san­te e ter­ri­bi­le nota­re che tra loro si regi­stra un tas­so altis­si­mo di sui­ci­di. Nes­su­na di que­ste etnie può comun­que acce­de­re al ric­co wel­fa­re sta­te che l’e­mi­ro finan­zia con i sol­di rica­va­ti dagli idro­car­bu­ri, che garan­ti­sce istru­zio­ne, sani­tà ed ener­gia gra­tis solo ai mem­bri del­la casta alta — quel­la dei loca­li. Inol­tre mol­ti lavo­ra­to­ri, dopo esse­re arri­va­ti in Qatar, sco­pro­no di non pote­re più anda­re via per­ché il dato­re di lavo­ro gli seque­stra i docu­men­ti — ren­den­do­li così clan­de­sti­ni di fat­to e sog­get­ti ad ogni suo ricatto.

For­se per l’e­co di que­ste noti­zie, ci si sta ren­den­do con­to anche in occi­den­te che il mon­dia­le in Qatar potreb­be non esse­re una buo­na idea. In fon­do è un Pae­se pic­co­lis­si­mo, i cui sta­di saran­no col­le­ga­ti tra loro da una metro­po­li­ta­na nazio­na­le del costo di 25 miliar­di di dol­la­ri. Si è fat­to anche nota­re che le tem­pe­ra­tu­re nel­l’e­mi­ra­to d’e­sta­te supe­ra­no i 50 gra­di e potreb­be­ro non esse­re indi­ca­te per una simi­le com­pe­ti­zio­ne. Nes­sun pro­ble­ma: i mon­dia­li si svol­ge­ran­no di inver­no, tra le pro­te­ste del­le leghe cal­cio occi­den­ta­li. Inte­res­san­te nota­re come le vota­zio­ni che han­no asse­gna­to la com­pe­ti­zio­ne all’E­mi­ra­to sia­no sta­te ogget­to di vio­len­tis­si­me accu­sa di cor­ru­zio­ne e mani­po­la­zio­ne — a quan­to pare fon­da­te. Con­tro il mon­dia­le si è espres­sa un altra voce — ormai auto­re­vo­le: quel­la del­lo Sta­to Isla­mi­co. Qual­che mese fa il Pre­si­den­te del­la Fifa Jose­ph Blat­ter si è visto reca­pi­ta­re una let­te­ra con la fir­ma del Calif­fo, che chie­de di spo­sta­re i mon­dia­li e minac­cia di bom­bar­da­re l’Emirato.

La let­te­ra si con­clu­de con un testua­le ”gra­zie”. Più che Blat­ter, però, il calif­fo dovreb­be rin­gra­zia­re il Qatar stes­so, nien­te affat­to estra­neo alle dina­mi­che che han­no por­ta­to alla sua nasci­ta. Richard Dear­lo­ve, diret­to­re dei ser­vi­zi segre­ti ingle­si dal 1999 al 2004, ha affer­ma­to che fon­di pri­va­ti da Ara­bia Sau­di­ta e Qatar han­no soste­nu­to l’I­sis alme­no nel­le sue pri­me fasi. D’al­tron­de, que­sta non è una vera sor­pre­sa per nes­su­no. Anco­ra oggi, si sa che mol­ti finan­zia­men­ti a orga­niz­za­zio­ni para­mi­li­ta­ri o ter­ro­ri­sti­che come Fajr Libya o Jabat al-Nusra ven­go­no da qui, da fon­di pri­va­ti o maga­ri addi­rit­tu­ra pub­bli­ci: è impos­si­bi­le saper­lo con cer­tez­za visto che — come abbia­mo nota­to — il bilan­cio del­lo sta­to non gode del­la mas­si­ma tra­spa­ren­za e, visto che dire ”sol­di pub­bli­ci” equi­va­le a dire “il con­to in ban­ca dell’emiro”.

Il fondo usato per pagare Porta Nuova potrebbe essere stato lo stesso usato per finanziare lo Stato Islamico.

Effet­tua­re dona­zio­ni dub­bie è un atteg­gia­men­to dif­fu­so tra i Pae­si del Gol­fo. Il Qatar, però, oggi ha rap­por­ti dete­rio­ra­ti con tut­ti gli sta­ti del­la zona — in par­ti­co­la­re con Ara­bia Sau­di­ta e Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti — in segui­to al suo com­por­ta­men­to dopo e duran­te le pri­ma­ve­re ara­be. Il Qatar ha pro­va­to, soprat­tut­to attra­ver­so Al Jazee­ra, a far­si pas­sa­re come faro liber­tà e inno­va­zio­ne nel Medio Orien­te, non con­ce­den­do però nem­me­no un mini­mo di liber­tà e inno­va­zio­ne al suo inter­no e diven­tan­do a sua vol­ta ogget­to di (tie­pi­de) pro­te­ste popo­la­ri. L’E­mi­ro vede­va le pri­ma­ve­re come un’ occa­sio­ne per esten­de­re la sua influen­za tra­mi­te i Fra­tel­li Musul­ma­ni, che da lui han­no sem­pre rice­vu­to pro­te­zio­ne e finan­zia­men­ti. Al Jazee­ra è sta­ta dav­ve­ro una sor­ta di arma impro­pria, con ser­vi­zi par­zia­li in favo­re del­la Fra­tel­lan­za Musul­ma­na per tut­to il Medio Orien­te, che han­no irri­ta­to mol­tis­si­mo in par­ti­co­la­re il Bah­rein, gli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti e l’A­ra­bia. Que­st’ul­ti­ma addi­rit­tu­ra ha minac­cia­to la chiu­su­ra del­le fron­tie­re con il Qatar.

I Fra­tel­li Musul­ma­ni sono sta­ti scon­fit­ti in alcu­ni luo­ghi chia­ve come l’E­git­to; a livel­lo diplo­ma­ti­co il Qatar è sul­la difen­si­va. L’E­mi­ro ha scom­mes­so sul caval­lo sba­glia­to e ha paga­to que­sta scel­ta con l’ab­di­ca­zio­ne in favo­re del figlio Tamim al-Tha­ni: il suo pro­get­to di pre­sen­ta­re il Pae­se come media­to­re e ago del­la bilan­cia del Medio Orien­te è sal­ta­to — volen­do fare l’a­mi­co di tut­ti, è fini­to per non pia­ce­re a nes­su­no. Ora si gode i pro­ven­ti del suo gas da solo o al mas­si­mo assie­me agli acqui­ren­ti, tra i qua­li figu­ra anche il mer­ca­to ita­lia­no: il 10% del fab­bi­so­gno ener­ge­ti­co nostra­no è coper­to dal ter­mi­na­le di rigas­si­fi­ca­zio­ne di Por­to Viro, in pro­vin­cia di Rovi­go, al qua­le attrac­ca­no immen­se navi per il tra­spor­to del gas pro­ve­nien­ti dal Qatar. E alcu­ni dei milio­ni di euro che spen­dia­mo per que­ste for­ni­tu­re così essen­zia­li al nostro siste­ma pro­dut­ti­vo, potreb­be­ro tran­quil­la­men­te fini­re a finan­zia­re l’at­tua­le guer­ra in Libia.

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Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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