Mario Draghi non salverà l’Europa
Perché il Quantitative easing non può funzionare

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

Lune­dì 9 mar­zo, all’a­per­tu­ra del­le piaz­ze finan­zia­rie euro­pee, ha fat­to la sua rumo­ro­sa irru­zio­ne il Quan­ti­ta­ti­ve Easing (Qe) del­la Ban­ca Cen­tra­le Euro­pea — quel­lo che gior­na­li­sti e osser­va­to­ri, in un ecces­so di reto­ri­ca machi­sta e bel­li­ge­ran­te, da mesi defi­ni­sco­no il bazoo­ka del Gover­na­to­re del­la Bce, Mario Draghi.
Il pia­no atti­vo da lune­dì, ma appro­va­to dal con­si­glio diret­ti­vo del­la Ban­ca Cen­tra­le Euro­pea in data 22 gen­na­io 2015, pre­ve­de il mas­sic­cio acqui­sto di “obbli­ga­zio­ni emes­se da ammi­ni­stra­zio­ni cen­tra­li dei Pae­si del­l’a­rea euro, agen­zie situa­te nel­l’a­rea euro e isti­tu­zio­ni euro­pee” – come reci­ta il comu­ni­ca­to stam­pa del­l’i­sti­tu­to di Fran­co­for­te – per un valo­re intor­no ai 1140 miliar­di di euro a un rit­mo pari a 60 miliar­di di acqui­sti men­si­li fino al set­tem­bre 2016, e se neces­sa­rio anche oltre quel­la data, al fine di ripor­ta­re l’in­fla­zio­ne media euro­pea in linea con i para­me­tri pre­vi­sti dal­lo sta­tu­to del­la Bce, vici­na ma infe­rio­re al 2%.

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In mol­ti, sul­la stam­pa e nei palaz­zi che con­ta­no, han­no salu­ta­to que­sto even­to come la man­na dal cie­lo con­tro la cri­si eco­no­mi­ca che da sei anni atta­na­glia l’Eu­ro­zo­na, una svol­ta nel­le poli­ti­che mone­ta­rie euro­pee a gui­da tede­sca che dovreb­be svol­ge­re la fun­zio­ne di vola­no per inve­sti­men­ti e con­su­mi, pub­bli­ci e privati.
Secon­do la nar­ra­zio­ne entu­sia­sti­ca che va per la mag­gio­re, il fun­zio­na­men­to del bazoo­ka di Dra­ghi dovreb­be esse­re que­sto: la Bce espan­de il pro­prio bilan­cio e per mez­zo del­le sin­go­le Ban­che Cen­tra­li Nazio­na­li acqui­sta tito­li di sta­to qua­li­fi­ca­ti con un rating non infe­rio­re alla tri­pla B, ovve­ro ade­gua­ta capa­ci­tà di rim­bor­so anche se a rischio dete­rio­ra­men­to, com­pien­do ope­ra­zio­ni di mer­ca­to aper­to — nel­l’e­sat­ta tra­du­zio­ne dal­l’in­gle­se open mar­ket ope­ra­tions. Tali ope­ra­zio­ni avven­go­no sul mer­ca­to secon­da­rio, cioè non diret­ta­men­te alle aste per la col­lo­ca­zio­ne di tito­li di nuo­va emis­sio­ne dei Mini­ste­ri del Teso­ro, ma su quel­li dete­nu­ti nei for­zie­ri di inve­sti­to­ri isti­tu­zio­na­li pri­va­ti, di fat­to le gran­di ban­che; così facen­do esse si tro­va­no in tasca deci­ne di miliar­di in nuo­va mone­ta con la qua­le finan­zia­re pre­sti­ti o mutui a fami­glie ed impre­se, riat­ti­van­do il cir­cui­to del cre­di­to e in un’ul­ti­ma istan­za l’e­co­no­mia rea­le. Inol­tre, l’ac­qui­sto mas­sic­cio di obbli­ga­zio­ni di debi­to sovra­no spin­ge­reb­be il prez­zo del­le stes­se al rial­zo (per­ché c’è tan­ta doman­da) e i ren­di­men­ti al ribas­so, incen­ti­van­do gli ope­ra­to­ri di mer­ca­to ad allo­ca­re le pro­prie risor­se su asset finan­zia­ri più red­di­ti­zi, come ad esem­pio i bond di impre­se pri­va­te sti­mo­lan­do­le ad assu­me­re e com­pie­re investimenti.

Su que­sti pre­sup­po­sti si basa l’i­dea che dal 2015 l’Eu­ro­pa potrà final­men­te usci­re dal gua­do e assi­ste­re – qua­si per magia – a un net­to miglio­ra­men­to dei fon­da­men­ta­li eco­no­mi­ci, fra i qua­li cre­sci­ta del Pil e aumen­to dell’occupazione.

Sono molte e di varia natura le obiezioni che si possono muovere a questo approccio e ben presto si scoprirà che Re Mida non dimora ancora su questa Terra, e che se anche tutto ciò che toccasse dovesse luccicare non si tratterebbe certo di oro.

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Quantitative easing per alcuni
ma non per tutti

Il fun­zio­na­men­to del Qe pre­ve­de che gli acqui­sti di tito­li ven­ga­no ripar­ti­ti in fun­zio­ne del­le quo­te di par­te­ci­pa­zio­ne del­le sin­go­le ban­che cen­tra­li al capi­ta­le del­la Bce, il che signi­fi­ca che a trar­ne mag­gior van­tag­gio sarà la Ger­ma­nia, assie­me a Fran­cia e Ita­lia, che nel loro com­ples­so costi­tui­sco­no il 44% del capi­ta­le tota­le. Si dia il caso che sui tito­li tede­schi già oggi si paghi­no inte­res­si bas­sis­si­mi, lo 0,7% sul Bund decen­na­le; addi­rit­tu­ra sui Bubill con sca­den­za a tre anni emes­si dal­la Finan­za­gen­tur GmbH (l’a­gen­zia del debi­to tede­sca) i ren­di­men­ti sono nega­ti­vi dal­l’e­sta­te scor­sa: il che in buo­na sostan­za signi­fi­ca che qual­cu­no ti paga per emet­te­re un debito.
Se cer­ca­va­te le ragio­ni per cui i così det­ti “fal­chi tede­schi” non abbia­no pre­so il toro per le cor­na e impe­di­to col san­gue a Mario Dra­ghi di vara­re il Qe, ne ave­te appe­na tro­va­ta una.

Rischio condiviso in solitudine

Come si leg­ge anche nel comu­ni­ca­to stam­pa del 22 gen­na­io cita­to in aper­tu­ra, l’ac­qui­sto di tito­li – e quin­di il rischio sugli stes­si – sarà garan­ti­to per l’80% dal­le sin­go­le Ban­che Cen­tra­li Nazio­na­li e il restan­te 20% ripar­ti­to per il 12% in capo alla Bei (Ban­ca Euro­pea per gli Inve­sti­men­ti) e all’E­sm (Mec­ca­ni­smo Euro­peo di Sta­bi­li­tà meglio noto come Fon­do sal­va-Sta­ti) e sol­tan­to per l’8% dal­la Bce. Que­sto signi­fi­ca che se uno dei Pae­si che com­pon­go­no l’Eu­ro­zo­na doves­se dichia­ra­re default, le per­di­te andreb­be­ro per lo più a gra­va­re sul­la Ban­ca Cen­tra­le Nazio­na­le e da ulti­mo sui con­tri­buen­ti di quel Pae­se — con buo­na pace di chi vede­va nel Qe l’ab­boz­zo di una poli­ti­ca vol­ta a socia­liz­za­re il debi­to europeo.

Inflazione portami via

Quan­do la Bce sostie­ne che ottem­pe­re­rà al pro­prio man­da­to garan­ten­do la sta­bi­li­tà dei prez­zi, che a Fran­co­for­te signi­fi­ca “vici­na ma infe­rio­re al 2% di infla­zio­ne”, si rife­ri­sce all’in­fla­zio­ne media del­la zona euro. Ciò non toglie che potreb­be­ro veri­fi­car­si per­cor­si diver­gen­ti nel­le dina­mi­che inflat­ti­ve dei diver­si Pae­si che com­pon­go­no l’ae­rea, per­cor­si diver­gen­ti che a ben vede­re sono una del­le prin­ci­pa­li cau­se di squi­li­brio che han­no man­da­to l’Eu­ro­zo­na a gam­be per aria. Se l’in­fla­zio­ne doves­se cre­sce­re, per esem­pio, in Spa­gna ma resta­re inchio­da­ta al palo in Olan­da, quel­lo che si veri­fi­che­reb­be è una per­di­ta di com­pe­ti­ti­vi­tà dei beni e dei ser­vi­zi pro­ve­nien­ti dal Pae­se ibe­ri­co (per­ché coste­reb­be­ro di più) — di fat­to rista­bi­len­do la situa­zio­ne pre­e­si­sten­te alla cri­si che vede­va alcu­ni Pae­si in defi­cit strut­tu­ra­le ver­so l’e­ste­ro e altri in surplus.
Anche l’ag­giu­sta­men­to san­gui­no­so e social­men­te fal­li­men­ta­re attua­to in que­sti anni dai gover­ni del­la peri­fe­ria euro­pea a bot­te di auste­ri­tà, per risol­ve­re i pro­pri squi­li­bri ver­so l’e­ste­ro, ver­reb­be azze­ra­to da uno sce­na­rio di infla­zio­ni divergenti.

Per inciso, l’assioma che vede nella massa monetaria la causa necessaria e sufficiente dell’aumento del livello dei prezzi – in economia indicata come teoria quantitativa della moneta – si presta a non poche critiche da quasi un secolo.

Per gli stu­dio­si è mol­to più rile­van­te anda­re ad osser­va­re chi spen­de real­men­te quel­la mone­ta, feno­me­no deci­sa­men­te più lega­to alle poli­ti­che fisca­li e di bilan­cio dei sin­go­li Sta­ti, ai mer­ca­ti del lavo­ro e in gene­ra­le alla capa­ci­tà di spe­sa del set­to­re pri­va­to come di quel­lo pubblico.
Vala anche la pena nota­re come le recen­ti espe­rien­ze sto­ri­che (ame­ri­ca­na e giap­po­ne­se) di Quan­ti­ta­ti­ve easing, spes­so invo­ca­te come esem­pio vir­tuo­so di suc­ces­so, in real­tà non mostri­no dati par­ti­co­lar­men­te esal­tan­ti dal lato inflazione.
La Fede­ral Reser­ve ame­ri­ca­na ha lan­cia­to e imple­men­ta­to tra il 2009 e il 2014 tre round di Qe, l’ul­ti­mo dei qua­li, inau­gu­ra­to nel 2012, par­ti­co­lar­men­te con­si­sten­ti in ter­mi­ni di volu­me mone­ta­rio: l’infla­zio­ne ha segui­to un anda­men­to a onda pas­san­do dal ‑0,34% del 2009 (defla­zio­ne assi­mi­la­bi­le al caso euro­peo odier­no) rim­bal­zan­do al +3,16 del 2011 per poi riscen­de­re a +1,62% nel 2013 nono­stan­te le mas­sic­ce immis­sio­ni di liqui­di­tà nel sistema.
Anche l’an­da­men­to dei tas­si d’in­te­res­se di rife­ri­men­to sul Bond decen­na­le ame­ri­ca­no – che indi­ca a qua­le prez­zo il Gover­no fede­ra­le può ser­vi­re o rifi­nan­zia­re il pro­prio debi­to pub­bli­co – come quel­li sui mutui immo­bi­lia­ri, non si pre­sta­no che a spu­rie cor­re­la­zio­ni con le tran­che di Qe. A ripro­va di ciò osser­via­mo come nel­la pri­ma­ve­ra 2014, quan­do la neo-gover­na­tri­ce del­la Fede­ral Reser­ve Janet Loui­se Yel­len ha pri­ma lascia­to inten­de­re e infi­ne annun­cia­to al mon­do che il Qe sareb­be sta­to gra­dual­men­te dimi­nui­to fino ad inter­rom­per­si, non si sia­no veri­fi­ca­te fughe di capi­ta­li dagli Usa né tan­to meno un esplo­sio­ne dei tas­si, che tut­t’al­tro han­no con­ti­nua­to ad asse­star­si sui mini­mi storici.

Secon­do mol­ti osser­va­to­ri, l’ef­fet­to più ecla­tan­te del Qe ame­ri­ca­no è sta­to quel­lo di ali­men­ta­re for­zo­sa­men­te i cor­si azio­na­ri, pri­ma deca­pi­ta­ti dal­la cri­si del 2008 a dal fal­li­men­to Leh­man Bro­thers, andan­do a gon­fia­re nuo­ve bol­le che se e quan­do esplo­de­ran­no potreb­be­ro met­te­re nuo­va­men­te in ginoc­chio l’in­te­ro siste­ma. Un ulte­rio­re effet­to “impre­vi­sto” al qua­le abbia­mo assi­sti­to ha riguar­da­to i Pae­si Bric e più in gene­ra­le i Pae­si in via di svi­lup­po: le cen­ti­na­ia di miliar­di di dol­la­ri immes­si dal­la Fede­ral Reser­ve sui mer­ca­ti sono anda­ti ben pre­sto a cac­cia di ele­va­ti ren­di­men­ti in giro per il mon­do, fer­man­do­si in sta­ti come il Bra­si­le e la Tur­chia, dan­do l’a­lea­to­ria sen­sa­zio­ne che gli emer­gen­ti fos­se­ro in gra­do di trai­na­re una ripre­sa mon­dia­le, sal­vo poi sco­pri­re le debo­lez­ze strut­tu­ra­li di quel­le eco­no­mie non appe­na la Fede­ral Reser­ve ha annun­cia­to la stret­ta mone­ta­ria e la fine del­l’e­po­ca dei “dol­la­ri facili”.
In Tur­chia, a tito­lo di esem­pio, la spa­ven­to­sa cre­sci­ta del mira­co­lo eco­no­mi­co è sta­ta trai­na­ta, fra gli altri fat­to­ri, dal costan­te afflus­so di capi­ta­li stra­nie­ri; afflus­so che quan­do si è tra­sfor­ma­to in deflus­so e fuga dei capi­ta­li ha man­da­to il Pae­se in cri­si di bilan­cia dei paga­men­ti, costrin­gen­do la Ban­ca Cen­tra­le di Anka­ra a inter­ven­ti difen­si­vi, alzan­do dra­sti­ca­men­te i tas­si e spa­ran­do le pro­prie muni­zio­ni in valu­ta este­ra per difen­de­re il cambio.
Quan­do si imma­gi­na­no inter­ven­ti di poli­ti­ca mone­ta­ria non con­ven­zio­na­le vale la pena di costrin­ger­si a pen­sa­re anche agli effet­ti degli stes­si sul resto del mon­do, inve­ce di infi­lar­si un para­oc­chi e rin­chiu­der­si nel pro­prio orti­cel­lo di casa — altri­men­ti ogni pole­mi­ca futu­ra sul­la spe­cu­la­zio­ne, che non è un dato di mal­va­gi­tà uma­na (o alme­no non solo) ma il “fisio­lo­gi­co” fun­zio­na­men­to del­le dina­mi­che finan­zia­rie, per­de di credibilità.

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Draghi ci ha già provato una volta

Quan­do nel 2012 il Pre­si­den­te del­la Bce Mario Dra­ghi pro­nun­ciò la fra­se «Wha­te­ver it takes to pre­ser­ve the euro and belie­ve me, it will be enou­gh», oltre a sfo­de­ra­re una fac­cia da duro e una sicu­me­ra invi­dia­bi­li, si appre­stò ad annun­cia­re anche la nasci­ta di due pro­gram­mi del­la Ban­ca Cen­tra­le, due pic­co­li bazoo­ka di pri­ma gene­ra­zio­ne: il pri­mo, l’Omt, Outright mone­ta­ry tran­sac­tions rima­se di fat­to let­te­ra mor­ta; si trat­ta­va di un pro­gram­ma di acqui­sto di tito­li a bre­ve sca­den­za dei Pae­si in dif­fi­col­tà macroe­co­no­mi­ca poten­zial­men­te illi­mi­ta­to, che avreb­be arre­sta­to la spe­cu­la­zio­ne e le scom­mes­se sul fal­li­men­to dei debi­ti sovra­ni nel­la peri­fe­ria euro­pea — spe­cu­la­zio­ne che si arre­stò spon­ta­nea­men­te dopo il discor­so tenu­to a Lon­dra da Dra­ghi il 26 luglio 2012. Gli acqui­sti era­no con­di­zio­na­ti a una richie­sta for­ma­le di inter­ven­to da par­te dei Pae­si in dif­fi­col­tà, alla qua­le avreb­be fat­to segui­to un pro­gram­ma di aiu­ti finan­zia­ri pre­via rea­liz­za­zio­ne di vaste “rifor­me strut­tu­ra­li”. La lezio­ne gre­ca era ben chia­ra a chiun­que e quin­di di fat­to nes­sun Pae­se chie­se di acce­de­re all’Omt in cam­bio di un sostan­zia­le commissariamento.
Il secon­do bazoo­ka pre­se il nome di Ltro, Long term refi­nan­cing ope­ra­tion: la pre­mes­sa è che per com­pie­re le pro­prie ope­ra­zio­ni, ogni gior­no e ogni set­ti­ma­na le ban­che van­no sui mer­ca­ti e chie­do­no o offro­no in pre­sti­to sol­di ad altri isti­tui­ti a deter­mi­na­ti tas­si d’in­te­res­se, che ven­go­no suc­ces­si­va­men­te comu­ni­ca­ti all’EBF, Euro­pean Ban­king Fede­ra­tion. Le medie dei tas­si comu­ni­ca­ti all’EBF van­no a costi­tui­re la serie dei tas­si Euri­bor. Nel­la fase più acu­ta del­la cri­si que­sto mec­ca­ni­smo si era di fat­to incep­pa­to, se non inter­rot­to, per lar­ghi seg­men­ti del mer­ca­to ban­ca­rio euro­peo, pro­vo­can­do quel­lo che si defi­ni­sce un cre­dit crunch – una stret­ta del credito.
Con le Ltro la Bce si inca­ri­ca­va di orga­niz­za­re aste di liqui­di­tà a tas­si deci­si di vol­ta in vol­ta, per gli isti­tu­ti di cre­di­to euro­pei in gra­vi dif­fi­col­tà, chie­den­do in cam­bio del­la garan­zie, det­te col­la­te­ra­li, qua­si sem­pre for­ma­te da obbli­ga­zio­ni gover­na­ti­ve in mol­ti casi di Pae­si anche a rischio default – come nel caso gre­co. In tota­le la liqui­di­tà for­ni­ta dal­la Bce agli isti­tu­ti di cre­di­to ammon­tò a qua­si 1000 miliar­di di euro.

La speranza era la stessa che sottende oggi al Quantitative easing: liberare da crediti deteriorati il sistema bancario in modo tale che questo, sfruttando i nuovi spazi di manovra e la liquidità fornita, tornasse a svolgere il proprio lavoro pompando denaro nell’economia reale attraverso i prestiti.

Imman­ca­bil­men­te tut­to ciò non si veri­fi­cò: le ban­che con la nuo­va liqui­di­tà tor­na­ro­no ad acqui­sta­re tito­li gover­na­ti­vi, facen­do sì scen­de­re gli spread sui debi­ti sovra­ni, ma di fat­to lucran­do sui dif­fe­ren­zia­li fra i tas­si d’in­te­res­se a cui si finan­zia­va­no pres­so la Bce e gli alti ren­di­men­ti dei tito­li di sta­to, oltre a poter pre­sen­ta­re agli azio­ni­sti bilan­ci posi­ti­vi ed ele­va­ti requi­si­ti di capi­ta­liz­za­zio­ne, anche in vista dei così det­ti “Stress Test” del­la Bce e del­la futu­ra Unio­ne Ban­ca­ria Europea.

La svalutazione dell’euro

L’u­ni­co effet­to annun­cia­to ed effet­ti­va­men­te rea­liz­za­to del Qe è quel­lo di una sva­lu­ta­zio­ne del­l’eu­ro sul dol­la­ro ame­ri­ca­no, che dovreb­be trai­na­re le espor­ta­zio­ni del­l’Eu­ro­zo­na oltre Atlan­ti­co: in real­tà la sva­lu­ta­zio­ne è già sta­ta in buo­na par­te incor­po­ra­ta dai mer­ca­ti, in par­te per­ché ave­va­no pre­vi­sto la mos­sa di Dra­ghi e in par­te per­ché i tas­si ame­ri­ca­ni sono comun­que più alti di quel­li euro­pei — atti­ra­no quin­di più capi­ta­li che fini­sco­no col raf­for­za­re il dol­la­ro sui mer­ca­ti valutari.
L’ar­go­men­to “sva­lu­ta­zio­ne del­l’eu­ro” fa tut­ta­via a pugni con una del­le prin­ci­pa­li moti­va­zio­ni che ci por­tò nei decen­ni addie­tro a dise­gna­re e infi­ne costrui­re l’U­nio­ne eco­no­mia e mone­ta­ria euro­pea: si dis­se all’e­po­ca che dove­va­mo costrui­re un area eco­no­mi­ca inte­gra­ta per poter dispor­re di un gigan­te­sco mer­ca­to inter­no – un baci­no con oltre 400 milio­ni di per­so­ne – in modo tale da poter rispon­de­re posi­ti­va­men­te agli shock pro­ve­nien­ti dal­l’e­ste­ro in ter­mi­ni di doman­da, esat­ta­men­te come fu uno shock il crack del­la Leh­man e rela­ti­ve con­se­guen­ze avve­nu­to il 15 set­tem­bre 2008. Oggi, al con­tra­rio, si sostie­ne che a dover trai­na­re la cre­sci­ta deb­ba­no esse­re le espor­ta­zio­ni e non la ripre­sa dei con­su­mi e degli inve­sti­men­ti inter­ni, che rap­pre­sen­ta­no il vero buco nero di doman­da in Europa.
Lo si sostie­ne abba­stan­za avven­tu­ro­sa­men­te sen­za un mini­mo di atten­zio­ne per i dati rea­li di cui dispo­nia­mo: il sal­do del­la par­ti­te cor­ren­ti e del­la bilan­cia dei paga­men­ti con l’e­ste­ro è posi­ti­vo – già oggi l’Eu­ro­zo­na espor­ta beni e ser­vi­zi ver­so il resto del mon­do (Usa, Regno Uni­to e Pae­si euro­pei fuo­ri dal­l’eu­ro) in misu­ra deci­sa­men­te mag­gio­re a quan­ti ne impor­ta. La posi­zio­ne debi­to­ria del­l’Eu­ro­zo­na sul­l’e­ste­ro non è un pro­ble­ma, alme­no per noi.
In que­sto con­te­sto for­za­re un sva­lu­ta­zio­ne del­l’Eu­ro signi­fi­ca in buo­na sostan­za sca­ri­ca­re i pro­pri pro­ble­mi di caren­te doman­da inter­na sul resto del mon­do. E in ogni caso un’a­rea eco­no­mi­ca che deci­da di soprav­vi­ve­re solo sul­le espor­ta­zio­ni è desti­na­ta al fal­li­men­to del pro­prio pro­get­to o all’im­po­ve­ri­men­to gra­dua­le ma costan­te dei pro­pri cit­ta­di­ni: il Ban­gla­desh vive sul­le espor­ta­zio­ni, la Cina e l’In­dia vive­va­no solo sul­le espor­ta­zio­ni, anche se da qual­che anno ten­ta­no una fati­co­sa quan­to len­ta ricon­ver­sio­ne del­le pro­prie eco­no­mie con un occhio di riguar­do anche per la doman­da interna.
È un model­lo di svi­lup­po anche que­sto, ma pri­ma di met­ter­lo in atto biso­gne­reb­be quan­to­me­no chie­de­re ai cit­ta­di­ni euro­pei cosa ne pen­sa­no di diven­ta­re bengalesi.

Conclusioni

Alla luce di que­ste cri­ti­ci­tà (ce ne sareb­be­ro mol­te altre che non pos­so­no esse­re discus­se nel­lo spa­zio di un solo arti­co­lo) risul­ta­no azzar­da­te le gri­da di giu­bi­lo che han­no infe­sta­to gli scrit­ti di edi­to­ria­li­sti spe­ran­zo­si per pro­fes­sio­ne, dilet­ta­ti­si duran­te le loro ome­lie dome­ni­ca­li nel­l’in­neg­gia­re al nuo­vo genio Mario Dra­ghi, che con la for­za del­le sue nude mani e il solo ausi­lio di una stam­pan­te-bazoo­ka rea­liz­ze­rà un nuo­vo mira­co­lo eco­no­mi­co europeo.

L’esperienza storica nella sua brutalità ci dice altro, i dati di cui disponiamo anche.


Arti­co­li di appro­fon­di­men­to uti­liz­za­ti nel­la ste­su­ra di que­sto pezzo:

Un quan­ti­ta­ti­ve easing per i mer­ca­ti azio­na­ri e non per l’occupazione – eco­no­mia e politica
La poli­ti­ca mone­ta­ria di Dra­ghi è effi­ca­ce, anzi no – eco­no­mia e politica
QE o non QE? Ovve­ro, l’i­nu­ti­le dilem­ma. – Noi­se from Amerika
LTRO: Long Term Refi­nan­cing Ope­ra­tion – Rischio Calcolato
La svol­ta di Dra­ghi è comun­que inu­ti­le (quin­di dan­no­sa) – Goofynomics
L’eurozona rego­la i con­ti con l’estero ma non con se stes­sa — Formiche
Vor­rei ma è vie­ta­to. Note sul “quan­ti­ta­ti­ve easing” – SIDIBlog

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