La medicina di genere: tutto quello che avremmo dovuto sapere sul nostro sesso*
(*ma che non abbiamo mai pensato di chiederci).

Arian­na Bet­tin Campanini
@AriBettin

«Sono per natu­ra più debo­li e più fred­de, e si deve sup­por­re che la natu­ra fem­mi­ni­le sia come una meno­ma­zio­ne», soste­ne­va Aristotele.
«Maschio man­ca­to», esse­re «difet­to­so e defi­cien­te», mero instru­men­tum pro­crea­tio­nis, pro­se­gui­va San Tommaso.
Insom­ma, un uomo sì, ma mal riu­sci­to, infe­rio­re nel­la sua diver­si­tà, debo­le, insta­bi­le, feri­no, inca­pa­ce di auto­ge­stir­si e auto­re­go­lar­si. Un uomo, diver­so dal suo cor­ri­spet­ti­vo maschi­le solo nel suo man­ca­re di qual­co­sa, tan­to dal pun­to di vista fisi­co, quan­to dal pun­to di vista men­ta­le, la cui uni­ca digni­tà era data dal fat­to d’es­ser ele­men­to pas­si­vo indi­spen­sa­bi­le alla procreazione.
La don­na come ver­sio­ne mino­ra­ta del ses­so maschile.
Par­reb­be una visio­ne pri­mi­ti­va, eppu­re essa soprav­vi­ve impli­ci­ta­men­te, tal­vol­ta sub­do­la­men­te, non solo nel­l’im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo e nei com­por­ta­men­ti quo­ti­dia­ni, ma addi­rit­tu­ra nel­l’am­bi­to che meno dovreb­be risen­ti­re di simi­li retag­gi, ossia nel­le scienze.
Stra­no a pen­sar­si, ma vero: la scien­za occi­den­ta­le e in par­ti­co­la­re la medi­ci­na, sten­ta­no anco­ra a libe­rar­si da una biz­zar­ra for­ma di ses­si­smo, inde­si­de­ra­ta e laten­te, con cui si accin­ge solo ora a fare i conti.
A pen­sar­ci bene, da simi­li pre­mes­se non pote­va che deri­va­re un atteg­gia­men­to distor­to nei con­fron­ti del­la fem­mi­ni­li­tà e meto­di ina­de­gua­ti di stu­dio e di trat­ta­men­to del­la dimen­sio­ne psi­co­fi­si­ca fem­mi­ni­le. Per­ché sto­ri­ca­men­te il para­dig­ma del­la medi­ci­na e del­la psi­co­lo­gia occi­den­ta­le, da esse asso­lu­tiz­za­to e uni­ver­sa­liz­za­to, è quel­lo del maschio adul­to cau­ca­si­co, un para­dig­ma che è tut­to meno che asso­lu­to e universale.

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In fon­do, sca­van­do per bene e spo­glian­do cia­scu­na arte del­la pro­pria aura, ciò che rima­ne è un resi­duo filo­so­fi­co. Rima­ne un’i­dea, in que­sto caso l’i­dea di “uomo” nel sen­so più gene­ri­co pos­si­bi­le, l’og­get­to di stu­dio pro­prio di tan­ta par­te del sape­re umano.
Que­st’uo­mo, che sareb­be più appro­pria­to defi­ni­re “esse­re uma­no” (ma per una non casua­le ambi­gui­tà lin­gui­sti­ca i ter­mi­ni pos­so­no esse­re sino­ni­mi), è sta­to fin da subi­to carat­te­riz­za­to e defi­ni­to nel­la sua maschi­li­tà e su di esso si è anda­to costruen­do un vastis­si­mo reper­to­rio scientifico.
Solo di recen­te — que­stio­ne di qual­che decen­nio — ci si è accor­ti che l’ar­che­ti­po uma­no su cui pog­gia­va i suoi pila­stri la medi­ci­na occi­den­ta­le è caren­te, insuf­fi­cien­te, par­zia­le. La sem­pli­ce appli­ca­zio­ne del sud­det­to reper­to­rio alla don­na è risul­ta­ta inef­fi­ca­ce. Per­ché — sarà bana­le — non sia­mo bio­lo­gi­ca­men­te e fisio­lo­gi­ca­men­te iden­ti­ci. Tal­men­te bana­le che però anco­ra nes­su­no ci ave­va pen­sa­to, se non in rela­zio­ne alle pato­lo­gie più lega­te alla ses­sua­li­tà e alla gra­vi­dan­za. Un approc­cio defi­ni­to in segui­to col ter­mi­ne “biki­ni view”, ossia quel­la visio­ne che con­si­de­ra il pazien­te in quan­to don­na solo per quel che con­cer­ne i geni­ta­li, la fun­zio­ne ripro­dut­ti­va e le pato­lo­gie mammarie.
Si è cer­ca­to di aggiu­sta­re il tiro, sen­za mai met­te­re in discus­sio­ne l’im­po­sta­zio­ne metodologica.

La sindrome di Yentl: nel 1991 venne pubblicato sul New England Journal of Medicine un articolo a firma di Bernardine Healy, rinomata cardiologa statunitense. La Healy descriveva un fenomeno da lei battezzato come “Yentl syndrome”. Yentl è il nome della protagonista di un racconto di Isaac Bashevis Singer, Yentl The Yeshiva Boy, una ragazza ebrea che per accedere alla scuola rabbinica e studiare direttamente il Talmud, secondo il suo desiderio, è costretta a rasarsi i capelli e vestirsi da uomo.

Con que­sto ter­mi­ne Hea­ly vole­va indi­ca­re e denun­cia­re la dispa­ri­tà di trat­ta­men­to rile­va­ta all’in­ter­no del­l’i­sti­tu­to di car­dio­lo­gia da lei diret­to: meno ospe­da­liz­za­te, meno sot­to­po­ste a inda­gi­ni tera­peu­ti­che e dia­gno­sti­che, le don­ne anche in cam­po sani­ta­rio subi­va­no una taci­ta discri­mi­na­zio­ne. Inol­tre veni­va rile­va­ta una for­tis­si­ma dispa­ri­tà nei cam­pio­ni spe­ri­men­ta­li per l’in­tro­du­zio­ne di nuo­vi far­ma­ci sul mer­ca­to fra com­po­nen­te fem­mi­ni­le, com­ple­ta­men­te assen­te o qua­si, e com­po­nen­te maschile.
L’ar­ti­co­lo susci­tò un ampio dibat­ti­to, risol­le­van­do la spi­no­sa que­stio­ne fem­mi­ni­le in quel­la che sem­bra­va una zona fran­ca, ossia la medicina.

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Nel sol­co di una ten­den­za che ha inte­res­sa­to ampi set­to­ri del­la ricer­ca medi­ca negli ulti­mi anni, che vor­reb­be un ritor­no all’in­di­vi­duo, con un’at­ten­zio­ne par­ti­co­la­re alle pecu­lia­ri­tà che cia­scu­no di noi, per gene­ti­ca e per sti­le di vita, pre­sen­ta a livel­lo orga­ni­co, è nato così un nuo­vo, fecon­dis­si­mo cam­po d’in­da­gi­ne: la medi­ci­na di gene­re, una del­le tan­te rea­zio­ni a quel ridu­zio­ni­smo fero­ce che ha inte­res­sa­to l’in­te­ro mon­do scien­ti­fi­co negli ulti­mi tre seco­li, il qua­le ha rive­la­to tut­ti i suoi limi­ti nel momen­to in cui inve­ce di sem­pli­fi­ca­re ha ini­zia­to ad amputare.

«Per troppo tempo le malattie, la loro prevenzione e terapia sono state studiate prevalentemente su casistiche del solo sesso maschile, sottovalutando le peculiarità biologico-ormonali e anatomiche proprie delle donne.»

Lo scri­ve Anna Maria Cele­sti, Respon­sa­bi­le Com­mis­sio­ne per­ma­nen­te per le pro­ble­ma­ti­che del­la medi­ci­na di gene­re nel Con­si­glio sani­ta­rio del­la regio­ne Tosca­na, a oggi la regio­ne più avan­za­ta nel set­to­re. «La medi­ci­na di gene­re è chia­ma­ta a limi­ta­re disu­gua­glian­ze di stu­dio, atten­zio­ne e trat­ta­men­to che fino ad oggi sono sta­te a cari­co del­le don­ne. Non costruen­do una medi­ci­na al fem­mi­ni­le e una al maschi­le, ma appli­can­do il con­cet­to di diver­si­tà per garan­ti­re a tut­ti, don­ne e uomi­ni, il miglior trat­ta­men­to pos­si­bi­le in fun­zio­ne del­la spe­ci­fi­ci­tà di genere».
Si deve però far atten­zio­ne a non sovrap­por­re gene­re e ses­so: per gene­re s’in­ten­de una gam­ma di varia­bi­li che va ben oltre la sem­pli­ce iden­ti­tà ses­sua­le, ma che cer­ta­men­te la com­pren­de qua­le fat­to­re deter­mi­nan­te. Gli stu­dio­si sot­to­li­nea­no la dif­fe­ren­za fra ses­so bio­lo­gi­co e ses­so socia­le. L’es­se­re don­na, esat­ta­men­te come l’es­se­re uomo, impli­ca con­se­guen­ze che non pos­so­no esse­re ascrit­te esclu­si­va­men­te al mero ambi­to bio­lo­gi­co. Tut­t’al­tro. Affian­co ad esso si col­lo­ca­no fat­to­ri socia­li, cul­tu­ra­li, sto­ri­ci, eco­no­mi­ci, e con essi tut­ti i gran­di gap che anco­ra sus­si­sto­no nel­la nostra socie­tà. Fat­to­ri che cau­sa­no stress, che deter­mi­na­no il nostro sta­to psi­co­fi­si­co e influi­sco­no sul­le nostre abi­tu­di­ni quo­ti­dia­ne, dal­l’a­li­men­ta­zio­ne al fumo.

Cosa signi­fi­ca tut­to que­sto, in paro­le pove­re? Signi­fi­ca che sul­la salu­te di una don­na, ad esem­pio, non influi­sce sem­pli­ce­men­te il fat­to di ave­re un figlio, ma anche tut­te quel­le dif­fi­col­tà che ciò le por­ta, dal­l’o­sti­li­tà sul lavo­ro al dover­si far cari­co, non di rado in soli­ta­ria, del­la gestio­ne domestica.
Oppu­re signi­fi­ca che, poi­ché per ragio­ni cul­tu­ra­li fin dal­la tene­ra età i bam­bi­ni ven­go­no orien­ta­ti mag­gior­men­te ver­so l’at­ti­vi­tà fisi­ca, men­tre per le bam­bi­ne que­sto avvie­ne in misu­ra mol­to mino­re, una vol­ta cre­sciu­te le fem­mi­ne saran­no più espo­ste a tut­ta una serie di infer­mi­tà che fra gli uomi­ni non sono così diffuse.
Sem­pli­fi­can­do anco­ra, signi­fi­ca che don­ne e uomi­ni pos­so­no rea­gi­re a cer­ti far­ma­ci e alle cure in manie­ra mol­to diver­sa, in ragio­ne dei loro dif­fe­ren­ti pro­ces­si bio­lo­gi­ci e del­la con­for­ma­zio­ne fisica.

Qual­che esem­pio tec­ni­co: in que­sti ulti­mi anni, nume­ro­si stu­di cli­ni­ci han­no osser­va­to dif­fe­ren­ze di gene­re nell’efficacia anti­trom­bo­ti­ca e nel rischio emor­ra­gi­co del­le tera­pie anti­coa­gu­lan­ti ed anti­ag­gre­gan­ti usa­te nel­la pro­fi­las­si e tera­pia nel­la sin­dro­me coro­na­ri­ca acu­ta e nel­la fibril­la­zio­ne atria­le. In rela­zio­ne al rischio emor­ra­gi­co con­nes­so con i trat­ta­men­ti anti­trom­bo­ti­ci, che di per sé impli­ca­no la crea­zio­ne di con­di­zio­ni di dif­fi­ci­le equi­li­brio fra l’effetto anti­trom­bo­ti­co e quel­lo emor­ra­gi­co, esi­sto­no for­ti ele­men­ti a favo­re di dif­fe­ren­ze di gene­re in rap­por­to, da un lato, ai valo­ri infe­rio­ri, nel­la don­na, di mas­sa cor­po­rea, dimen­sio­ni degli orga­ni e fun­zio­ne rena­le, dall’altra ad una diver­sa fun­zio­ne del siste­ma emo­sta­ti­co che si carat­te­riz­za per una atti­vi­tà proag­gre­gan­te pia­stri­ni­ca più spic­ca­ta. Per la tera­pia anti­ag­gre­gan­te in pre­ven­zio­ne pri­ma­ria, il rischio di even­ti emor­ra­gi­ci impor­tan­ti come l’emorragia cere­bra­le per le don­ne è infe­rio­re a quel­lo dell’uomo. Nel­le situa­zio­ni acu­te, inve­ce, in cui si impie­ga­no con­tem­po­ra­nea­men­te diver­si far­ma­ci anti­trom­bo­ti­ci, il rischio emor­ra­gi­co è mag­gio­re per le donne.

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Le don­ne pre­sen­ta­no di media una quan­ti­tà mag­gio­re di mas­sa gras­sa. Ciò com­por­ta una mag­gio­re capa­ci­tà d’as­sor­bi­men­to di tut­ti i far­ma­ci lipo­fi­li, come le ben­zoa­dia­ze­pi­ne (per inten­der­ci, gli ansiolitici).

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La pro­spet­ti­va è com­ple­ta­men­te ribal­ta­ta per quan­to riguar­da l’o­steo­po­ro­si. La malat­tia toc­ca pre­va­len­te­men­te le don­ne dopo la meno­pau­sa e per que­sto moti­vo i trat­ta­men­ti svi­lup­pa­ti per con­tra­star­la sono sta­ti model­la­ti su un tipo fem­mi­ni­le. Per que­sto moti­vo la ricer­ca si sta con­cen­tran­do sul­lo svi­lup­po di cure alter­na­ti­ve e dif­fe­ren­zia­te per i pazien­ti uomi­ni, che spes­so risul­ta­no meno sen­si­bi­li a quel­le sin qui adottate.

Le costri­zio­ni cui sia­mo rego­lar­men­te sot­to­po­sti, don­ne in testa, sono una fon­te di for­te stress, scon­vol­go­no deli­ca­ti equi­li­bri, e gli atteg­gia­men­ti che di con­se­guen­za assu­mia­mo pos­so­no ren­der­ci più vul­ne­ra­bi­li a cer­te pato­lo­gie piut­to­sto che ad altre.
Sarà for­se anche per que­sto che, seb­be­ne l’a­spet­ta­ti­va di vita media fem­mi­ni­le sia di cir­ca cin­que anni supe­rio­re a quel­la maschi­le, dagli stu­di emer­ge come le don­ne invec­chi­no peg­gio e pri­ma, doven­do con­vi­ve­re più spes­so rispet­to agli uomi­ni con malat­tie inva­li­dan­ti. La medi­ci­na di gene­re non solo si occu­pa del­la cura, ma anche di rin­trac­cia­re la cau­sa effet­ti­va di cer­te dif­fe­ren­ze, com­pien­do un’a­na­li­si ad ampio rag­gio, coin­vol­gen­do cam­pi del sape­re anche mol­to distan­ti dal­le scien­ze ine­ren­ti alla sani­tà, come la socio­lo­gia o l’economia.

Que­sta valu­ta­zio­ne glo­ba­le del vis­su­to e del­le spe­ci­fi­ci­tà del pazien­te per­met­te di trac­ciar­ne un pro­fi­lo sani­ta­rio più accu­ra­to e cal­zan­te in rela­zio­ne alle pato­lo­gie di cui è por­ta­to­re, sce­glien­do con­se­guen­te­men­te il trat­ta­men­to più indi­ca­to, ma soprat­tut­to può esse­re par­ti­co­lar­men­te uti­le nel­la prevenzione.
Il pre­gio del­la medi­ci­na di gene­re è quel­lo di aver abban­do­na­to una men­ta­li­tà fin­ta­men­te egua­li­ta­ria, di aver sca­val­ca­to un pre­con­cet­to duro a mori­re – quel­lo che vor­reb­be l’a­de­gua­men­to del pazien­te alla cura, e non vice­ver­sa – per lascia­re spa­zio alle dif­fe­ren­ze indi­vi­dua­li, dun­que alle diver­se esi­gen­ze, ammet­ten­do­ne l’im­por­tan­za e, in que­sto modo, la dignità.
Riguar­da cer­ta­men­te le don­ne, ma non solo. Que­sta con­ce­zio­ne ribal­ta­ta del­la medi­ci­na va a van­tag­gio di tut­ti, uomi­ni e don­ne, per­ché supe­ra ogni for­ma di discri­mi­na­zio­ne, e si ade­gua per­fet­ta­men­te a qual­sia­si tipo­lo­gia di pazien­te, in base all’e­tà, al ses­so, all’o­ri­gi­ne e all’et­nia, alle pre­fe­ren­ze e allo sti­le di vita, libe­ran­do­si del pre­giu­di­zio ata­vi­co che spes­so ci ren­de ottu­si, per­si­no in ambi­to scien­ti­fi­co: ciò che è diver­so non è devia­to né inferiore.

Link con­sul­ta­bi­li per approfondimenti:
Agen­zia Regio­na­le Toscana
AOGOI Emi­lia-Romang­na
Gendermedicine.org
Inter­na­tio­nal Socie­ty for Gen­der Medicine
Sex dif­fe­ren­ces in medi­ci­ne — Wikipedia
Euro­pean Gen­der Medicine

Con­di­vi­di:
Arianna Bettin
Irre­quie­ta stu­den­tes­sa di filo­so­fia, cer­co di fare del pun­to inter­ro­ga­ti­vo la mia ragion d’es­se­re e la chia­ve di let­tu­ra del­la realtà. 
Nel dub­bio, ci scri­vo, ci cor­ro e ci rido su.
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Irrequieta studentessa di filosofia, cerco di fare del punto interrogativo la mia ragion d'essere e la chiave di lettura della realtà. Nel dubbio, ci scrivo, ci corro e ci rido su.

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