Slow Food, Coop e Eataly:
la sinistra di facciata.
Due chiacchiere con Wolf Bukowski

Maria C. Mancuso
@MariaC_Mancuso

Dopo la recen­te pub­bli­ca­zio­ne del suo ulti­mo libro, La dan­za del­le moz­za­rel­le (Con­su­len­za edi­to­ria­le Wu Ming 1, Edi­zio­ni Ale­gre), Wolf Buko­w­ski è appar­so sul Cor­rie­re, Il Mani­fe­sto, Il Fat­to Quo­ti­dia­no, è sta­to ospi­te di Radio popo­la­re e a Mila­no del Festi­val Sta­ta­le Anti­fa­sci­sta e Anti­raz­zi­sta insie­me a Genui­no Clan­de­sti­no. Scrit­to­re e gue­st blog­ger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spa­zio a sot­tin­te­si: quel­lo di Slow Food e Eata­ly è un sogno “tra­mu­ta­to in un incu­bo tur­bo­ca­pi­ta­li­sta fat­to di iper­mer­ca­ti, gestio­ne pri­va­ti­sti­ca dei cen­tri cit­ta­di­ni, pre­ca­rie­tà per i lavoratori”.

In pas­sa­to hai scrit­to di memo­ria, ter­ri­to­rio e Gran­di Ope­re. Com’è nata l’i­dea di que­sto libro? Qual è il mes­sag­gio che vole­vi vei­co­la­re e a chi è indirizzato?
L’idea nasce da una par­te per un mio inte­res­se ver­so le que­stio­ni del cibo – soprat­tut­to per i suoi aspet­ti poli­ti­ci, socia­li ed eco­no­mi­ci – e dall’altra per del­le ricer­che che ave­vo fat­to sul­la poli­ti­ca ita­lia­na negli anni ’80. La vicen­da di cui par­lo nel libro si inter­se­ca con quel­le del­la sini­stra ita­lia­na nel­le sue varie acce­zio­ni. E infat­ti rac­con­to la sto­ria del Mani­fe­sto, del Gam­be­ro Ros­so e i rap­por­ti che si costrui­sco­no tra asso­cia­zio­ni che nasco­no a sini­stra come Slow Food, con azien­de che han­no un rap­por­to con la sini­stra isti­tu­zio­na­le come le Coop e infi­ne con Eata­ly che ades­so è qua­si iden­ti­fi­ca­ta con la sini­stra del gover­no. Vede­vo che alcu­ne loro scel­te era­no sem­pre più orien­ta­te ver­so il mer­ca­to e la mistificazione.
L’occasione più pros­si­ma è sta­ta l’idea del­la Disney­land del cibo, a Bologna.
Mi sem­bra­va ci fos­se un con­tra­sto mol­to stri­den­te tra que­sto mega even­to-ope­ra, FICO, e i mer­ca­ti con­ta­di­ni che face­va­no fati­ca a tro­va­re degli spa­zi, fati­ca a sta­re den­tro nei conti.
In mez­zo a tut­to que­sto con­tra­sto c’era un’aria di incer­tez­za poli­ti­ca e un pez­zo di socie­tà che emo­ti­va­men­te si col­lo­ca­va a sini­stra ma che in qual­che modo non riu­sci­va a vede­re la con­trad­di­zio­ne. Lo sco­po del libro è far emer­ge­re que­sta con­trad­di­zio­ne: tra qual­cu­no che rici­cla e ripro­po­ne moti­vi, pen­sie­ri, paro­le di sini­stra, come fan­no Slow Food, Eata­ly e la Coop e una real­tà che inve­ce secon­do me era mol­to più radi­ca­le e che con­ti­nua­va a por­ta­re avan­ti istan­ze di tra­sfor­ma­zio­ne socia­le, che non riu­sci­va ad emer­ge­re e che rischia­va di rima­ne­re schiac­cia­ta da que­sta cosa che sem­bra­va mol­to buo­na e giusta.
Il libro nel­la mia testa è rivol­to a chi vive anco­ra in que­sto lim­bo in cui si chie­de: “per­ché Slow Food non potreb­be esse­re buo­no, puli­to e giu­sto come dichia­ra? E qual è la dif­fe­ren­za tra un mer­ca­to con­ta­di­no e inve­ce un’istituzione come Slow Food che si pro­po­ne come rivo­lu­zio­na­ria ma che inve­ce ha un rap­por­to orga­ni­co con pez­zi di impre­se e pez­zi di eco­no­mia che non han­no nul­la né di rivo­lu­zio­na­rio, né di tra­sfor­ma­zio­ne sociale?”

SlowFoodThera06676

Il sot­to­ti­to­lo del tuo libro è “Slow Food, Eata­ly, Coop e la loro nar­ra­zio­ne”: quan­ta pre­sa ha secon­do te l’espediente del­la nar­ra­zio­ne sul con­su­ma­to­re comu­ne? Petri­ni, come scri­vi, è riu­sci­to a far pas­sa­re per buo­ni i nuo­vi padro­ni che par­te­ci­pa­no ad Expo, c’è qual­cu­no che se la beve?
Sì, la que­stio­ne del­la nar­ra­zio­ne ha fat­to mol­ta pre­sa. La nar­ra­zio­ne non è il male in sé, nel sen­so che noi nar­ria­mo sem­pre, vivia­mo immer­si nel­la nar­ra­zio­ne, dun­que è inte­res­san­te par­lar­ne. Ma se que­sta accom­pa­gna il chia­ri­men­to di quel­li che sono i rap­por­ti eco­no­mi­ci mi va bene, se inve­ce li occul­ta e quin­di nar­ra­re un pro­dot­to ali­men­ta­re signi­fi­ca rac­con­tar­ti una sto­riel­la in cui man­ca­no i sog­get­ti che vera­men­te han­no mes­so il lavo­ro, la fati­ca rea­le, han­no costrui­to il pro­dot­to e non solo il suo imma­gi­na­rio, allo­ra è una nar­ra­zio­ne che depo­ten­zia e non chiarisce.
Per esem­pio nel­la val­le dell’Hudson, cioè il luo­go dei pro­dot­ti “buo­ni, puli­ti e giu­sti” a bas­so chi­lo­me­trag­gio del­la cit­tà di New York, c’è que­sta enfa­si sul­la figu­ra del con­ta­di­no e c’è asso­lu­ta­men­te occul­ta­men­to di chi lavo­ra, che sono spes­so immi­gra­ti mes­si­ca­ni non in rego­la, men­tre la gran­de nar­ra­zio­ne par­la del con­ta­di­no con la cami­cia a scac­chi… La stes­sa nar­ra­zio­ne sul con­ta­di­no diven­ta un simu­la­cro di con­ta­di­no che però deve for­ni­re il pro­dot­to su cui la gran­de distri­bu­zio­ne orga­niz­za­ta spe­cu­la. Que­sta è la dif­fe­ren­za sostan­zia­le con i movi­men­ti come Genui­no Clan­de­sti­no che pone sem­pre l’accento sui rap­por­ti di lavoro.

Al tema del­la nar­ra­zio­ne si ricol­le­ga quel­lo dell’immagine: oggi i pro­dot­ti ali­men­ta­ri ven­go­no foto­gra­fa­ti come fos­se­ro model­li, si è dif­fu­so un cer­to feti­ci­smo, a tal pun­to che si par­la di food porn. Pen­si che que­sto abbia inci­so sul suc­ces­so di Eata­ly, Slow Food e altre real­tà o è un pro­ces­so con­tra­rio, cioè sono que­ste real­tà ad aver con­tri­bui­to a que­sti fenomeni?
Nel libro fac­cio un’ipotesi di cui ho tro­va­to con­fer­ma nell’ultimo libro di Andrea Segrè. Mi ero spor­to dicen­do che for­se que­sta insi­sten­za sul cibo è lega­ta al fat­to che ci stan­no pre­pa­ran­do ad ave­re tal­men­te pochi sol­di che quei pochi che ci resta­no dovre­mo inve­stir­li in cibo, alme­no ci dan­no que­sto di più nar­ra­ti­vo o feti­ci­sta. For­se nel fetic­cio c’è la nar­ra­zio­ne e nel­la nar­ra­zio­ne c’è il fetic­cio. Que­sta cosa me la rileg­go più o meno pari pari nell’ultimo libro di Segrè: il cibo è l’unico con­su­mo che non si può com­pri­me­re, per cui a quel pun­to noi dob­bia­mo sta­re con­ten­ti, sape­re che una quo­ta sem­pre mag­gio­re del red­di­to andrà a copri­re la spe­sa di una cosa che è essen­zia­le; il cibo ha un valo­re d’uso asso­lu­ta­men­te impre­scin­di­bi­le, e inve­ce rie­sco­no a far­lo diven­ta­re un valo­re di scambio.
Uno dei pun­ti d’innesto del mio libro era il mio gran­de fasti­dio per quel discor­so insi­sti­to sul fat­to che gli ita­lia­ni spen­do­no poco in pro­dot­ti ali­men­ta­ri. Lavo­ran­do su que­sto ho fat­to rife­ri­men­to a Gram­sci che in manie­ra del tut­to pre­veg­gen­te, rispon­den­do a cri­ti­che e discor­si otto­cen­te­schi, cioè Feuer­bach, dice che non è il cibo che gene­ra le tra­sfor­ma­zio­ni socia­li, è la tra­sfor­ma­zio­ne socia­le che ti spin­ge a cibar­ti in modo diver­so, e que­sto è vera­men­te rivo­lu­zio­na­rio det­to oggi quan­do ci sono libri su libri di Petri­ni, Segrè, Fari­net­ti & Com­pa­ny che ti dico­no che man­gian­do qual­co­sa di diver­so cam­bi la socie­tà. Non è vero. Non è vero per­ché noi sia­mo inca­stra­ti in mec­ca­ni­smi più gran­di di noi che non pos­so­no esse­re cam­bia­ti dall’ultimo anel­lo del pro­ces­so eco­no­mi­co, cioè dal consumo.
Se a mon­te non vi ade­ri­sce tut­ta la pro­du­zio­ne io pos­so cam­bia­re il mon­do con­su­man­do diver­sa­men­te? No.

farinetti

Quin­di secon­do te la filie­ra equo-soli­da­le non è un’alternativa valida?
La filie­ra equo-soli­da­le è una cosa cari­na a cui mi rivol­go anche volen­tie­ri, però sapen­do che in buo­na par­te, for­se total­men­te, non è in gra­do di cam­bia­re i rap­por­ti di domi­nio economico.

Nel libro face­vi anche rife­ri­men­to al boi­cot­tag­gio, dicen­do che non ser­ve a niente…

Quando mai un boicottaggio ha funzionato veramente? Le parole d’ordine cambiano, i soggetti economici riescono a riciclarsi con grandi capacità e quindi sì il boicottaggio è una pratica da operare, ma lascia un po’ il tempo che trova.

Ti fac­cio un esem­pio: io sono un No TAV del­la pri­ma ora ma io in que­sto momen­to in cui sto giran­do per pre­sen­ta­re il libro devo pren­de­re la TAV, per­ché non ho alter­na­ti­ve. Come ope­ro il mio boi­cot­tag­gio quan­do i pote­ri eco­no­mi­ci in cui io sono una for­mi­ca mi cam­bia­no le car­te in tavo­la? Oppu­re un’altra cosa che ci tene­vo a dire nel libro, puoi pre­ten­de­re che chi fa due o tre lavo­ri e non ha nean­che il tem­po di respi­ra­re rin­cor­ra il con­ta­di­no per fare la spe­sa? Oppu­re se alle 10 arri­va e c’è la Coop aper­ta ci va?
E poi men­tre sui boi­cot­tag­gi nes­su­no ha fat­to una pie­ga, quan­do inve­ce (nel 2013, ndr) i fac­chi­ni si son mes­si di mez­zo e han­no bloc­ca­to gli acces­si del­la Gra­na­ro­lo o i magaz­zi­ni del­la Coop, per­ché veni­va­no costret­ti a con­di­zio­ni di lavo­ro ter­ri­bi­li, lì la rea­zio­ne è sta­ta cru­de­le, un attac­co diret­to, una chia­ma­ta alle armi di tut­ti i pote­ri del­la Repub­bli­ca, dal Par­la­men­to alla Poli­zia di Sta­to. Que­sto vuo­le dire che la cosa che anco­ra oggi rie­sce a met­te­re il basto­ne tra le ruo­te ai pote­ri for­ti è il con­flit­to col lavo­ro, da un lato è rive­la­to­re, dall’altro per­met­te di scar­di­na­re una nar­ra­ti­va sul tuo ruo­lo come con­su­ma­to­re, che non c’è.

Expo vuo­le, cito, “dare una rispo­sta con­cre­ta a un’esigenza vita­le: riu­sci­re a garan­ti­re cibo sano, sicu­ro e suf­fi­cien­te per tut­ti i popo­li, nel rispet­to del Pia­ne­ta e dei suoi equi­li­bri”. E’ pos­si­bi­le nutri­re il pia­ne­ta con il con­tri­bu­to del­le mul­ti­na­zio­na­li dell’agrobusiness?
Io cre­do che alle mul­ti­na­zio­na­li inte­res­si quel­la quo­ta mol­to gros­sa di Pae­si che si nutro­no anco­ra con l’agricoltura di pros­si­mi­tà. Il 70% del pia­ne­ta si nutre di pro­dot­ti col­ti­va­ti da con­ta­di­ni e per le mul­ti­na­zio­na­li que­sto 70% è un pasco­lo da con­qui­sta­re. Mi sem­bra che sia un’idea fol­le. Peral­tro il con­trol­lo da par­te di enor­mi azien­de sul­la ripro­du­ci­bi­li­tà dei semi è una cosa tal­men­te dram­ma­ti­ca che pen­so che fino a pochi decen­ni fa nean­che la fan­ta­scien­za avreb­be potu­to imma­gi­na­re una roba di que­sto tipo.

E che cosa pen­si di chi sostie­ne la neces­si­tà del­le col­ti­va­zio­ni OGM per con­tri­bui­re alla lot­ta alla fame? Cre­di che l’Italia apri­rà pre­sto le por­te a que­sto tipo di coltivazioni?
Cre­do che uno degli sco­pi di Expo sia pro­prio que­sto. Come dico nel libro, la cosa buf­fa è che Slow Food, che è den­tro ad Expo, se n’è accor­to benis­si­mo di que­sto gio­chi­no e s’illude di ave­re il pote­re di condizionare.

Slow Food o Segrè hanno queste posizioni un po’ sfuggenti, quando gli si chiede degli OGM rispondono: “Noi non siamo contro la scienza”. Ho capito, però ci sono dei settori di sviluppo scientifico che forse non sono interessanti, non abbiamo bisogno di più cibo.

Le ricet­te per ral­len­ta­re la sovrap­po­po­la­zio­ne mon­dia­le sap­pia­mo qua­li sono: pri­ma di tut­to la sco­la­riz­za­zio­ne fem­mi­ni­le, si è visto ovun­que. Dopo­di­ché ridu­cen­do gli spa­zi per gli alle­va­men­ti e l’uso for­sen­na­to per il bio­fuel potrem­mo comun­que nutrir­ci  a sufficienza.

Per non par­la­re degli sprechi…
Quel­lo degli spre­chi è un discor­so che non ho affron­ta­to ma che in real­tà sta diven­tan­do anche quel­lo un modo per giu­sti­fi­ca­re le gros­se azien­de del­la distri­bu­zio­ne e col­pe­vo­liz­za­re il con­su­ma­to­re. Segrè in tut­ti i suoi libri dice “lo spre­co avvie­ne nel fri­go­ri­fe­ro di casa”. È vero, lo spre­co avvie­ne a val­le, ma per­ché i super­mer­ca­ti gene­ra­no l’acquisto di for­ma­ti e di pro­dot­ti in ecces­so e quin­di sca­ri­ca­no sull’ultimo anel­lo que­sto aspet­to qui. Per non dimen­ti­ca­re che spes­so la gen­te spre­ca per­ché ha una vita impos­si­bi­le: non rie­sco­no a rita­gliar­si lo spa­zio per ammi­ni­stra­re cor­ret­ta­men­te il cibo che comprano.

Il cibo sano, soste­ni­bi­le e bio­lo­gi­co sem­bra esse­re diven­ta­to il nuo­vo “cavia­le e cham­pa­gne”, il cibo dei ric­chi, il nuo­vo sta­tus sym­bol. E i poveri?
Sem­pre nel discor­so che ci stan­no pre­pa­ran­do a spen­de­re mol­to di più per il cibo, ma allo stes­so tem­po ci col­pe­vo­liz­za­no per­ché spen­de­rem­mo trop­po poco, che non è vero, c’è un gros­so pro­ble­ma in vista per­ché con l’ingresso degli OGM in pie­no nel­le col­tu­re euro­pee, si cree­rà un dop­pio bina­rio: quel­lo di chi potrà man­gia­re gli OGM-free e quel­lo di chi man­ge­rà tut­to. Quin­di, ben lun­gi dal com­bat­te­re il pro­ble­ma del­la fame nel mon­do, può crea­re un pro­ble­ma serio di nutri­zio­ne, di qua­li­tà, oltre a impo­ve­ri­re, com’è acca­du­to in India, i con­ta­di­ni che col­ti­va­no OGM. Que­sto è un pro­ble­ma gros­so: dopo quel­la di appa­ren­te demo­cra­ti­ci­tà si va ver­so una fase in cui il cibo cam­bia net­ta­men­te rispet­to alle pos­si­bi­li­tà eco­no­mi­che di chi lo mangia.

Hai det­to più vol­te che a dif­fe­ren­za di quel­lo che dice Miche­le Ser­ra in un suo famo­so arti­co­lo non stia­mo spen­den­do trop­po poco per il cibo. Perché?
Per­ché come dice Gram­sci le tra­sfor­ma­zio­ni socia­li gene­ra­no l’abitudine. Non pos­sia­mo rim­pian­ge­re il momen­to in cui la gen­te non ave­va nul­la, ave­va una vita ridot­ta al mini­mo e spen­de­va tut­to per il cibo, per­ché non è che loro fos­se­ro più soste­ni­bi­li, sem­pli­ce­men­te ave­va­no poco red­di­to e lo spen­de­va­no qua­si tut­to per quel­lo. Ades­so riav­vol­ge­re il nastro e dire che devi spen­de­re di più per il cibo quan­do io sto spen­den­do mol­to di più per altre cose: i tra­spor­ti che pri­ma non ser­vi­va­no o le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni… Non è che Miche­le Ser­ra può dire che si può vive­re sen­za smart­pho­ne, è lui che può vive­re sen­za smart­pho­ne, una per­so­na nor­ma­le no. Se mi dai più red­di­to ragio­nia­mo su come spen­der­lo, ma se inve­ce me lo ridu­ci, men­tre ho il mutuo da paga­re e le altre spe­se cre­scen­ti, tu non puoi chie­der­mi que­sto e soprat­tut­to non puoi spac­ciar­la come roba di sinistra.

eBay ha recen­te­men­te mes­so a pun­to una stra­te­gia per il com­mer­cio dell’agroalimentare made in Ita­ly, che cosa pen­si del e‑commerce in cam­po alimentare?
L’e‑commerce crea que­sta enor­me filie­ra ricat­ta­bi­lis­si­ma di lavo­ra­to­ri del­la logi­sti­ca che sono un po’ la clas­se ope­ra­ia iper­sfrut­ta­ta di oggi, con nes­su­na garan­zia. Se non cam­bia­no i rap­por­ti socia­li non pos­so imma­gi­na­re un e‑commerce equo. Imma­gi­ne­rò un e‑commerce equo il gior­no in cui saprò che saran­no retri­bui­ti ade­gua­ta­men­te tut­ti i lavo­ra­to­ri del­la filiera.

E il pic­co­lo pro­dut­to­re? Riu­sci­reb­be a trar­ne vantaggio?
No. Con que­sto con­te­sto di distri­bu­zio­ne del red­di­to que­sti sol­di van­no tut­ti alla gran­de distri­bu­zio­ne organizzata.

A que­sto si ricol­le­ga il discor­so sul capo­ra­la­to, sul­la neces­si­tà che esi­sta lo sfrut­ta­men­to dei brac­cian­ti per poter man­te­ne­re i prez­zi bas­si e fare in modo che il pro­fit­to sia tut­to del­la gran­de distribuzione.
I capo­ra­li sono un po’ come gli sca­fi­sti, sono per­so­ne sicu­ra­men­te con una quo­ta loro di cru­del­tà per­so­na­le, di voglia di appro­fit­tar­se­ne, ma sono stru­men­ti di un model­lo. Que­sto tipo di agri­col­tu­ra in cui la gran­de distri­bu­zio­ne si man­gia tut­ta la quo­ta dei pro­fit­ti non sareb­be pos­si­bi­le se non aves­se in manie­ra reti­co­la­re qual­cu­no che com­pri­me così tan­to i brac­cian­ti da costrin­ger­li a lavo­ra­re per cifre di que­sto tipo.

Nell’ultimo capi­to­lo par­li dei volon­ta­ri in Expo: cri­ti­chi que­sta scel­ta o cre­di che il loro sia un ruo­lo neces­sa­rio, un po’ come quel­lo dei brac­cian­ti iper­sfrut­ta­ti dai caporali?
Al di là di qual­cu­no che è entu­sia­sta di suo, non voglio fare lo spe­cu­la­re di Miche­le Ser­ra e col­pe­vo­liz­za­re qual­cu­no. Sono situa­zio­ni più gran­di di noi in cui le per­so­ne si tro­va­no, asso­lu­ta­men­te. Non riten­go che sia una respon­sa­bi­li­tà loro, riten­go che chi ha più quo­te di pote­re avreb­be dovu­to tener­si ben fuo­ri da que­sti mec­ca­ni­smi. Poi ognu­no di noi fa tut­ti i ten­ta­ti­vi che può, per cam­pa­re pur­trop­po un sac­co di gen­te ten­ta solo di far cur­ri­cu­lum, ormai ha rinun­cia­to addi­rit­tu­ra alle pro­spet­ti­ve di un red­di­to e spe­ra che que­sta roba fac­cia curriculum.

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Maria C. Mancuso
Scri­ve di agri­col­tu­ra, ambien­te e cibo. Mal sop­por­ta chi usa gli angli­ci­smi per dar­si un tono.
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