Storia di un giocatore NBA nero e del NYPD che gli spezzò le gambe

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

“With the thir­teen pick, in the 2006 NBA draft, the Phi­la­del­phia 76ers select Tha­bo Sefo­lo­sha from Switzerland”.
Tha­bo Patrick Sefo­lo­sha, nati­vo di Vevey – cit­ta­di­na del­la Sviz­ze­ra fran­ce­se situa­ta sul­le spon­de del lago di Gine­vra – di pro­fes­sio­ne gio­ca­to­re di basket, pri­ma nel Pae­se nata­le, poi stel­la del­la prin­ci­pa­le lega fran­ce­se e infi­ne un anno all’An­ge­li­co Biel­la, in Pie­mon­te. Nel 2006 com­pie il gran­de pas­so ver­so l’N­BA e a soli ven­ti­due anni, quan­do anco­ra por­ta le trec­ci­ne alla Iver­son, vie­ne sele­zio­na­to come tre­di­ce­si­ma scel­ta nel draft del 2006 dai Phi­la­phle­pia 76ers per esse­re gira­to dopo pochi minu­ti a Chi­ca­go – ai Bulls, fran­chi­gia che più di altre ha con­tri­bui­to a colo­niz­za­re per sem­pre le men­ti euro­pee (inclu­sa la sua) dedi­te alla pal­la­ca­ne­stro Usa.

Fra il 2006 e il 2015 si gua­da­gna il sopran­no­me di “The Defen­der Machi­ne”: basta osser­var­lo quan­do s’in­col­la al por­ta­to­re di pal­la avver­sa­rio col busto – che que­sti sia Tony Par­ker, Manu Gino­bi­li, Dwya­ne Wade o Lebron James – e si capi­sce il per­ché di un nic­k­na­me tan­to dida­sca­li­co; brac­cia lar­ghe a simu­la­re l’a­per­tu­ra area di un Boeing 747, fia­to sul col­lo e cavi­glie rapi­de come quel­le di un feli­no, tan­to da far dubi­ta­re del­la veri­di­ci­tà del­le sue misu­re cor­po­ree – 201 cm di altez­za per 101 kg di peso, dif­fi­ci­le muo­ver­si sul par­quet con leg­ge­rez­za alla luce di que­sto pro­fi­lo fisico.

Eppu­re i pie­di da dan­za­to­re di tan­go e la mas­sa cor­po­rea non gli sono basta­ti per difen­der­si o fug­gi­re la sera dell’8 apri­le 2015 a New York, fuo­ri da un club nel distret­to Chel­sea di Man­hat­tan, dove l’a­mi­co e col­le­ga Chris Cope­land – guar­dia degli India­na Pacers – era rima­sto coin­vol­to in una ris­sa. Arri­va­no gli agen­ti del NYPD a fare puli­zia e Tha­bo Sefo­lo­sha assie­me al mace­do­ne Pero Antic, com­pa­gno di squa­dra attua­le agli Atlan­ta Hawks, deci­de di oppor­si all’ar­re­sto del­l’a­mi­co, rime­dian­do un paio di manet­te ai pol­si anche per sé.
Un video ama­to­ria­le gira­to col tele­fo­ni­no da una ragaz­za pre­sen­te sul luo­go ripren­de gli ulti­mi istan­ti del fer­mo: si sen­te Tha­bo apo­stro­fa­re gli agen­ti con un “relax man” e si vede una man­ga­nel­la­ta di ordi­nan­za par­ti­re dal­l’al­to ver­so il bas­so, pri­ma che lo sviz­ze­ro ven­ga por­ta­to via.
Con ogni evi­den­za gli agen­ti sono tut­to tran­ne che “relax” visto che qual­che ora dopo, in pie­na not­te, la guar­dia degli Atlan­ta Hawks vie­ne rila­scia­ta dal­la Cen­tra­le, con una gam­ba rot­ta e gra­vi lesio­ni ai lega­men­ti, costrin­gen­do­lo a un inter­ven­to chi­rur­gi­co imme­dia­to che signi­fi­ca anche fine del­la sta­gio­ne rego­la­re e l’addio ai playoffs, dove al momen­to la fran­chi­gia del­la Geor­gia sta affron­tan­do i Cle­ve­land Cavs di Lebron James per il tito­lo di cam­pio­ne del­la Eastern Con­fe­ren­ce e l’ac­ces­so alla fina­le asso­lu­ta del­la Lega; la serie è gui­da­ta del­la squa­dra del­l’O­hio 3–0, Lebron e com­pa­gni han­no di fat­to ipo­te­ca­to il pas­sag­gio del tur­no, anche per l’as­sen­za di un tra­sci­na­to­re come Thabo.

Sefo­lo­sha ha attac­ca­to ver­bal­men­te in manie­ra net­ta gli agen­ti respon­sa­bi­li del suo inci­den­te e in segui­to a que­ste accu­se un por­ta­vo­ce del New York Poli­ce Depart­ment ha fat­to sape­re a Sport Illu­stra­ted che ver­rà svol­ta un’in­da­gi­ne da par­te del­l’Uf­fi­cio degli Affa­ri Inter­ni, anche per­ché è arduo cre­de­re che un top player la cui car­rie­ra dipen­de dal­la salu­te del cro­cia­to, deci­da di immo­lar­si sul­l’al­ta­re del mar­ti­rio e si dan­neg­gi da solo i suoi pre­zio­si arti come for­ma di pro­te­sta politica.

Per un curioso caso del destino, la madre di Sefolosha – svizzera e caucasica – aveva provato sulla propria pelle negli anni ’80 le angherie dell’apartheid sudafricano, quando sposandosi con il suo secondo marito Patrick Sefolosha, padre di Thabo, furono costretti a fuggire dal Paese nel 1982, perché il regime di segregazione razziale impediva i matrimoni misti.

Nel­la ter­ra in cui Tha­bo ha rea­liz­za­to inve­ce il pro­prio sogno di una vita – gli Sta­ti Uni­ti – ha dovu­to anche incon­tra­re la sua sirin­ga mono­do­se di apar­theid ver­sio­ne ter­zo mil­len­nio, una sirin­ga che indos­sa divi­sa e distintivo.

A ripor­ta­re in auge la vicen­da rela­ti­va al dram­ma spor­ti­vo e uma­no di Tha­bo Sefo­lo­sha – sto­ria silen­zia­ta dal­la gran par­te dei media pri­ma anco­ra che si fos­se­ro chia­ri­ti i det­ta­gli – ci ha pen­sa­to Dave Zirin con un lun­go e pun­tua­le arti­co­lo pub­bli­ca­to sul suo blog affi­lia­to a The Nation in cui il gior­na­li­sta ame­ri­ca­no s’in­ter­ro­ga su qua­li ragio­ni por­ti­no la stam­pa main­stream che si occu­pa di poli­ti­ca e sport a disin­te­res­sar­si di fat­to di una bom­ba a mano ine­splo­sa come que­sta, sia per i suoi risvol­ti uma­ni – il gio­ca­to­re che sta per rea­liz­za­re il sogno del­le fina­li NBA e si vede ruba­ta que­sta oppor­tu­ni­tà a pochi metri dal­l’ar­ri­vo – sia per i suoi risvol­ti socia­li: il trat­ta­men­to che le for­ze di poli­zia loca­li riser­va­no a mem­bri del­le mino­ran­ze etni­che sta fran­ca­men­te assur­gen­do a qual­co­sa di più di un rumo­re di fon­do statistico.
Dave Zirin elen­ca con graf­fian­te pre­ci­sio­ne le assur­de con­trad­di­zio­ni dei media spor­ti­vi Usa, che si ecci­ta­no al limi­te del­l’or­ga­smo per una ridi­co­la appa­ri­zio­ne del­la figlia di Ste­phen Cur­ry – il talen­to dei Gol­den Sta­te War­riors – in con­fe­ren­za stam­pa, men­tre igno­ra­no impu­ne­men­te il trat­ta­men­to riser­va­to a Tha­bo Sefo­lo­sha, bar­ri­can­do­si die­tro l’i­po­cri­ta scu­sa del “que­sta non è infor­ma­zio­ne spor­ti­va” o addi­rit­tu­ra “Sefo­lo­sha e gli Atlan­ta Hawks sono il team con meno appeal fra i quat­tro appro­da­ti alle fina­li, al pub­bli­co non inte­res­sa­no par­ti­co­lar­men­te”. Del resto que­st’an­no nel­la peg­gio­re del­le ipo­te­si si piaz­ze­ran­no solo come quar­ta squa­dra più for­te del mon­do – per­ché mai il pub­bli­co dovreb­be interessarsene.
Per la leg­ge del con­trap­pas­so, pare che inte­res­si­no mol­te le buf­fo­na­te goliar­di­che di un ex gio­ca­to­re di qua­ran­ta­tré anni – Sha­quil­le O’Neal – che si dilet­ta nel­lo scher­za­re con le for­ze dell’ordine.

Thabo sefolosha 2

Eppu­re era sta­to pro­prio il mon­do del cane­stro a mobi­li­tar­si con for­za pochi mesi fa: dopo la mor­te di Micheal Bro­wn a Fer­gu­son nel Mis­sou­ri con annes­si riot di pro­te­sta in cit­tà, dopo quel­la di Eric Gar­ner il 17 luglio 2014, quan­do l’a­froa­me­ri­ca­no di qua­ran­ta­tré anni è sta­to ucci­so a Sta­ten Island, NYC, dopo aver subi­to per quin­di­ci secon­di l’in­fa­me trat­ta­men­to del cho­keold che secon­do i medi­ci ne cau­sò il deces­so, fu pro­prio Lebron James, che in que­sti gior­ni avreb­be potu­to sfi­dar­si face-to-face con Sefo­lo­sha, a pre­sen­tar­si den­tro i palaz­zet­ti, in pri­ma linea assie­me ad altre gran­di star, indos­san­do magliet­te che reci­ta­va­no la scrit­ta “I can’t brea­the” – “non rie­sco a respi­ra­re” pro­prio come sus­sur­ra­va Gar­ner pri­ma di per­de­re la vita.
Anche il sin­da­co di New York, Bill de Bla­sio, in pas­sa­to difen­so­re civi­co per la cit­tà e quin­di sen­si­bi­le ai recla­mi dei cit­ta­di­ni, assu­me a dicem­bre posi­zio­ni mol­to aspre su quan­to acca­du­to a Sta­ten Island, arri­van­do addi­rit­tu­ra a sca­te­na­re un puti­fe­rio fra il suo uffi­cio, quel­lo del Pro­cu­ra­to­re e le sigle sin­da­ca­li del NYPD che lo accu­sa­no di scre­di­ta­re agli occhi del­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca l’o­pe­ra­to del­la polizia.

E da ulti­mo, la cam­pa­gna nata come hash­tag su twit­ter, #Blac­kLi­ve­sMat­ter, si è len­ta­men­te tra­sfor­ma­ta in qual­che cosa, anco­ra inde­fi­ni­ta, che tut­ta­via debor­da dai con­fi­ni del mon­do vir­tua­le e del cybe­rac­ti­vi­sm, trop­po faci­le da pra­ti­ca­re in pol­tro­na con l’au­si­lio di un router.
Pur con gran­di sfor­zi d’im­ma­gi­na­zio­ne è dif­fi­ci­le pen­sa­re a vicen­de che pos­sa­no atti­ra­re mag­gior­men­te l’at­ten­zio­ne di let­to­ri, spet­ta­to­ri e uten­ti – la scu­sa del “non inte­res­sa” e del “noi dob­bia­mo fare con­ten­ti gli inser­zio­ni­sti pub­bli­ci­ta­ri” sem­pli­ce­men­te si con­fi­gu­ra come una boia­ta, peral­tro di cat­ti­vo gusto.

E la rispo­sta al per­ché del­la man­ca­ta coper­tu­ra media­ti­ca a un cer­to pun­to la si ritro­va nel­l’ar­ti­co­lo di Zirin – che è anche un j’ac­cu­se con­tro il mon­do dei media ame­ri­ca­ni – quan­do un uten­te ano­ni­mo del­l’in­ter­net la for­ni­sce con estre­ma chiarezza:

“We censor ourself. We are risk-averse. White columnits feel like they would get the story wrong and black columnist don’t want the responsibility to be the ones to write obout it. We end up in a state of paralysis.”

Sem­pli­ce ma vera.

La pecu­lia­ri­tà del “caso Tha­bo Sefo­lo­sha” è che non si sta par­lan­do di un ragaz­zo nero del­la peri­fe­ria di Bal­ti­mo­ra che non ha fini­to gli stu­di e si bar­ca­me­na fra lavo­ret­ti sal­tua­ri e gang che deten­go­no il mono­po­lio del­lo spac­cio di stu­pe­fa­cen­ti. Non si par­la di un ado­le­scen­te novel­li­no rapi­na­to­re, che grat­tan­do il suo pri­mo nego­zio di liquo­ri fini­sce in mez­zo a una spa­ra­to­ria con una rivol­tel­la fin­ta nel­la mano e qual­che pro­iet­ti­le di trop­po nel pet­to. Si par­la di un pri­vi­le­gia­to, dal­la pel­le scu­ra ma con un con­trat­to da 12 milio­ni di dol­la­ri a sta­gio­ne e che di lavo­ro fa quel­lo che ogni ragaz­zi­no ame­ri­ca­no pro­ba­bil­men­te sogna duran­te l’in­fan­zia. Eppu­re non gli è ser­vi­to a nul­la esse­re un gigan­te ric­co per giun­ta sviz­ze­ro. Gli han­no spac­ca­to una gam­ba, che for­se per un gio­ca­to­re di basket è più impor­tan­te del cer­vel­lo, nono­stan­te il con­to cor­ren­te e la posi­zio­ne sociale.
Sul ter­re­no, o meglio sul par­quet, riman­go­no solo i dub­bi del ragaz­zo che era a qual­che cen­ti­me­tro dal­l’an­da­re sopra il fer­ro a due mani e che ades­so ha una sola cer­tez­za: deve rin­gra­zia­re che a lui sia anda­ta “bene”, per­ché alme­no non gli han­no schiac­cia­to la cas­sa tora­ci­ca e può anco­ra respi­ra­re in auto­no­mia, anche se l’o­lez­zo che lo cir­con­da è deci­sa­men­te sgradevole.
Un’al­tra cer­tez­za che rima­ne sul cam­po è che, al net­to del­le inda­gi­ni inter­ne, la poli­zia di New York è sen­za ombra di dub­bio la più egua­li­ta­ria: trat­ta tut­ti i neri allo stes­so modo.

Con­di­vi­di:
Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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