100 anni non bastano per riconoscere un genocidio

Ila­ria Guidi
@ilovemingus

A cent’anni dal geno­ci­dio arme­no c’è anco­ra chi si rifiu­ta di chia­mar­lo col suo nome. Nono­stan­te i dati sto­ri­ci par­li­no chia­ro, il gover­no tur­co non accet­ta di rico­no­sce­re i mas­sa­cri pre­me­di­ta­ti ini­zia­ti pro­prio il 24 apri­le di cen­to anni fa, duran­te la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le — ele­men­to, que­sto, che sicu­ra­men­te favo­rì la libe­ra azio­ne dei Gio­va­ni Turchi.
Alcu­ni mem­bri del­la socie­tà civi­le tur­ca sono per­fet­ta­men­te con­sa­pe­vo­li dei fat­ti che si cer­ca­no di nascon­de­re, chie­do­no scu­sa agli arme­ni e par­te­ci­pa­no alle com­me­mo­ra­zio­ni del 24 apri­le. Tut­ta­via, come spie­ga Aldo Fer­ra­ri – Pro­fes­so­re di Lin­gua e let­te­ra­tu­ra arme­na pres­so l’U­ni­ver­si­tà Ca’ Fosca­ri di Vene­zia – si trat­ta essen­zial­men­te di un’élite di intel­let­tua­li, per­ché per la mag­gior par­te del­la popo­la­zio­ne tur­ca il pro­ble­ma va ricer­ca­to alla base, nell’istruzione sco­la­sti­ca pri­ma di tut­to. Que­sta, infat­ti, si basa su manua­li man­che­vo­li, fal­si­fi­ca­ti e pie­ni di luo­ghi comu­ni, e solo su que­sti il popo­lo tur­co può for­mar­si una pro­pria opi­nio­ne. Quin­di essen­zial­men­te il pro­ble­ma di fon­do è una pro­pa­gan­da di sta­to che fa di tut­to per nascon­de­re even­ti ormai noti al mon­do intero.

In rispo­sta al prov­ve­di­men­to pre­so dal Par­la­men­to Euro­peo – in data 16 apri­le – di rico­no­sce­re il geno­ci­dio arme­no, il pre­si­den­te tur­co Recep Tayy­ip Erdo­gan ha affer­ma­to che “it will go in one ear and out the other”, come leg­gia­mo su un arti­co­lo del New York Times.

 

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Dichia­ra­zio­ni come que­sta lascia­no inter­det­ti, se si pen­sa che dal­l’e­pi­so­dio che ha cau­sa­to la mor­te di un milio­ne e mez­zo di per­so­ne — un milio­ne e mez­zo di per­so­ne mas­sa­cra­te secon­do un pia­no pre­sta­bi­li­to che si pone­va l’obiettivo di distrug­ge­re un popo­lo, con la sua cul­tu­ra, la sua reli­gio­ne, la sua ideo­lo­gia, e tut­to ciò che ne potes­se dimo­stra­re l’esistenza — è pas­sa­to un seco­lo. E se, cer­can­do la defi­ni­zio­ne del­la paro­la “geno­ci­dio” sul dizio­na­rio del­la lin­gua ita­lia­na, tro­via­mo qual­co­sa che non si disco­sta tan­to da quan­to appe­na elen­ca­to, allo­ra risul­ta evi­den­te defi­nir­lo tale. Il dizio­na­rio reci­ta, infatti:

“Metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali”.
Ed è proprio questo che più umilia il governo turco, che con convinzione nega che quelle morti fossero state programmate.

“La posi­zio­ne di nega­zio­ne del­la Tur­chia non fa che cau­sa­re con­ti­nui dan­ni alla Tur­chia stes­sa, per­ché quan­do vie­ne fat­ta una leg­ge che puni­sce pra­ti­ca­men­te la liber­tà di pen­sie­ro, vie­ne puni­ta tut­ta la popo­la­zio­ne”, ha affer­ma­to Pie­tro Kuciu­kian – Con­so­le Ono­ra­rio del­la Repub­bli­ca di Arme­nia in Ita­lia – in un’intervista rila­scia­ta nel 2013 (a dimo­stra­zio­ne del fat­to che il pro­ble­ma si ripro­po­ne da tem­po). E in effet­ti ci sono sta­ti diver­si epi­so­di di repres­sio­ne nei con­fron­ti di tur­chi che han­no pen­sa­to e agi­to libe­ra­men­te, cer­can­do un dia­lo­go con gli armeni.

Uno è il caso di Orhan Pamuk, scrit­to­re tur­co accu­sa­to nel 2005 dal­la magi­stra­tu­ra del suo Pae­se per aver denun­cia­to a una rivi­sta sviz­ze­ra il geno­ci­dio degli arme­ni. For­tu­na­ta­men­te in data 22 gen­na­io 2006, tra l’imbarazzo del gover­no tur­co e le pres­sio­ni inter­na­zio­na­li, le accu­se ven­go­no riti­ra­te poi­ché il fat­to non costi­tui­sce rea­to. Il 12 otto­bre del­lo stes­so anno Orhan Pamuk rice­ve­rà il pre­mio Nobel per aver “[…] sco­per­to nuo­vi sim­bo­li per rap­pre­sen­ta­re scon­tri e lega­mi fra diver­se culture”.
Più tra­gi­co è inve­ce il caso di Hrant Dink, gior­na­li­sta tur­co di fami­glia di ori­gi­ne arme­na, fon­da­to­re e diret­to­re del­la rivi­sta Agos dal 1996. Egli si è sem­pre bat­tu­to per la ricer­ca di un dia­lo­go tra tur­chi e arme­ni, e fu pro­prio que­sta la cau­sa del­la sua mor­te. Pri­ma ven­ne con­dan­na­to a sei mesi di pri­gio­ne nel 2004, con accu­sa di “lesa tur­chi­ci­tà”, poi nel 2007 ucci­so da un sica­rio all’uscita del­la sede di Agos. È comun­que pro­ba­bi­le che die­tro a que­sto assas­si­nio ci fos­se l’om­bra dell’organizzazione di ultra­de­stra Erge­ne­kon, inten­zio­na­ta a desta­bi­liz­za­re la Tur­chia. Ma resta inam­mis­si­bi­le che un uomo ven­ga assas­si­na­to per aver ten­ta­to di ricon­ci­lia­re due popo­li. Oggi Hrant Dink è un Giu­sto, e il cip­po a lui dedi­ca­to si tro­va al Giar­di­no dei Giu­sti di Mila­no.

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È in gran par­te meri­to di Giu­sti come Hrant Dink se que­sta stra­ge non è cadu­ta nell’oblio, e se un dia­lo­go tra tur­chi e arme­ni, pur con gran­de fati­ca, è sta­to avvia­to. È meri­to, poi, dei discen­den­ti del popo­lo arme­no, curio­si di sco­pri­re le pro­prie ori­gi­ni e desi­de­ro­si di riven­di­ca­re un’azione che ha rischia­to di can­cel­lar­li dal­la fac­cia del­la ter­ra, come è il caso di Pie­tro Kuciu­kian. E anco­ra è meri­to di chi, rischian­do la vita, ha volu­to docu­men­ta­re la depor­ta­zio­ne degli arme­ni con foto­gra­fie che par­la­no chia­ro, come ha fat­to il tede­sco Armin T. Wegner, osan­na­to dal popo­lo arme­no nono­stan­te i tede­schi non solo aves­se­ro appog­gia­to la deci­sio­ne dei tur­chi, ma in qual­che modo l’avessero anche favo­ri­ta. E sono tan­ti altri i meri­ti, ma per quan­ti sia­no e sia­no sta­ti, e per quan­ti sia­no i docu­men­ti che dimo­stra­no che quei fat­ti sia­no real­men­te acca­du­ti, pur­trop­po il pas­so deci­si­vo non è anco­ra sta­to fat­to: il Gover­no tur­co anco­ra si rifiu­ta di ammet­te­re il geno­ci­dio del popo­lo armeno.

È inutile che oggi il presidente Erdogan inviti provocatoriamente la comunità armena a “mostrare i documenti” che testimoniano il genocidio: questo lavoro è già stato fatto. Se questo voleva essere un tentativo di fare un passo avanti nel riconoscimento di quanto accadde a partire dal 24 aprile del 1915, il tentativo è stato vano.

Risul­ta, infat­ti, una can­zo­na­tu­ra di qual­co­sa che da can­zo­na­re ha ben poco.

 

Foto­gra­fie di Armin T. Wegner

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Ilaria Guidi

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