Davide Banis
@davidebanis
A due settimane di distanza, il terremoto del Nepal è prevedibilmente semi scomparso dall’agenda mediatica italiana.
E pensare che a Kathmandu non si sono nemmeno lontanamente finiti di celebrare i riti funebri per le migliaia di cadaveri che, per seguire i dettami induisti, devono essere bruciati su delle pire per far sì che l’anima del defunto possa reincarnarsi in nuovo corpo e non vagare infelice, magari tormentando la propria famiglia.
Questi sono particolari che si tendono spesso a dimenticare dal punto di vista occidentale ma ricoprono per le popolazione locali una funzione della vitale importanza nella gestione del post sisma.
Se è vero infatti che i morti sono uguali in ogni angolo del mondo, la morte non lo è.
Ogni sistema di pensiero sviluppa delle differenti credenze e quindi dei diversi modi di concepirla, dei diversi modi di temerla, di accettarla o di negarla.
Ad esempio, per l’81% dei nepalesi che sono induisti, il rito della pira funebre va compiuto da tutta la famiglia, senza esitazioni. Ed è per questo che al tempio di Pashupatinath, il più importante luogo di culto induista del Nepal, i fuochi continuano ad ardere da giorni, incessantemente.
Ma persino parlare di Induismo in generale è fuorviante visto che più di una religione monolitica è un insieme di riti e credenze molto diversificati fra loro. I disastri naturali stessi sono visti in modo differente dai singoli credenti.
Il parlamentare indiano Sakshi Maharaji, ad esempio, del Bharatiya Janata Party (il Partito Popolare Indiano che è al governo) ha dichiarato che Rahul Gandhi, il vicepresidente del Congress (il partito di opposizione) è da ritenersi “responsabile del sisma perché impuro mangiatore di carne di manzo.”
All’opposto – come scrive il professor Todd Lewis dell’Holy Cross College, un istituto universitario gesuita del Massachusetts – “moltissimi Hindu non credono che il terremoto sia dovuto alla rabbia delle divinità o al cattivo karma ma semplicemente a fatti casuali, imprevedibili”.
“Anche per quanto riguarda i soccorsi” prosegue il professor Lewis “bisogna distinguere fra chi vi contribuisce perché crede che questo serva concretamente al proprio buon karma (punya) e chi, e io penso siano la maggioranza, dà una mano per un senso di sincera compassione.”
Del resto la “Compassione” non è da queste parti un concetto astratto o una parola qualunque, impregnata com’è di precisi significati buddhisti che, genericamente parlando, si muovono in uno spettro semantico che va da “pietà” a “amore.”
I Buddhisti in Nepal sono circa l’8% ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno da questa cifra apparentemente bassa, perché a 230 chilometri da Kathmandu c’è Lumbini, dove la Regina Maya diede i natali a Siddharta Gautama, il Buddha, rendendolo uno dei luoghi più importanti per la storia di questa religione.
Nel Milindapañha, un testo buddhista molto importante, viene detto che la maggior parte delle cose avvengono senza un preciso motivo karmico o divino, semplicemente accadono. Così generalmente accadono anche i terremoti, in quel movimento continuo di nascita e di morte che è il ciclo naturale della vita, da accettare senza porsi quesiti, per quanto doloroso possa essere. E del resto la “Verità del dolore”, ovverosia il fatto che la Sofferenza sia insita nell’esperienza umana poiché qualunque cosa o evento non è permanente, è la prima delle Quattro Nobili Verità.
Tutto cesserà, tutto finirà per essere distrutto, come ben esemplificano i Mandala del Buddhismo tibetano, quelle straordinarie rappresentazioni di sabbia colorata che dopo un certo periodo vengono spazzate via – la sabbia restituita al fiume – a testimoniare la transitorietà del reale. I Mandala li chiameremmo di sicuro “opere d’arte” se non pensassimo che le opere d’arte siano qualcosa da custodire per sempre e che distruggerle, per qualunque motivo, sia un sacrilegio, nel senso letterale della parola.
E sono come Mandala giganti i templi, gli stupa e i palazzi religiosi che a Kathmandu, Patan e Bhaktapur sono stati spazzati via dal sisma.

Ci sarebbe poi un discorso ancora diverso per i 4.4% di musulmani nepalesi e per l’1.4% di cristiani, per cui il terremoto è un “Atto di Dio”, com’è finanche definito nel lessico assicurativo americano, che stabilisce in questo modo l’impossibilità di fare causa a nessuno per i disastri naturali, nonostante qualcuno nel tempo abbia provato a prendersela bizzarramente con Dio anche dal punto di vista legale.
Punti di vista diversi. Diverse relazioni con la vita e con la morte. Troppo spesso appiattite e confuse sia nella pataccara retorica da social network che sfocia nelle foto clamorosamente false sia nell’approccio di chi è sinceramente interessato ma si scorda di lasciare il proprio ingombrante sistema di credenze fuori dalla porta.




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