EXPO 2015, Un paradigma da riprogettare

Tom­ma­so Sansone
@TSansoneVulcano

La pri­ma par­te del­lo slo­gan uffi­cia­le di Expo reci­ta: “Nutri­re il Pia­ne­ta”, l’obiettivo sem­bra chia­ro, la moti­va­zio­ne ovvia.

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La Fame nel Mon­do ven­ne desi­gna­ta dal­le Nazio­ni Uni­te come il pri­mo degli otto Obiet­ti­vi di svi­lup­po del Mil­len­nio (Mil­len­nium Deve­lo­p­ment Goals) che si sareb­be­ro dovu­ti rag­giun­ge­re entro il 2015.

Per quan­to l’aver pen­sa­to di poter risol­ve­re una pia­ga di una simi­le por­ta­ta in un mise­ro las­so di tem­po di quin­di­ci anni fos­se un’idea deci­sa­men­te uto­pi­ca, aver col­lo­ca­to la que­stio­ne in posi­zio­ne nume­ro 1 nel­la sud­det­ta lista ser­ve a ricor­da­re a cia­scu­no di noi che è nostro com­pi­to impe­gnar­ci nel quo­ti­dia­no per evi­ta­re che da qual­che par­te nel mon­do un nostro simi­le sof­fra la fame.

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Del resto, come dice­va­mo, l’obiettivo di Expo sem­bra chia­ro, lo slo­gan “Nutri­re il Pia­ne­ta” lascia pen­sa­re ad un geni­to­re che imboc­ca un neo­na­to non anco­ra auto­suf­fi­cien­te, inca­pa­ce di pro­cu­rar­si del cibo.

Lascia pen­sa­re che la par­te di uma­ni­tà non sog­get­ta alla denu­tri­zio­ne sia in pos­ses­so di un qual­che pote­re tec­no­lo­gi­co, in ter­mi­ni di mez­zi, che pos­sa esse­re usa­to per ovvia­re a un pro­ble­ma pro­vo­ca­to dal­le caren­ze di Madre Natu­ra nei con­fron­ti di una sfor­tu­na­ta mino­ran­za, ma chia­ra­men­te, non è così.

“Nutri­re il Pia­ne­ta” è una con­tra­zio­ne che dovreb­be esse­re fat­to­riz­za­ta in “cam­bia­re men­ta­li­tà e abi­tu­di­ni per far sì che tut­to il Pia­ne­ta pos­sa nutrir­si in modo cor­ret­to, effi­cien­te ed eco­lo­gi­co”, per­ché se oggi una per­so­na su nove sof­fre la fame, è anche col­pa di una par­te del pia­ne­ta che ha una doman­da ecces­si­va del­le sue risorse.

In ter­mi­ni tec­ni­ci, si par­la di impron­ta eco­lo­gi­ca per defi­ni­re vir­tual­men­te “l’a­rea bio­lo­gi­ca­men­te pro­dut­ti­va di mare e di ter­ra neces­sa­ria a rige­ne­ra­re le risor­se con­su­ma­te da una popo­la­zio­ne uma­na e ad assor­bi­re i suoi rifiu­ti”, e secon­do le sti­me del World Wide Fund (WWF) l’impronta eco­lo­gi­ca mon­dia­le media è di cir­ca 1,5 pia­ne­ti, men­tre in alcu­ni Pae­si si rag­giun­ge addi­rit­tu­ra una quo­ta spe­ci­fi­ca di qua­si 5 pianeti.

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Pro­ba­bil­men­te ad Expo saran­no pre­sen­ta­te diver­se mera­vi­glie del­la tec­ni­ca che saran­no indub­bia­men­te uti­li nei cam­pi del­la pro­du­zio­ne e del­la sicu­rez­za ali­men­ta­re, ma alla fine dovre­mo riflet­te­re su un pre­ci­so fat­to: tut­te le inven­zio­ni del­la scien­za non pos­so­no vin­ce­re da sole que­sta battaglia.

Per debel­la­re la fame nel mon­do è neces­sa­rio che la par­te di uma­ni­tà che non ne è affet­ta sia dispo­sta a cam­bia­re il pro­prio sti­le di vita con uno più soste­ni­bi­le, di modo che tut­ta la popo­la­zio­ne ter­re­stre pos­sa nutrir­si correttamente.

Anche con­si­de­ran­do l’estrema con­di­zio­ne di sovrap­po­po­la­zio­ne vigen­te sul­la Ter­ra, razio­na­re il cibo in modo che ogni esse­re uma­no ne abbia a dispo­si­zio­ne cir­ca la stes­sa quan­ti­tà (in ter­mi­ni di calo­rie), non signi­fi­ca neces­sa­ria­men­te esse­re tut­ti un po’ più ugua­li ma tut­ti media­men­te affamati.

Infat­ti, una sta­ti­sti­ca costrui­ta coi dati del­la Food and Agri­cul­tu­re Orga­ni­za­tion (FAO) mostra che men­tre le per­so­ne “affa­ma­te” sono cir­ca 1 miliar­do (di cui 800 milio­ni denu­tri­ti), la som­ma di quel­le sovrap­pe­so (1,6 miliar­di) e quel­le con pro­ble­mi di obe­si­tà (535 milio­ni) è supe­rio­re ai 2 miliar­di, anche se non è det­to che tut­ta la mas­sa in ecces­so di “chi ne pos­sie­de trop­pa” pos­sa esse­re inter­pre­ta­ta in “calo­rie equi­va­len­ti” per sfa­ma­re i denutriti.

Inol­tre, nel­la pos­si­bi­li­tà idea­le di poter ripro­get­ta­re l’intera rete di pro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne degli ali­men­ti, la situa­zio­ne di mal­nu­tri­zio­ne (per ecces­so o per difet­to) potreb­be esse­re miglio­ra­ta adi­ben­do una mag­gior quan­ti­tà di ter­re­no ai cibi mag­gior­men­te neces­sa­ri alla die­ta uma­na e riser­van­do­ne meno a quel­li meno uti­li all’organismo (si pen­si ad esem­pio alla teo­ria del­la Pira­mi­de Alimentare).

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Maga­ri un gior­no si arri­ve­rà a sce­glie­re a tavo­li­no qua­le area del­la Ter­ra desti­na­re ad una cer­ta col­ti­va­zio­ne, alle­va­men­to, ecc. a secon­da del­le carat­te­ri­sti­che del ter­re­no, del cli­ma, dell’impatto ambien­ta­le e di altri fat­to­ri carat­te­riz­zan­ti neces­sa­ri per la sus­si­sten­za di quell’insediamento.

Per il momen­to però, un simi­le approc­cio di pia­ni­fi­ca­zio­ne e gestio­ne razio­na­le del siste­ma ali­men­ta­re è anco­ra un’idea uto­pi­sti­ca: que­sto si è affer­ma­to da mil­len­ni nel­la sto­ria dell’uomo come un mer­ca­to libe­ro, basa­to sul­la logi­ca del pro­fit­to e non sul lun­gi­mi­ran­te sosten­ta­men­to dell’intera specie.

Spin­ti da que­sta ten­den­za, che duran­te il XX seco­lo è sta­ta por­ta­ta all’estremo dall’avvento del mar­ke­ting, e costret­ti dal­la cre­scen­te com­pe­ti­zio­ne svi­lup­pa­ta­si in un mer­ca­to in con­ti­nua espan­sio­ne, i pro­dut­to­ri di ciba­rie han­no dovu­to ade­guar­si, modi­fi­can­do di con­se­guen­za le pro­prie filiere.

Sono nate così le pra­ti­che del­la mono­col­tu­ra e dell’allevamento inten­si­vo, dal­le qua­li è sca­tu­ri­ta una serie di nuo­ve minac­ce eco­lo­gi­che di ori­gi­ne antro­pi­ca, che com­pro­met­to­no non solo la situa­zio­ne ambien­ta­le ma anche la capa­ci­tà di sosten­ta­men­to del gene­re umano.

Minacce ecologiche di origine antropica: la produzione intensiva

Con il ter­mi­ne mono­col­tu­ra si inten­de l’impiego di un vasto ter­ri­to­rio per la col­ti­va­zio­ne di una sola spe­cie vege­ta­le, come ad esem­pio la soia e il riso (pre­va­len­te­men­te richie­sti dal­le popo­la­zio­ni dell’Asia e dell’Indonesia), o come il Pino e l’Eucalipto (uti­liz­za­ti per la fab­bri­ca­zio­ne del­la car­ta), o anco­ra come la Pal­ma da olio, la bana­na, il coto­ne, il caf­fè, varie spe­zie, ecc. l’elenco è lunghissimo.

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In que­sto eco­si­ste­ma crea­to arti­fi­cial­men­te, tut­ta­via, l’indice di bio­di­ver­si­tà è mini­mo, e di con­se­guen­za per ragio­ni bio­lo­gi­che, la pian­ta­gio­ne risul­ta mol­to più vul­ne­ra­bi­le all’azione dei paras­si­ti e dei virus che spes­so vivo­no all’interno del­la mono­col­tu­ra in una situa­zio­ne di incu­ba­zio­ne, e che una vol­ta acqui­si­ta una cer­ta resi­lien­za si pro­pa­ga­no anche nell’ambiente cir­co­stan­te, dove pro­se­guo­no le atti­vi­tà di infe­zio­ne in modo mol­to più inten­so di quan­to non acca­da in con­di­zio­ni naturali.

Per que­sta ragio­ne, un inse­dia­men­to simi­le richie­de l’uso di una mas­sic­cia dose di fer­ti­liz­zan­ti e pro­dot­ti fito­sa­ni­ta­ri, che spes­so han­no un ele­va­to impat­to eco­lo­gi­co, ma che non sem­pre rie­sco­no nel loro intento.

Si veda per esem­pio il caso di Xylel­la fasti­dio­sa, un bat­te­rio già dif­fu­so da tem­po nel­le mono­col­tu­re di pesche e vigne­ti negli Sta­ti Uni­ti (ini­zio 1800) e in quel­le di agru­mi in Bra­si­le (1990 cir­ca) e che solo di recen­te ha rag­giun­to il Salen­ti­no (2013), inse­dian­do­si nel­le col­ti­va­zio­ni di uliveti.

Seguen­do la stes­sa logi­ca di pro­du­zio­ne da cui è nata la mono­col­tu­ra si è per­ve­nu­ti anche all’invenzione dell’allevamento inten­si­vo, in cui gli ani­ma­li non pasco­la­no in un eco­si­ste­ma natu­ra­le all’aperto, ma ven­go­no man­te­nu­ti a stret­to con­tat­to l’uno con l’altro all’interno di appo­si­ti edi­fi­ci, in cui vivo­no gesti­ti con l’ausilio di par­ti­co­la­ri macchinari.

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Per pre­ve­ni­re la dif­fu­sio­ne degli agen­ti pato­ge­ni, il bestia­me vie­ne sot­to­po­sto a un trat­ta­men­to far­ma­ceu­ti­co e ali­men­ta­re per i qua­li vale il discor­so già cita­to, cui si aggiun­ge come, per pro­dur­re il man­gi­me neces­sa­rio, vie­ne uti­liz­za­ta un’elevatissima quan­ti­tà di mate­rie pri­me com­me­sti­bi­li: secon­do i dati rac­col­ti dal WWF, si trat­te­reb­be del 35% dell’intera pro­du­zio­ne agri­co­la mondiale.

Inol­tre, i pro­ces­si dige­ren­ti di gran par­te degli ani­ma­li da alle­va­men­to ori­gi­na­no con­si­sten­ti emis­sio­ni gas­so­se, la cui mag­gior par­te è costi­tui­ta da meta­no, un gas ser­ra respon­sa­bi­le del sur­ri­scal­da­men­to glo­ba­le, un mec­ca­ni­smo che, come ver­rà illu­stra­to in segui­to, può seria­men­te com­pro­met­te­re le atti­vi­tà agricole.

Come se non bastas­se, un inse­dia­men­to di mono­col­tu­ra o di alle­va­men­to inten­si­vo richie­do­no un’area deci­sa­men­te vasta, che spes­so vie­ne rica­va­ta a par­ti­re da un’altra incon­ta­mi­na­ta: stia­mo par­lan­do di una nuo­va com­pli­ca­zio­ne, la defo­re­sta­zio­ne, che spes­so va di pari pas­so con la cemen­ti­fi­ca­zio­ne, ovve­ro la costru­zio­ne indi­scri­mi­na­ta di strut­tu­re e infra­strut­tu­re antropiche.

Secon­do le sta­ti­sti­che ela­bo­ra­te dal World Resour­ces Insti­tu­te, ben rap­pre­sen­ta­te da un layer di Goo­gle Earth (sca­ri­ca­bi­le gra­tui­ta­men­te), i Pae­si col più alto tas­so di defo­re­sta­zio­ne, in ter­mi­ni di etta­ri eli­mi­na­ti ogni anno [ha/y], sono i seguen­ti: Bra­si­le e Indo­ne­sia con le pre­oc­cu­pan­ti cifre di 1000 e 650 ha/y, seguo­no gli sta­ti dell’Africa, Ame­ri­ca Cen­tra­le e Austra­lia, con tas­si varia­bi­li tra i 200.000 e gli 80.000 ha/y, da ulti­mi Rus­sia e Sta­ti Uni­ti con 140.000 e 500 ha/y.

Il resto del mon­do rima­ne poco inte­res­sa­to dal feno­me­no anche se altre fon­ti ne ripor­ta­no un aumen­to nei Pae­si scan­di­na­vi e in Por­to­gal­lo, e seb­be­ne in alcu­ni ter­ri­to­ri (tra cui svet­ta la Cina) le fore­ste sia­no in ripre­sa, rima­ne il fat­to che un’enorme quan­ti­tà di vege­ta­zio­ne sia sta­ta eli­mi­na­ta anche per far posto agli sta­bi­li­men­ti ali­men­ta­ri sopra citati.

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Alterare la tipologia e l’abbondanza della vegetazione o del tipo di suolo presente originariamente in una certa zona della Terra comporta grandi rischi: il sistema biologico è strettamente connesso con quello fisico-climatico e non si può sapere con certezza quali sarebbero le conseguenze di un drastico cambiamento ecologico.

Ad esem­pio, in Bra­si­le, l’eccessiva defo­re­sta­zio­ne ha por­ta­to ad un aumen­to del­le tem­pe­ra­tu­re — un pro­ble­ma per la sus­si­sten­za dell’agricoltura oltre che l’incolumità dell’ecosistema.

Infi­ne, quel­la che può esse­re defi­ni­ta la minac­cia eco­lo­gi­ca più peri­co­lo­sa è sen­za dub­bio il sur­ri­scal­da­men­to globale.

Si noti che il feno­me­no in sé ha ori­gi­ni natu­ra­li, ma lo sre­go­la­to svi­lup­po del­la civil­tà lo ha tra­sfor­ma­to in un peri­co­lo­so mec­ca­ni­smo che met­te a rischio la soprav­vi­ven­za del gene­re uma­no e non solo.

Per quan­to riguar­da esclu­si­va­men­te il set­to­re ali­men­ta­re, il sur­ri­scal­da­men­to glo­ba­le dà ori­gi­ne al cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, il qua­le alte­ra una mol­ti­tu­di­ne di siste­mi fisi­ci e bio­lo­gi­ci che di con­se­guen­za gene­ra­no dina­mi­che dan­no­se nei con­fron­ti del­le spe­cie di cui ci nutriamo.

Tali dina­mi­che han­no ori­gi­ne natu­ra­le e a lun­go anda­re com­pro­met­te­reb­be­ro comun­que la sicu­rez­za ali­men­ta­re dell’Homo sapiens, tut­ta­via, il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co ne acce­le­ra i pro­ces­si, ingi­gan­ten­do­ne gli effet­ti e tra­sfor­man­do­le in rile­van­ti minac­ce ecologiche.

Minacce ecologiche di origine naturale: Il Cambiamento Climatico e dinamiche connesse

La mani­fe­sta­zio­ne più imme­dia­ta del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co è l’aumento del­la tem­pe­ra­tu­ra media ter­re­stre: l’effetto ser­ra fa sì che i ghiac­ciai ini­zi­no a fon­de­re, pro­vo­can­do l’innalzamento del livel­lo del mare e l’ampliamento del­la sua super­fi­cie, men­tre le zone costie­re rischia­no di esse­re som­mer­se o inondate.

La sem­pre mag­gio­re super­fi­cie ocea­ni­ca, riscal­da­ta dal­la radia­zio­ne sola­re, dà ori­gi­ne ad un flus­so di eva­po­ra­zio­ne più con­si­sten­te, così che la mas­sa di vapo­re acqueo in atmo­sfe­ra aumen­ta; di con­se­guen­za si veri­fi­ca­no del­le pre­ci­pi­ta­zio­ni più inten­se e con­cen­tra­te, ten­den­ti alla natu­ra solida.

Par­lan­do del­la ter­ra­fer­ma, l’innalzamento del­la tem­pe­ra­tu­ra deter­mi­na l’allungamento dei perio­di di sic­ci­tà e la ridu­zio­ne del regi­me dei fiu­mi e del volu­me dei laghi, cam­bia­men­ti dai qua­li deri­va il pro­ble­ma del­la scar­sez­za del­le risor­se idri­che (pota­bi­li), di cui già gran par­te del­la popo­la­zio­ne mon­dia­le soffre.

In zone con tas­si di eva­po­ra­zio­ne estre­ma­men­te ele­va­ti, la sic­ci­tà può indur­re effet­ti di sali­niz­za­zio­ne, cioè un accu­mu­lo nel ter­re­no di sostan­ze solu­bi­li, come sol­fa­ti o clo­ru­ri di sodio, che oltre una cer­ta soglia di con­cen­tra­zio­ne risul­ta­no tos­si­ci per i vegetali.

Pre­ci­pi­ta­zio­ni e ven­to sono inve­ce la cau­sa dell’erosione del suo­lo, ossia la disgre­ga­zio­ne del ter­re­no e la rimo­zio­ne del­la sua par­te più fine, che vie­ne tra­spor­ta­ta a val­le dal ruscel­la­men­to e per­tan­to sot­trat­ta alle atti­vi­tà agricole.

Per di più, l’azione com­bi­na­ta di ven­to, pre­ci­pi­ta­zio­ni e sic­ci­tà dà ori­gi­ne alla deser­ti­fi­ca­zio­ne, un pro­ces­so che degra­da len­ta­men­te un suo­lo fer­ti­le in uno ari­do e ina­dat­to all’insediamento di fau­na e flo­ra, come quel­lo del deserto.

Infi­ne, tut­ti i feno­me­ni cita­ti, non solo ridu­co­no il ren­di­men­to del­le col­tu­re, ma fan­no sì che le spe­cie abi­tan­ti in un cer­to eco­si­ste­ma subi­sca­no il cam­bia­men­to dei pro­pri carat­te­ri mor­fo­lo­gi­ci e com­por­ta­men­ta­li, fat­to che met­te a rischio la soprav­vi­ven­za del­la popo­la­zio­ne eco­lo­gi­ca e la sicu­rez­za ali­men­ta­re umana.

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La situa­zio­ne vie­ne aggra­va­ta dal fat­to che il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co è un mec­ca­ni­smo iner­zia­le auto­so­sten­tan­te, vale a dire che non sol­tan­to esso stes­so si ali­men­ta da solo, diven­tan­do più cri­ti­co col pas­sa­re del tem­po, ma che, anche se da un gior­no all’altro tut­te le for­zan­ti antro­pi­che e natu­ra­li di que­sto feno­me­no potes­se­ro esse­re com­ple­ta­men­te annul­la­te, ci vor­reb­be comun­que più di un seco­lo per rista­bi­li­re l’equilibrio in cui si tro­va­va la Ter­ra pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne industriale.

Pro­prio per que­sto moti­vo tut­te le minac­ce elen­ca­te assu­mo­no ogni gior­no un impat­to sem­pre più rilevante.

Soluzioni tecniche e soluzioni strategiche – lo scopo di Expo 2015

La scien­za ha già tro­va­to da tem­po del­le solu­zio­ni tec­ni­che per ral­len­ta­re o evi­ta­re i feno­me­ni natu­ra­li cita­ti sopra, ad esem­pio, l’idraulica per­met­te di pro­get­ta­re siste­mi di irri­ga­zio­ne che mini­miz­zi­no l’erosione del suo­lo, del­le accu­ra­te pre­vi­sio­ni meteo pos­so­no aiu­ta­re a mini­miz­za­re i rischi di sali­niz­za­zio­ne, sta­ti­sti­che e model­li mate­ma­ti­ci con­sen­to­no di supe­ra­re i perio­di di sic­ci­tà e di gesti­re al meglio le risor­se idri­che disponibili.

Per quanto le tecniche sopra citate siano decisamente utili a salvaguardare le colture, per debellare la fame nel mondo non è più sufficiente l’utilizzo di una tecnologia che agisca “in difesa” del settore alimentare, di recente infatti si è passati “all’attacco”: ciò su cui la ricerca è maggiormente incentrata oggigiorno è trovare dei metodi per incrementare ulteriormente la produzione di cibo.

Non solo si cer­ca di incre­men­ta­re l’efficienza degli sta­bi­li­men­ti già esi­sten­ti, ma anche di adi­bi­re alla pro­du­zio­ne di cibo zone del pia­ne­ta non anco­ra sfrut­ta­te al mas­si­mo (si veda­no gli sfor­zi del­la FAO nei con­fron­ti del­le “zone gra­na­io” dell’Africa) o di rica­va­re del­le nuo­ve pie­tan­ze a par­ti­re da risor­se non anco­ra uti­liz­za­te (si veda l’interessante pro­po­sta del­la FAO di inse­ri­re gli inset­ti nel­la die­ta uma­na), men­tre, lad­do­ve esi­ste la ten­den­za a col­ti­va­re una par­ti­co­la­re spe­cie non abba­stan­za sostan­zio­sa, è pos­si­bi­le ricor­re­re a degli inter­ven­ti spe­ci­fi­ci per miglio­ra­re il ren­di­men­to del­la piantagione.

In que­sto tema non si può pas­sa­re sot­to silen­zio il con­tri­bu­to del­la tec­ni­ca OGM, gra­zie alla qua­le è pos­si­bi­le attin­ge­re al DNA del­le spe­cie pre­sen­ti in natu­ra per svi­lup­par­ne di nuo­ve con miglio­ri carat­te­ri­sti­che nutri­ti­ve o con carat­te­ri mor­fo­lo­gi­ci che le ren­da­no più resi­sten­ti a paras­si­ti e malattie.

I risul­ta­ti otte­nu­ti da que­sta pra­ti­ca sono par­ti­co­lar­men­te pro­met­ten­ti: negli anni imme­dia­ta­men­te pre­ce­den­ti al 2000 vie­ne crea­ta una spe­cie di riso OGM deno­mi­na­ta Gol­den Rice (riso dora­to), che si distin­gue dal suo dona­to­re gene­ti­co (Ory­za sati­va) per l’indotta capa­ci­tà di bio­sin­te­si del beta-caro­te­ne, un pre­cur­so­re del­la vita­mi­na A.

Que­sta modi­fi­ca è sta­ta intro­dot­ta allo sco­po di arric­chi­re la die­ta del­le popo­la­zio­ni che, per ina­de­gua­tez­za agri­co­la del ter­ri­to­rio in cui vivo­no, non rie­sco­no ad acce­de­re alla sud­det­ta vita­mi­na, la cui caren­za ha dato ori­gi­ne ad innu­me­re­vo­li casi di disa­bi­li­tà (pre­va­len­te­men­te ceci­tà) e di mortalità.

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È impor­tan­te sot­to­li­nea­re che tut­ti i test scien­ti­fi­ci cui Gol­den Rice è sta­to sot­to­po­sto fino­ra han­no evi­den­zia­to come la sua assun­zio­ne non com­por­ti nes­sun rischio per l’organismo uma­no, tan­to che diver­se asso­cia­zio­ni uma­ni­ta­rie come la FAO o la World Health Orga­ni­za­tion (WHO) han­no mostra­to gran­de entu­sia­smo per que­sta inven­zio­ne, che potreb­be rap­pre­sen­ta­re una sal­vez­za per oltre 100 milio­ni di per­so­ne con insuf­fi­cien­ze alimentari.

Tut­ta­via, l’impiego degli OGM è da diver­so tem­po al cen­tro di un for­te dibat­ti­to, in quan­to diver­si espo­nen­ti ed asso­cia­zio­ni del mon­do ambien­ta­li­sta, come Van­da­na Shi­va, Green­pea­ce e il WWF, han­no evi­den­zia­to il peri­co­lo che que­sti potreb­be­ro rap­pre­sen­ta­re per la biodiversità.

I loro timo­ri non sono infon­da­ti: un orga­ni­smo gene­ti­ca­men­te modi­fi­ca­to per esse­re più resi­sten­te in un cer­to ambien­te potreb­be dispor­re di una tale com­pe­ti­ti­vi­tà da minac­cia­re l’esistenza del­le altre spe­cie e scon­vol­ge­re un inte­ro ecosistema.

Gene­ral­men­te gli OGM non ven­go­no cri­ti­ca­ti in quan­to tali, ma per­ché l’introduzione di un OGM in un siste­ma natu­ra­le equi­va­le all’introduzione di una spe­cie alloc­to­na in un deli­ca­to equi­li­brio biologico.

Da que­sto pun­to di vista ci sono sta­ti tan­tis­si­mi casi di spe­cie che, inse­ri­te in un ter­ri­to­rio estra­neo, sono sfug­gi­te al con­trol­lo, cau­san­do più o meno dan­ni eco­lo­gi­ci; ad esem­pio, nel sud Ita­lia una scor­ret­ta gestio­ne del­le pian­ta­gio­ni di diver­se varie­tà di pomo­do­ro ha dato luo­go a degli incro­ci che si sono pian pia­no sosti­tui­ti ai pro­pri geni­to­ri, sen­za esse­re però altret­tan­to gusto­si (alme­no a det­ta del con­sor­zio di con­su­ma­to­ri che ha sol­le­va­to il fatto).

D’altro can­to il nord Ita­lia ha dovu­to affron­ta­re pro­ble­mi con gli estre­ma­men­te pro­li­fi­ci cin­ghia­li unghe­re­si che, rila­scia­ti da asso­cia­zio­ni di cac­cia­to­ri per fini spor­ti­vi, han­no dra­sti­ca­men­te ridot­to la spe­cie loca­le, oltre ad aver dan­neg­gia­to gli orti.

Famo­sis­si­mo anche il caso del­lo sco­iat­to­lo gri­gio ame­ri­ca­no: intro­dot­to in Gran Bre­ta­gna nel XIX seco­lo, è giun­to fino in Fran­cia e in Ita­lia, por­tan­do qua­si all’estinzione l’originario sco­iat­to­lo ros­so, tan­to che nel 2012 sono sta­ti stan­zia­ti 2 milio­ni di euro per un pia­no di era­di­ca­zio­ne dell’intruso.

Expo010

Fino a che punto è giusto spingere in avanti l’impiego della “tecnologia alimentare d’attacco”?

“Fin quan­do ser­ve a sal­va­re del­le vite uma­ne”, si potreb­be rispon­de­re, e sen­za dub­bio sareb­be una rispo­sta cor­ret­ta, anche per­ché sia­mo in una situa­zio­ne cri­ti­ca da cui biso­gna usci­re alla svelta.

Non solo dob­bia­mo pen­sa­re a come ripri­sti­na­re l’equilibrio ambien­ta­le che peg­gio­ra col pas­sa­re del tem­po e che rischia di rag­giun­ge­re il pun­to di non-ritor­no, ma dob­bia­mo con­tem­po­ra­nea­men­te far fron­te alla doman­da di risor­se posta da una popo­la­zio­ne mon­dia­le che oggi ammon­ta a 7,5 miliar­di di per­so­ne, e che con­ti­nua ad aumentare.

Per que­sto moti­vo, l’autore ritie­ne sia giu­sto usa­re al pie­no del­le for­ze tut­ta la tec­no­lo­gia di cui si è in pos­ses­so al fine di for­ni­re le risor­se mini­me indi­spen­sa­bi­li a chi non ne fos­se a dispo­si­zio­ne, di mini­miz­za­re l’impatto del­le atti­vi­tà uma­ne sul pia­ne­ta e di rime­dia­re ai dan­ni ambien­ta­li già cau­sa­ti (cer­can­do in par­ti­co­lar modo di ral­len­ta­re la pre­oc­cu­pan­te evo­lu­zio­ne del cam­bia­men­to climatico).

Simul­ta­nea­men­te si deve esco­gi­ta­re un modo per con­te­ne­re la cre­sci­ta demo­gra­fi­ca, ma più di ogni altra cosa, è neces­sa­rio ridur­re i con­su­mi dei Pae­si più svi­lup­pa­ti infor­man­do le rispet­ti­ve popo­la­zio­ni sul­le pro­ble­ma­ti­che illu­stra­te e sul com­por­ta­men­to che deve esse­re intra­pre­so da cia­scun cit­ta­di­no affin­ché que­ste pos­sa­no esse­re risolte.

Que­sto dovreb­be esse­re lo sco­po di Expo 2015: espor­re la situa­zio­ne ali­men­ta­re mon­dia­le e le dif­fi­col­tà che la inte­res­sa­no, mostran­do le cau­se, le dina­mi­che annes­se e le pos­si­bi­li solu­zio­ni, coin­vol­gen­do i par­te­ci­pan­ti nel pro­ble­ma e incen­ti­van­do­li ad impe­gnar­si nel loro quo­ti­dia­no per avvi­ci­nar­si ad uno sti­le di vita più sostenibile.

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Tommaso Sansone
Mi pia­ce fare e impa­ra­re cose nuo­ve. Di me non so qua­si niente.

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