Gli Stati petrolieri dell’Adriatico

Arian­na Bet­tin Campanini
@AriBettin

Marin­za è un pic­co­lo vil­lag­gio alba­ne­se sper­du­to nel­l’en­tro­ter­ra del distret­to di Fier. In linea d’a­ria dista poco più di 200km da Brindisi.
Con­ta appe­na 4000 abi­tan­ti, mol­ti dei qua­li sono bambini.
Le vite degli abi­tan­ti di Marin­za ruo­ta­no attor­no a un uni­co cen­tro di gra­vi­tà: a pochi chi­lo­me­tri dal pic­co­lo agglo­me­ra­to di case sor­ge un immen­so cam­po petro­li­fe­ro onsho­re, il più gran­de d’Europa.
Un reti­co­lo ten­ta­co­la­re in espan­sio­ne, che s’in­si­nua tra i cam­pi e sem­bra avan­za­re ver­so Fier.
Resi­duo del regi­me comu­ni­sta, da set­tan­ta­cin­que anni vi si svol­ge una più o meno inten­sa atti­vi­tà estrat­ti­va, a sin­ghioz­zo, in base al gesto­re, sen­za trop­po bada­re a costi ambien­ta­li o uma­ni, sen­za trop­pi com­pli­men­ti, sen­za alcun riguar­do per la salu­te di tut­to ciò che di viven­te c’è (o c’e­ra) nei din­tor­ni. Vero è che fino alla cadu­ta del regi­me era per­si­no vie­ta­to abi­tar­vi attorno.

Gli abi­tan­ti denun­cia­va­no già nel 2005 una situa­zio­ne inso­ste­ni­bi­le: dal suo­lo mes­so a col­tu­ra, all’ac­qua uti­liz­za­ta per uso pri­va­to e per l’ir­ri­ga­zio­ne, l’a­ria stes­sa – irre­spi­ra­bi­le d’e­sta­te – tut­to segna­la­va un livel­lo d’in­qui­na­men­to del­la zona incom­pa­ti­bi­le con la vita.

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Solo un cor­po­so inve­sti­men­to avreb­be potu­to risol­le­va­re le sor­ti di una cit­tà abban­do­na­ta al suo desti­no e del­l’im­pian­to stes­so, ormai obso­le­to e non ade­gua­ta­men­te sfruttato.
L’in­ve­sti­to­re è arri­va­to, cilin­dro e basto­ne in mano e ha ini­zia­to a suc­chia­re dal ter­re­no tut­to quan­to era pos­si­bi­le succhiare.

La Bankers Company — società canadese che dal 2004 sovrintende l’estrazione sostiene di aver fatto, dall’acquisizione dell’impianto, dei miracoli: bonifiche, rinnovamento e messa in sicurezza delle strutture, miglioramento delle prestazioni e dell’impatto ambientale.

Ma i fumi, le esa­la­zio­ni, le pol­ve­ri e i liqua­mi ver­sa­ti ovun­que, i tre­mo­ri e le scos­se perio­di­che sono rima­sti, e l’1 di Apri­le, sen­za che nes­su­no o qua­si dal­l’al­tra par­te del­l’A­dria­ti­co se ne des­se pena, par­te del più gran­de cam­po petro­li­fe­ro euro­peo è esplo­so.

Dopo pic­co­li smot­ta­men­ti, ai pri­mi boa­ti Marin­za è sta­ta eva­cua­ta, men­tre nubi di vapo­ri non meglio iden­ti­fi­ca­ti rag­giun­ge­va­no il cen­tro abi­ta­to. Dopo­di­ché, la que­stu­ra ha aper­to un’in­da­gi­ne per accer­ta­re le respon­sa­bi­li­tà del­l’in­ci­den­te e a Tira­na ci si è dati un gran da fare per cer­ca­re di tam­po­na­re il problema.
Ma è da anni che ven­go­no osser­va­te e segna­la­te scos­se sismi­che ano­ma­le, di un’in­ten­si­tà oscil­lan­te tra 1.6 e 3 gra­di del­la sca­la Rich­ter, e lo sfrut­ta­men­to inten­si­vo del­l’a­rea non fa che aggra­va­re rischi in caso sisma.

L’estrazione di gas e petrolio viene effettuata mediante un processo idraulico chiamato fracking o fratturazione, che consiste nell’iniezione d’acqua e composti chimici ad alta pressione nella roccia. Un procedimento che massimizza la rendita, ma mette in serio pericolo l’ambiente circostante – in particolare la tenuta idrogeologica del sottosuolo – e che per questo motivo è stato oggetto di accesissime polemiche. Polemiche che Tirana ha deciso d’ignorare sino all’incidente.

L’Al­ba­nia pos­sie­de un poten­zia­le ener­ge­ti­co ingen­te, ric­ca d’i­dro­car­bu­ri che susci­ta­no le atten­zio­ni gran­di com­pa­gnie. In quin­di­ci anni si sono sca­va­ti qua­si 5000 nuo­vi poz­zi, 145 solo nel 2013, di cui cir­ca un miglia­io sono già sta­ti esau­ri­ti. E la sta­tu­ni­ten­se Gusta­v­son Asso­cia­tes affer­ma che vi sono anco­ra nel sot­to­suo­lo più di tre miliar­di di bari­li di petro­lio, all’ap­pe­ti­bi­le pro­fon­di­tà media di 3500 metri.

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Un affa­re da lec­car­si i baf­fi, con­si­de­ra­ti gli scar­si con­trol­li, la nor­ma­ti­va ambien­ta­le anco­ra las­sa e caren­te e un Gover­no che con­ce­de mol­to a chi ha mol­to da offrir­gli. Per­ché nono­stan­te la ric­chez­za di gia­ci­men­ti, gli inve­sti­to­ri facol­to­si e la gran­de cam­pa­gna di pro­mo­zio­ne mes­sa in atto dal pre­mier Edi Rama, l’Al­ba­nia rima­ne, assie­me alla Mol­da­via, lo sta­to più pove­ro del Con­ti­nen­te con ele­va­ti tas­si di cor­ru­zio­ne riscon­tra­ti nel­la clas­se poli­ti­ca. Così si pre­sta a far­si spre­me­re come un agru­me a prez­zi strac­cia­ti pur di risol­le­va­re le sue sor­ti, maga­ri fino a otte­ne­re l’in­gres­so nel­l’U­nio­ne Euro­pea, facen­do scon­ti finan­zia­ri, ambien­ta­li e umani.
E in effet­ti per la Ban­kers Petro­leum è anda­ta pro­prio così: per otto anni, l’ac­cor­do sigla­to con l’al­lo­ra Gover­no Beri­sha attra­ver­so cui la cana­de­se è entra­ta in pos­ses­so del­lo sta­bi­li­men­to di Patos — Marin­za, stan­do a quan­to denun­cia­to in que­sti gior­ni da alcu­ni rap­pre­sen­tan­ti del Par­ti­to Demo­cra­ti­co alba­ne­se (attual­men­te al Gover­no), avreb­be per­mes­so all’a­zien­da di otte­ne­re un regi­me fisca­le estre­ma­men­te gene­ro­so. La som­ma che la BP dovreb­be allo Sta­to ammon­te­reb­be a 700 milio­ni di dol­la­ri. Inol­tre, la Ban­kers Com­pa­ny ha rice­vu­to cir­ca 100 milio­ni di dol­la­ri dal Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le e dal­la Ban­ca Euro­pea per la Rico­stru­zio­ne e lo Svi­lup­po (BERD) per ope­re di boni­fi­ca e ammo­der­na­men­to del­la zona, ma di que­sti solo sei sono sta­ti spe­si a tale sco­po. Degli altri a oggi non vi è traccia.

Il caso alba­ne­se è in real­tà abba­stan­za tipi­co ed emble­ma­ti­co di ciò che sta avve­nen­do in mol­ti pae­si del­la vec­chia Jugoslavia.

È una vera e propria corsa all’oro — all’oro nero dei giacimenti — per mare e per terra.

Non sono solo petro­lio e gas a far gola, ma — facen­do eco a un tri­ste ritor­nel­lo san­re­me­se — tut­ti i luo­ghi e tut­ti i laghi. E tut­ti i fiu­mi, tut­ti i mari, insom­ma, tut­ti i cor­si d’ac­qua dispo­ni­bi­li e anco­ra incon­ta­mi­na­ti e tut­te le cave, i poz­zi, le fore­ste. Sono ter­re di con­qui­sta del set­to­re ener­ge­ti­co, pre­da di un nugo­lo di socie­tà inten­te a ripar­tir­si fet­te del­la ric­ca tor­ta ener­ge­ti­ca albanese.
Men­tre nel­l’en­tro­ter­ra si van­no con­cen­tran­do impian­ti per ener­gia rin­no­va­bi­le – dighe che, per quan­to gio­vi­no alla dif­fu­sio­ne del­l’e­ner­gia ver­de, com­por­ta­no note­vo­li riper­cus­sio­ni sul­l’e­co­si­ste­ma loca­le e andreb­be­ro edi­fi­ca­te con cri­te­ri meno fles­si­bi­li – gli occhi del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re sono pun­ta­ti ver­so ove­st, al lar­go dell’Adriatico.
Dopo alcu­ni rilie­vi con­dot­ti dal­la com­pa­gnia petro­li­fe­ra INA, suf­fra­ga­ti dal­le ana­li­si del­la nor­ve­ge­se Spec­trum, da cui risul­ta l’e­si­sten­za di riser­ve per 2,8 milio­ni di bari­li di gas e petro­lio sot­to il fon­da­le del nostro mare, la sete di petro­lio ha spin­to un anno fa il Gover­no croa­to a sud­di­vi­de­re in enor­mi lot­ti le acque che sepa­ra­no le coste da quel­le ita­lia­ne e ad affi­dar­li al miglior offe­ren­te. Ven­ti­no­ve bloc­chi per un tota­le di 12.000km distri­bui­ti pro­prio lun­go il con­fi­ne con le nostre acque.

La Croa­zia che vuo­le diven­ta­re una pic­co­la Nor­ve­gia del sud Euro­pa: sul­l’on­da del­l’en­tu­sia­smo il mini­stro del­l’Am­bien­te croa­to Ivan Vrdo­ljak si è lascia­to anda­re a para­go­ni for­se avven­ta­ti, se si con­si­de­ra con qua­le cau­te­la Mir­ko Zelić dell’INA abbia sot­to­li­nea­to che del­le riser­ve solo il 20–40% sarà sfruttabile.

Ma l’iniziale ebbrezza è diventata una vera e propria sbornia collettiva, e — righello alla mano — il Governo ha offerto al mercato il 90% del suo mare in pratici comparti da 1.000 — 1.600 chilometri quadrati, senza neppure aspettare il responso della Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Il piano iniziale non prevedeva nemmeno dei limiti quantitativi rispetto al numero delle piattaforme e dei pozzi costruibili.

La pen­na del gover­no croa­to sfio­ra loca­li­tà e par­chi nazio­na­li di una bel­lez­za che gri­da ven­det­ta: dal­l’ar­ci­pe­la­go del­le Kor­na­ti, a sud del­la Dal­ma­zia, alle iso­le Brio­ni di Tito, a pochi chi­lo­me­tri dal con­fi­ne slo­ve­no. Natu­re anco­ra sostan­zial­men­te intat­te e ver­gi­ni che ver­ran­no irre­pa­ra­bil­men­te vio­la­te, che vivran­no l’in­cu­bo costan­te che qual­co­sa pos­sa anda­re stor­to e che le mera­vi­glie in esse con­ser­va­te scompaiano.

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A gen­na­io 2015 le licen­ze asse­gna­te era­no già die­ci: una licen­za al con­sor­zio di Eni e Medoil­gas, set­te al con­sor­zio di Mara­thon Oil e del­l’au­stria­ca Omv, due licen­ze alla Ina e all’un­ghe­re­se Mol. Ma men­tre le sei indu­strie scal­da­va­no i moto­ri in vista del­la fir­ma del con­trat­to, che sareb­be dovu­ta per­ve­ni­re il 2 apri­le, il pro­get­to è sta­to bloc­ca­to. Le pres­sio­ni da par­te di Slo­ve­nia e Ita­lia han­no fat­to in modo che la sca­den­za del­l’ac­cor­do slit­tas­se e che entram­bi i Pae­si venis­se­ro inse­ri­ti nel­la VAS. Avre­mo tem­po fino al 4 mag­gio per fare segna­la­zio­ni e rimo­stran­ze, dopo­di­ché le tri­vel­la­zio­ni potran­no pren­de­re il via. Non potre­mo evi­tar­le e poli­ti­ca­men­te è giu­sto così.
L’u­ni­co fat­to­re che potreb­be vani­fi­ca­re i sogni di Vrdo­ljak sareb­be un refe­ren­dum popo­la­re, ipo­te­si ven­ti­la­ta dal pre­mier croa­to Zoran Mila­no­vić lo scor­so mar­zo, di cui però a oggi non si ha che il fle­bi­le annuncio.

Nel frat­tem­po il Gover­no di Zaga­bria ha aper­to la cac­cia anche sul­la ter­ra fer­ma. Pro­prio in que­sti gior­ni si stan­no asse­gnan­do le licen­ze per la ricer­ca di gas in un’a­rea che va dal­la Sla­vo­nia alla Croa­zia orientale.
Anche il Mon­te­ne­gro — del­la cui viva­ce poli­ti­ca ener­ge­ti­ca si è già par­la­to — non vuo­le rima­ne­re esclu­so dal­la gran­de spar­ti­zio­ne. Imme­dia­ta­men­te dopo il lan­cio del ban­do croa­to, ha prov­ve­du­to a fare altret­tan­to e a but­ta­re sul piat­to le sue fiches, ossia ven­ti­sei bloc­chi mari­ni da 300 chi­lo­me­tri qua­dra­ti pron­ti per l’u­so. E, per non far dif­fe­ren­ze, ha ribal­ta­to a sua vol­ta le rego­la­ri pro­ce­du­re: pri­ma ha indet­to la gara d’ap­pal­to, poi ha ini­zia­to a chie­der­si se e come tri­vel­la­re indi­scri­mi­na­ta­men­te i fon­da­li mari­ni potes­se riper­cuo­ter­si sull’ambiente.
Ma se i vici­ni han­no avu­to alme­no il buon gusto di por­re una distan­za mini­ma di 6 km tra le iso­le e gli impian­ti, Mon­te­ne­gro ha alza­to la posta e l’ha ridot­ta del­la metà: da ban­do, solo 3 km di acque potran­no sepa­ra­re una piat­ta­for­ma dal­le spiag­ge di qual­sia­si isola.

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Ecco lo stra­zio e il gran­de scem­pio che colo­re­rà di nero l’A­dria­ti­co – ci si augu­ra solo meta­fo­ri­ca­men­te – fore­rà i Bal­ca­ni e gon­fie­rà le pan­ce del­le gran­di indu­strie petrolifere.
E, a con­ti fat­ti, pre­ve­de­rà un ritor­no rela­ti­va­men­te scar­so per cia­scu­na nazio­ne coinvolta.

Per fare un esempio a noi più prossimo, le royalties pagate dalle compagnie estrattrici sulle attività onshore in Basilicata sono del 7%, in Sicilia del 13%; ma sull’offshore è prevista una fascia esente da tasse fino a una certa soglia minima d’estrazione. A queste percentuali il ritorno è sostanzioso solo in presenza di grandi giacimenti, ma non sono questi i casi.

Le sti­me del­lo U.S. Ener­gy Infor­ma­tion Admi­ni­stra­tion par­la­no, per quan­to con­cer­ne la Croa­zia, di riser­ve accer­ta­te di 70 milio­ni di bari­li su tut­to il suo ter­ri­to­rio, per l’Al­ba­nia di 170 milio­ni. Per fare un con­fron­to, l’I­ta­lia dispor­reb­be di 560 milio­ni di bari­li, la Nor­ve­gia di 5,3 miliardi.
Ma cer­ta­men­te le riser­ve pre­sen­ti tra le coste ita­lia­ne e quel­le bal­ca­ni­che eser­ci­ta­no un cer­to qual fasci­no anche su Roma e le tri­vel­le dei nostri con­cor­ren­ti d’ol­tre­ma­re fan­no al con­tem­po pau­ra e invi­dia, seb­be­ne i 22 milio­ni di bari­li che potrem­mo estrar­re dai fon­da­li adria­ti­ci in sei anni potreb­be­ro copri­re all’in­cir­ca l’11% del nostro fab­bi­so­gno annua­le, al più quat­tro mesi di con­su­mi del sistema-paese.
Sen­za con­ta­re il fat­to che le tri­vel­la­zio­ni nel­l’A­dria­ti­co set­ten­trio­na­le sono attual­men­te vie­ta­te, dato che tra i vari effet­ti col­la­te­ra­li, rischia­no di ave­re l’in­de­si­de­ra­bi­le e odio­sa con­se­guen­za di far spro­fon­da­re Venezia.
Que­sto non ha impe­di­to al Gover­no Ren­zi d’in­se­ri­re nel decre­to Sbloc­ca Ita­lia un paio di arti­co­li con­tro­ver­si sul­la rego­la­men­ta­zio­ne del­le poli­ti­che ener­ge­ti­che, fero­ce­men­te avver­sa­ti dal­le asso­cia­zio­ni ambien­ta­li­ste, dai sin­da­ca­ti e dagli enti locali.

Abruz­zo, Cala­bria, Lom­bar­dia, Mar­che, Vene­to, Puglia e Cam­pa­nia con­te­sta­no gli arti­co­li 37 e 38 del decre­to, l’u­no dedi­ca­to ai gas­si­fi­ca­to­ri, reti e depo­si­ti di stoc­cag­gio per il gas, l’al­tro alla pro­spe­zio­ne, ricer­ca e col­ti­va­zio­ne di idro­car­bu­ri. L’ar­ti­co­lo 37 defi­ni­sce i gasdot­ti di impor­ta­zio­ne dall’estero, i ter­mi­na­li di rigas­si­fi­ca­zio­ne di Gnl, gli stoc­cag­gi di gas natu­ra­le e le infra­strut­tu­re del­la rete nazio­na­le di tra­spor­to del gas, esat­ta­men­te come le «atti­vi­tà di pro­spe­zio­ne, ricer­ca e col­ti­va­zio­ne di idro­car­bu­ri e quel­le di stoc­cag­gio sot­ter­ra­neo di gas natu­ra­le», di «carat­te­re di inte­res­se stra­te­gi­co» e costi­tui­reb­be­ro «una prio­ri­tà a carat­te­re nazio­na­le» essen­do «di pub­bli­ca uti­li­tà, non­ché indif­fe­ri­bi­li e urgenti».
Il carat­te­re emer­gen­zia­le di tali ope­ra­zio­ni pre­ve­de­rà pro­ce­du­re buro­cra­ti­che sem­pli­fi­ca­te e più snel­le, in con­trad­di­zio­ne — stan­do al ricor­so depo­si­ta­to in que­sti gior­ni dal WWF alla Cor­te Costi­tu­zio­na­le — con il Trat­ta­to del­la UE, la Diret­ti­va Off­sho­re e il Pro­to­col­lo Off­sho­re del­la Con­ven­zio­ne di Bar­cel­lo­na per la pro­te­zio­ne del Medi­ter­ra­neo. Attra­ver­so l’i­sti­tu­zio­ne di un tito­lo con­ces­sio­ne uni­co (attual­men­te ne ser­vo­no due per ini­zia­re le atti­vi­tà), con­sen­ti­rà di sca­val­ca­re il pare­re del­le regio­ni, pro­ba­bil­men­te in vio­la­zio­ne all’ar­ti­co­lo V del­la Costi­tu­zio­ne, per­ché sarà lo Sta­to a sce­glie­re se auto­riz­za­re ricer­che, son­dag­gi e trivellazioni.

Vie­ne pre­vi­sta inol­tre la tra­sfor­ma­zio­ne degli stu­di del Mini­ste­ro del­l’Am­bien­te sul rischio sub­si­den­za in Alto Adria­ti­co deri­van­te dal­le atti­vi­tà di pro­spe­zio­ne, ricer­ca e col­ti­va­zio­ne di idro­car­bu­ri, in pro­get­ti spe­ri­men­ta­li di col­ti­va­zio­ne, in vista di un futu­ro sfruttamento.
Da Chiog­gia si leva il lamen­to del sin­da­co Giu­sep­pe Casson:

“Da una parte lo Stato spende cifre enormi per la salvaguardia, come i 6 milioni di euro per il Mose, e dall’altra mette a rischio questo patrimonio mondiale con le trivellazioni, che comportano, secondo studi scientifici non smentiti, il rischio di subsidenza e di abbassamento per tutto il nostro territorio, che è fragilissimo. Le trivellazioni comportano il rischio di finire sott’acqua”

e pro­se­gue: “Sono pre­oc­cu­pa­to, per­ché si con­ti­nua a par­la­re di tri­vel­la­zio­ni in Alto Adria­ti­co e nes­su­no dice che van­no impe­di­te. Que­ste deci­sio­ni sono schi­zo­fre­ni­che. In linea di prin­ci­pio non ho nul­la con­tro la deci­sio­ne del gover­no di avo­ca­re a sé il set­to­re ener­ge­ti­co, ma non vor­rei che ciò sot­tin­ten­des­se la volon­tà di bypas­sa­re la volon­tà degli enti loca­li. Qui non si trat­ta di esse­re con­tra­ri per met­te­re i basto­ni tra le ruo­te del mano­vra­to­re ma per un moti­vo razionale”.

Anche il Gover­na­to­re vene­to Zaia nei mesi scor­si ha lan­cia­to l’al­lar­me: “Que­ste dispo­si­zio­ni nazio­na­li, cal­pe­stan­do tut­te le com­pe­ten­ze regio­na­li in mate­ria di gover­no del ter­ri­to­rio, turi­smo, pro­te­zio­ne civi­le, salu­te, pro­dur­ran­no irri­le­van­ti bene­fi­ci eco­no­mi­ci e socia­li ed ele­va­ti peri­co­li ambien­ta­li per il ter­ri­to­rio ita­lia­no, già carat­te­riz­za­to da rile­van­ti rischi geo­lo­gi­ci e ambientali”.
Usan­do un po’ di buon sen­so e di sano rea­li­smo, nel­lo sfrut­ta­re i gia­ci­men­ti che abbia­mo a dispo­si­zio­ne non ci sareb­be nul­la di male, anzi, l’I­ta­lia potreb­be trar­ne cer­ta­men­te dei bene­fi­ci, alme­no indi­ret­ta­men­te. Abbia­mo una del­le legi­sla­zio­ni più strin­gen­ti al mon­do in mate­ria, qual­cu­no sostie­ne che lo sia trop­po e for­se non ha tut­ti i torti.

Tuttavia la creazione di corridoi preferenziali modellati ad hoc per fronteggiare la concorrenza di paesi che, come Croazia, Albania e Montenegro, stanno attuando politiche selvagge con un atteggiamento miope e pericoloso.

Pro­se­gui­re per que­sta via avrà for­se dei van­tag­gi, ma qua­le sia il prez­zo è chia­ro e non si trat­ta di un prez­zo esclu­si­va­men­te ambien­ta­le – che comun­que sareb­be suf­fi­cien­te a tira­re in remi in bar­ca e avvia­re una riflessione.

Si spe­ra che la poli­ti­ca del fare, che ama riem­pir­si la boc­ca di paro­le come “bel­lez­za”, “futu­ro”, “cul­tu­ra”, “ambien­te”, se ha a cuo­re la bel­lez­za, il futu­ro, la cul­tu­ra e l’am­bien­te del Pae­se, ridi­men­sio­ni con giu­di­zio le con­ces­sio­ni del­lo Sbloc­ca Ita­lia. Che intervenga,pur nel rispet­to del­le sin­go­le sovra­ni­tà, nei pro­get­ti scri­te­ria­ti dei nostri vici­ni e ridi­men­sio­ni anche i loro sogni nor­ve­ge­si – che non si limi­ti dun­que solo a par­la­re in con­fe­ren­za stam­pa ma agi­sca anche nel ter­re­no che è pro­prio del­la politica.
Ma vale pur sem­pre l’an­ti­co luo­go comu­ne che fra il dire e il fare ci sia di mez­zo un mare – l’A­dria­ti­co in que­sto caso.

PER APPROFONDIRE
http://bankwatch.org/news-media/blog/albania-oils-history-casts-long-shadows-over-locals

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Montenegro/Montenegro-dallo-stato-ecologico-ai-sogni-dell-oro-nero-158894

http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/sei-regioni-si-schierano-contro-lo-sbloccaitalia-grazie-all-azione-ambientalist

http://www.qualenergia.it/articoli/20141028-sblocca-italia-associazioni-via-articolo-38-o-italia-colonia-per-le-trivelle

Con­di­vi­di:
Arianna Bettin
Irre­quie­ta stu­den­tes­sa di filo­so­fia, cer­co di fare del pun­to inter­ro­ga­ti­vo la mia ragion d’es­se­re e la chia­ve di let­tu­ra del­la realtà. 
Nel dub­bio, ci scri­vo, ci cor­ro e ci rido su.

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