Dopo il deserto Priscilla è in sosta al Manzoni

Sara Tam­bor­ri­no

Ritor­na a per­cor­re­re le sce­ne mila­ne­si, dal 27 mag­gio al 4 luglio, il bus più eccen­tri­co e sfa­vil­lan­te di sem­pre: Pri­scil­la, la regi­na del deser­to. Trat­to dall’omonimo film di Dean Bryant, il musi­cal, scrit­to da Ste­phan Elliott e Allan Scott con la regia di Simon Phil­lips e diret­to nel­la ver­sio­ne ita­lia­na da Mat­teo Gastal­do, non ces­sa di riscuo­te­re suc­ces­si, e giun­ge con il suo cari­co di pail­let­tes, strass, piu­me e sgar­gian­ti costu­mi di sce­na ad accen­de­re il pal­co­sce­ni­co del Tea­tro Man­zo­ni. Ad indos­sa­re i pan­ni vario­pin­ti dei tre per­so­nag­gi prin­ci­pa­li ci sono Mar­co D’Alberti, Cri­stian Ruiz e Ric­car­do Sini­si, che si dimo­stra­no per­fet­ta­men­te all’altezza del compito.

Ber­na­det­te, Tick (in arte Mitzi) e Adam (in arte Feli­cia), un tran­ses­sua­le e due drag queen che si esi­bi­sco­no nei gay bar di Syd­ney, a segui­to del­la mor­te del com­pa­gno di Ber­na­det­te si met­to­no in viag­gio attra­ver­so l’entroterra austra­lia­no per anda­re ad esi­bir­si al Casi­nò di Ali­ce Springs, la cui diret­tri­ce è la ex-moglie di Tick, Marion. Per affron­ta­re il tra­git­to, che non man­ca di peri­pe­zie, le tre si ser­vo­no di un mal­ri­dot­to bus ridi­pin­to di rosa a cui dan­no il nome Pri­scil­la, la regi­na del deser­to. A cau­sa di un gua­sto sono costret­te a fer­mar­si nel bel mez­zo del nul­la, e qui cono­sco­no Bob, mec­ca­ni­co giun­to in loro aiu­to; egli, attrat­to da Ber­na­det­te, si aggre­ga al grup­po. Una vol­ta a desti­na­zio­ne si sco­pre che Tick ha un figlio di otto anni, Ben­ja­min; il desi­de­rio di incon­trar­lo è il rea­le moti­vo che lo ha spin­to ad intra­pren­de­re il viag­gio. Con­tra­ria­men­te ad ogni timo­re il bam­bi­no accet­ta la dop­pia natu­ra del padre; tra Ber­na­det­te e Bob sboc­cia l’amore, men­tre Adam rie­sce a coro­na­re il suo sogno: sca­la­re la vet­ta del­l’Ayers Rock con un abi­to di sce­na e can­ta­re, in vet­ta, i più gran­di suc­ces­si di Madonna.

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La costan­te che carat­te­riz­za l’intera resa sce­ni­ca del­la vicen­da è l’incessante tra­sfor­mi­smo, che con­tri­bui­sce a man­te­ne­re sem­pre viva l’energia che per­va­de la com­me­dia. La nar­ra­zio­ne si svol­ge su una sce­na in con­ti­nua meta­mor­fo­si gra­zie all’ausilio di diver­si espe­dien­ti, come gli ele­men­ti scor­re­vo­li del­la sce­no­gra­fia, il bus che vie­ne fat­to ruo­ta­re su se stes­so a mostra­re ora la fian­ca­ta ora l’interno, l’utilizzo di un sipa­riet­to inter­me­dio che crea spa­zi dif­fe­ren­ti, alle­sti­ti a secon­da del­la neces­si­tà, con una velo­ci­tà sor­pren­den­te. Altret­tan­to rapi­di sono i fre­quen­ti cam­bi d’abito che si sus­se­guo­no per tut­ta la dura­ta del­la commedia.

Ovvia­men­te si trat­ta di strut­tu­re e costu­mi esa­ge­ra­ti e stra­va­gan­ti; l’eccesso e la gran­dio­si­tà sono par­te impre­scin­di­bi­le di que­sta tra­spo­si­zio­ne: tut­to è visto­so e sfa­vil­lan­te, a par­ti­re dal bus rico­per­to di Led colo­ra­ti, per pas­sa­re al nume­ro di 500 diver­si ed esplo­si­vi abi­ti di sce­na, tra par­ruc­che, scar­pe, acces­so­ri e truc­chi dav­ve­ro spet­ta­co­la­ri. Gli sgar­gian­ti effet­ti lumi­no­si sono uti­liz­za­ti seguen­do lo stes­so cri­te­rio, il che è reso chia­ro, pri­ma anco­ra che si alzi il sipa­rio, dal­le sfe­re a spec­chi che span­do­no sul pub­bli­co la loro atmo­sfe­ra disco. Trat­tan­do­si di un musi­cal, il ruo­lo sovra­no spet­ta però logi­ca­men­te alla musi­ca, e que­sta colon­na sono­ra, can­ta­ta dal vivo, se ne dimo­stra degna sfog­gian­do le mag­gio­ri hit degli anni ’70 e ’80, come It’s rai­ning men, Mate­rial girl, I will sur­vi­veGirls just want to have fun; è lo spec­chio di un’epoca.

A que­sta spet­ta­co­la­re resa sce­ni­ca si affian­ca un’ottima reci­ta­zio­ne: Tick emer­ge in tut­ta la sua com­mo­ven­te uma­ni­tà di padre che teme di esse­re respin­to; Feli­cia, con la sua estre­miz­za­zio­ne dei com­por­ta­men­ti omo­ses­sua­li, appa­re come un per­so­nag­gio friz­zan­te che cela la pro­pria fra­gi­li­tà die­tro all’arroganza; Ber­na­det­te è inter­pre­ta­ta in modo sem­pli­ce­men­te magi­stra­le, una vera signo­ra dal­la bat­tu­ta pron­ta e cau­sti­ca, sicu­ra del­le pro­prie scel­te, in cer­ca dell’uomo giu­sto. Un cast inec­ce­pi­bi­le anche dal pun­to di vista dell’abilità per­for­ma­ti­va, per quan­to riguar­da sia il can­to che la dan­za; bra­ve le tre Dive e i ballerini.

Al di là del puro intrattenimento, però, questo spettacolo è in grado di offrire allo spettatore qualcosa su cui riflettere.

Duran­te il loro viag­gio, che assu­me la dimen­sio­ne di un per­cor­so per­so­na­le, le tre pro­ta­go­ni­ste fan­no sosta in diver­si pae­si, andan­do ogni vol­ta incon­tro ai pre­giu­di­zi e alle osti­li­tà dei più — a par­ti­re dal­la scrit­ta ingiu­rio­sa lascia­ta sul bus per arri­va­re al pestag­gio subi­to da Feli­cia. Emer­ge in simi­li momen­ti la loro dif­fi­col­tà nel vive­re coe­ren­te­men­te con le pro­prie scel­te, la loro sof­fer­ta uma­ni­tà. A simi­li epi­so­di si inter­val­la­no però incon­tri nei qua­li ven­go­no mani­fe­sta­ti tol­le­ran­za e rispet­to; emble­ma­ti­ca è la sce­na in cui Tick, da padre model­lo, leg­ge una sto­ria per far addor­men­ta­re il figlio, che non solo non lo giu­di­ca per il suo modo di esse­re, ma anzi gli dimo­stra un affet­to commovente.

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Da vet­te di esi­la­ran­te comi­ci­tà si pas­sa dun­que a momen­ti di incre­di­bi­le tene­rez­za, gra­zie ad un testo che scor­re rapi­do, pun­gen­te ed autoi­ro­ni­co. L’intera costru­zio­ne cre­sce sen­za scen­de­re mai di rit­mo, coin­vol­ge la pla­tea da ogni pun­to di vista. Se gli occhi sono cat­tu­ra­ti dal tri­pu­dio di luci e colo­ri sem­pre mute­vo­li, il cor­po è tra­sci­na­to dall’energia del­la musi­ca e del­le coreo­gra­fie, al pun­to che è dif­fi­ci­le rima­ne­re immo­bi­li e sedu­ti; a que­sto impul­so vie­ne incon­tro lo spet­ta­co­lo stes­so: all’inizio del secon­do atto i bal­le­ri­ni scen­do­no tra gli spet­ta­to­ri tra­sci­nan­do­ne alcu­ni fin sul pal­co­sce­ni­co. Ma il clou lo si rag­giun­ge con il fina­le, quan­do tut­ti gli atto­ri riu­ni­ti sul­la sce­na si rivol­go­no diret­ta­men­te al pub­bli­co che si alza a bal­la­re con loro. Fioc­ca­no applau­si meri­ta­ti e per­si­no calo­ro­si salu­ti, per­ché dopo due ore e mez­za vola­te via a quei per­so­nag­gi così uma­ni ci si è affe­zio­na­ti; e la magia del tea­tro è fatta.

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