Il termine volontariato ha perso la sua valenza positiva

Pie­tro Repisti

Negli ulti­mi tem­pi un ter­mi­ne si pre­sta ad uti­liz­zi mol­te­pli­ci quan­to inso­li­ti, dan­do fia­to ad una com­pren­si­bi­le ambi­gui­tà, fomen­ta­ta da dichia­ra­zio­ni ed echi gior­na­li­sti­ci. Si sta par­lan­do del­la voce “volon­ta­ria­to” che pre­sen­ta signi­fi­ca­ti ina­spet­ta­ta­men­te con­tro­ver­si e non sem­pre con­gruen­ti tra di loro e che la legi­sla­zio­ne non aiu­ta cer­to a defi­ni­re con chiarezza.
Da una par­te c’è la mera que­stio­ne eti­mo­lo­gi­ca — “volon­tà­rio”, dal lati­no volun­tas “volon­tà”. Con­for­me alla volon­tà, cioè che cede da un inter­no impul­so, accom­pa­gna­to da una per­fet­ta cogni­zio­ne di cau­sa. Altre­sì spon­ta­neo — dall’altra la for­se più spi­no­sa con­se­guen­za etica.

Nell’accezione gene­ra­le, fino a poco fa, il volon­ta­ria­to era un impe­gno tem­po­ra­neo – spes­so in ambi­to socia­le o uma­ni­ta­rio – pre­so per libe­ra scel­ta, che vede­va un sin­go­lo spen­de­re par­te del pro­prio tem­po sen­za chie­de­re in cam­bio una retri­bu­zio­ne. Oggi, se l’ultima carat­te­ri­sti­ca elen­ca­ta è rima­sta tale, non sem­pre lo sono anche le altre.

Il volontariato, infatti, si va a mischiare con una serie di termini come stage, lavoro volontario, apprendistato e tirocinio — di per sé sinonimi ma in realtà distinti da profonde differenze sostanziali e preposti a scopi diversi.

Si par­la sem­pre di lavo­ro non retri­bui­to, il che baste­reb­be ad indi­vi­duar­ne la con­trad­di­zio­ne di base – il lavo­ro non paga­to non è lavo­ro – per chiu­de­re la dispu­ta, ma doven­do­ci con­fron­ta­re con un pro­ble­ma che supe­ra la dimen­sio­ne seman­ti­ca, risul­ta neces­sa­rio indi­vi­dua­re cate­go­rie diver­se di lavo­ro non pagato.

Pri­mo tra que­sti è il volon­ta­ria­to “clas­si­co”, quel­lo come l’abbiamo sem­pre inte­so: come atti­vi­tà paral­le­la al lavo­ro (quel­lo vero e retri­bui­to que­sta vol­ta), sen­za secon­di fini e per sco­pi più o meno nobi­li ma comun­que spon­ta­neo. Que­sto tipo di volon­ta­ria­to non è mor­to, anzi è in cre­sci­ta, e riguar­da tra­sver­sal­men­te tut­te le fasce di età, con una mag­gio­re con­cen­tra­zio­ne nel­la fascia tra i 55 e i 64 anni.

Segue a que­sto un altro model­lo di lavo­ro gra­tui­to, un po’ meno volon­ta­rio, quel­lo del tiro­ci­nio for­ma­ti­vo o dei cosid­det­ti sta­ges (che è un fran­ce­si­smo e non un ingle­si­smo), impo­sto più che pro­po­sto da mol­te azien­de ed intro­dot­to nel­la leg­ge ita­lia­na il 24 giu­gno 1997. Que­sti non è da con­fon­der­si con il tiro­ci­nio pro­fes­sio­na­le, che si svol­ge per un perio­do mas­si­mo di 18 mesi in alcu­ni ordi­ni (come quel­lo dei gior­na­li­sti e dei medi­ci) ed è retri­bui­to, seb­be­ne spes­so con un sala­rio minimo.

Allo sta­gi­sta (in tiro­ci­nio for­ma­ti­vo) non vie­ne inve­ce appli­ca­to un con­trat­to vero e pro­prio in quan­to non ha dirit­to ne ad una retri­bu­zio­ne, ne al ver­sa­men­to dei con­tri­bu­ti e quin­di a tut­ti gli annes­si del Con­trat­to Nazio­na­le – come le ferie retri­bui­te, la mater­ni­tà, i con­ge­di, le inden­ni­tà di malat­tia, gli scat­ti di anzia­ni­tà – né il perio­do di sta­ge può esse­re com­pre­so ai fini dei con­tri­bu­ti pre­vi­den­zia­li figu­ra­ti­vi (ovve­ro gli anni per la pen­sio­ne) in quan­to non è sta­to fat­to alcun ver­sa­men­to all’INPS. Inol­tre, entram­be le par­ti pos­so­no inter­rom­pe­re sen­za nes­sun pre­av­vi­so la dura­ta del tiro­ci­nio. Si trat­te­reb­be quin­di di un rap­por­to del tut­to par­ti­co­la­re, un po’ all’italiana del “ti man­do mio figlio quest’estate a vede­re come lavo­ra­te, si sa mai che gli piac­cia” ma la veri­tà fat­tua­le, però, è ben diversa.
Più che di tiro­ci­nio sem­bre­reb­be par­la­re per­ciò di sfrut­ta­men­to (più o meno) con­sa­pe­vo­le in cui, in cam­bio di qual­che riga su un cur­ri­cu­lum, si cede gra­tui­ta­men­te tem­po ed ener­gia ad un’azienda, rega­lan­do ciò che il dato­re di lavo­ro avreb­be altri­men­ti dovu­to retribuire.

Appa­re così fin da subi­to pale­se la discri­mi­nan­te che sta alla base di que­sto tipo di impie­go: la sicu­rez­za eco­no­mi­ca. È infat­ti di faci­le intui­zio­ne come di fra­si e ingle­si­smi sui cur­ri­cu­la di cer­to non si pos­sa cam­pa­re e le spe­se del quo­ti­dia­no deb­bo­no ine­vi­ta­bil­men­te esse­re affron­ta­te da ter­zi, nel­la fat­ti­spe­cie dai geni­to­ri. Il tiro­ci­nio risul­ta così esse­re nel­la mag­gior par­te dei casi “un impie­go per gio­va­ni bor­ghe­si” che, man­te­nu­ti dai geni­to­ri, pos­so­no pren­der­si la bri­ga, ma non sem­pre il gusto, di non far­si pagare.

Que­sta scel­ta potreb­be non com­por­ta­re altro che un per­so­na­le giu­di­zio, se non fos­se che per la leg­ge del mer­ca­to l’accettare di con­ce­der­si in pre­sta­zio­ni gra­tui­te fini­sce per sot­trar­re il lavo­ro a chi per le stes­se avreb­be per­ce­pi­to una retri­bu­zio­ne, con la con­se­guen­za che mol­te azien­de scel­go­no imman­ca­bil­men­te di riser­va­re una fet­ta sem­pre cre­scen­te di per­so­na­le a sta­gi­sti cau­san­do, oltre ad una dimi­nu­zio­ne dei di posti di lavo­ro dispo­ni­bi­li, anche un abbas­sa­men­to del­la qualità.

Cele­bre è il caso dell’oggi ini­zia­ta – e già mol­to discus­sa – Expo 2015, che ha basa­to buo­na par­te del­la gestio­ne degli spet­ta­to­ri su 7500 volon­ta­ri non retri­bui­ti, con un rispar­mio pre­vi­sto tra gli 8 e i 10 milio­ni di euro.
Dif­fe­ren­te­men­te, inve­ce, il volon­ta­ria­to con­ti­nua a costi­tui­re in altre situa­zio­ni un pro­get­to serio e lode­vo­le per mol­te asso­cia­zio­ni impe­gna­te soprat­tut­to nel socia­le, all’insegna dell’altruismo e dell’interesse per gli altri, sul­le trac­ce di ciò che vie­ne pre­vi­sto nel­la leg­ge 266 del 1991.

Il peri­co­lo che si sta cor­ren­do, quin­di, è che il mer­ca­to del lavo­ro e la men­ta­li­tà comu­ne pos­sa accet­ta­re e subi­re la sosti­tu­zio­ne di pre­sta­zio­ni pro­fes­sio­na­li con il lavo­ro volon­ta­rio, e que­sto vale anche nel set­to­re pub­bli­co, con la risul­tan­te che il ter­mi­ne “volon­ta­ria­to” per­da quel­la cari­ca di gene­ro­si­tà e spon­ta­nei­tà con cui era sem­pre sta­to trat­teg­gia­to in favo­re di una veste più equi­vo­ca che lo vede inve­ce come una for­ma di schia­vi­smo lega­liz­za­to appli­ca­to dal­le azien­de sui più gio­va­ni, e che si ven­ga suc­ces­si­va­men­te a crea­re una clas­se di lavo­ri non più retri­bui­bi­li per­ché dispo­ni­bi­li gra­tui­ta­men­te sul mer­ca­to e quin­di sen­za più valo­re alcuno.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.