Il racconto dei racconti

Bian­ca Giacobone
@BiancaGiac

A poche set­ti­ma­ne di distan­za dal fal­li­to ria­dat­ta­men­to cine­ma­to­gra­fi­co del Deca­me­ron fat­to dai fra­tel­li Tavia­ni, un altro corag­gio­so regi­sta ita­lia­no si can­di­da al festi­val di Can­nes ed esce nel­le sale con una dif­fi­ci­le ope­ra del­la let­te­ra­tu­ra nostra­na – o, per esse­re pre­ci­si, del­la let­te­ra­tu­ra dia­let­ta­le napoletana.

Gar­ro­ne, regi­sta di Rea­li­ty e di Gomor­ra, riu­ni­sce un cast inter­na­zio­na­le per reci­ta­re in ingle­se la gran­de e miste­rio­sa rac­col­ta di fia­be di Gio­van Bat­ti­sta Basi­le, “Lo cun­to de li cun­ti ove­ro lo trat­te­ni­men­to de li pec­ce­ril­le”, pub­bli­ca­ta nel­la pri­ma metà del 1600 e rima­sta famo­sa soprat­tut­to per il dia­let­to raf­fi­na­to, sovrac­ca­ri­co, musi­ca­le, un rima­neg­gia­men­to del­la lin­gua popo­la­re tale da far­ne stru­men­to d’arte. Già sol­tan­to per aver deci­so di fare un film su un’opera del gene­re, il regi­sta Gar­ro­ne dovreb­be desta­re in noi la più sen­ti­ta ammirazione.
Ma quel che va ammi­ra­to, soprat­tut­to, è il risultato.

Non è affat­to faci­le por­ta­re la fia­ba sul­lo scher­mo sen­za pri­var­la di fasci­no, colo­ri e magia, come sem­bra­no sug­ge­ri­re qua­si tut­ti i ten­ta­ti­vi fat­ti in que­sto cam­po dell’industria cine­ma­to­gra­fi­ca negli ulti­mi anni. Gar­ro­ne ci rie­sce con una for­mu­la di per­fet­to e fra­gi­le equi­li­brio tra magi­co, comi­co, grot­te­sco, bel­lo da vede­re. Un equi­li­brio che deve esse­re sta­to tan­to dif­fi­ci­le da otte­ne­re quan­to è dif­fi­ci­le da spiegare.

Tan­to del fasci­no del film indub­bia­men­te vie­ne dall’ambientazione. Ai palaz­zi fin­ti e sgar­gian­ti che gli effet­ti spe­cia­li hol­ly­woo­dia­ni e la Disney han­no ulti­ma­men­te asso­cia­to a tut­te le più famo­se fia­be, Gar­ro­ne pre­fe­ri­sce lo splen­do­re di castel­li e bor­ghi ita­lia­ni, tut­ti veri . E per­ché non sia­no poi trop­po rea­li­sti­ci, vi inca­sto­na le prin­ci­pes­se, le regi­ne, i dra­ghi, gli orchi che popo­la­no da sem­pre ogni fia­ba degna di que­sto nome. Que­sti per­so­nag­gi ci gui­da­no nel­le loro sto­rie, clas­si­che e grot­te­sche al tem­po stes­so, pie­ne di suspen­se, riu­scen­do ad otte­ne­re il miste­rio­so effet­to di far­ci affe­zio­na­re e sim­pa­tiz­za­re, pur rima­nen­do suf­fi­cien­te­men­te super­fi­cia­li per esse­re fiabeschi.

La deci­sio­ne di por­ta­re avan­ti tre sto­rie, che ammic­ca­no l’una all’altra sen­za mai incon­trar­si per dav­ve­ro, sareb­be potu­ta anda­re a fini­re male in un col­la­ge scon­nes­so e noio­so. L’intreccio, inve­ce, è abi­lis­si­mo, e il risul­ta­to è un gran­de araz­zo, bel­lo da vede­re tan­to nel suo insie­me quan­to nel­le dira­ma­zio­ni dei sin­go­li qua­dri che ritrae.

Uni­ca pec­ca for­se è non aver potu­to ren­de­re omag­gio alla straor­di­na­ria fat­tu­ra lin­gui­sti­ca dell’opera ori­gi­na­le. Ma un omag­gio del gene­re sareb­be pro­ba­bil­men­te risul­ta­to impos­si­bi­le, oltre che incom­pren­si­bi­le a chiun­que non abbia orec­chio per le più varie sfu­ma­tu­re del dia­let­to napo­le­ta­no del 1600.

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Bianca Giacobone
Stu­den­tes­sa di let­te­re e redat­tri­ce di Vul­ca­no Sta­ta­le. Osser­vo ascol­to scri­vo. Ogni tan­to par­lo anche. E fac­cio il mon­do mio, poco per volta.

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