Il Caligola di Camus, la logica della follia

Sara Tam­bor­ri­no

Il Tea­tro Oscar chiu­de la sta­gio­ne 2014/2015 con la ripre­sa del Cali­go­la di Albert Camus, una pro­du­zio­ne PACTA dei Tea­tri, dal 17 al 28 giu­gno, dopo la pri­ma asso­lu­ta che ha visto repli­che dall’11 al 26 apri­le. A con­fron­tar­si con la com­ples­si­tà di quest’opera è la regi­sta Annig Rai­mon­di, che ha scel­to di met­te­re in sce­na la secon­da del­le tre ver­sio­ni del­la tra­ge­dia ela­bo­ra­te in perio­di suc­ces­si­vi dall’autore (1938–39, 1941, 1958). Una vera osses­sio­ne, infat­ti, sem­bra aver­lo lega­to alla figu­ra dell’imperatore roma­no pas­sa­to alla sto­ria per le sue cru­de­li fol­lie e per­ver­sio­ni. Il dram­ma costi­tui­sce assie­me a Lo stra­nie­roIl mito di Sisi­fo la tri­lo­gia dell’assurdo, nel­la qua­le l’autore inda­ga la peren­ne lot­ta tra la coscien­za indi­vi­dua­le e i mec­ca­ni­smi del pote­re, i tur­ba­men­ti e le pau­re del­l’a­ni­mo uma­no di fron­te al vuo­to di un’esistenza peri­co­lo­sa­men­te in balia dell’assurdo.

Non si tratta dunque di una tragedia storica, ma di un’inquieta riflessione esistenziale che utilizza come espediente la ricerca di una spiegazione psicologica di fronte all’insorgere della pazzia in un uomo di potere.

In segui­to alla mor­te del­la sorel­la ed aman­te Dru­sil­la, scin­til­la sca­te­nan­te del­la vicen­da, l’im­pe­ra­to­re Cali­go­la, scon­vol­to, impaz­zi­sce, aven­do rag­giun­to la tra­gi­ca con­sa­pe­vo­lez­za che “gli uomi­ni muo­io­no e non sono feli­ci”. Deci­de così di abo­li­re le dif­fe­ren­ze tra bene e male, di scon­vol­ge­re l’intero asset­to sta­ta­le, ed ini­zia com­pien­do le peg­gio­ri effe­ra­tez­ze nei con­fron­ti dei sena­to­ri che lo cir­con­da­no. Accan­to alla pau­ra e all’orrore cre­sce però il mal­con­ten­to, che sfo­cia in una con­giu­ra capeg­gia­ta da Che­rea per ucci­de­re il despo­ta fol­le. Le uni­che per­so­ne che gli riman­go­no lega­te sono l’amante Ceso­nia ed il liber­to Sci­pio­ne, che nutre nei con­fron­ti dell’imperatore un dupli­ce sen­ti­men­to: odio, a cau­sa del­la sua inar­re­sta­bi­le cru­del­tà, ed amo­re, per il ruo­lo di padre e gui­da che egli sem­bra a trat­ti assu­me­re nei con­fron­ti il gio­va­ne. Ceso­nia, acce­ca­ta dal suo amo­re per il pro­ta­go­ni­sta, si ren­de com­pli­ce dei suoi assur­di pro­po­si­ti, anche nel momen­to in cui Cali­go­la deci­de di far­si dio imper­so­nan­do la dea Vene­re, o quan­do indi­ce un’insensata gara tra poe­ti. Anche la don­na però diven­ta vit­ti­ma del suo fol­le ama­to, che nel vor­ti­ce di una spi­ra­le auto­di­strut­ti­va fa piaz­za puli­ta attor­no a sé degli ulti­mi che gli era­no vici­ni. Infi­ne l’imperatore, dopo aver dia­lo­ga­to a car­te sco­per­te con Che­rea riguar­do ai suoi pro­get­ti di assas­si­nio, si pre­pa­ra al suo fata­le desti­no, che si com­pie pro­prio per mano del capo dei congiurati.

caligola
Sono solo quat­tro gli atto­ri che por­ta­no avan­ti la rap­pre­sen­ta­zio­ne, vesti­ti con abi­ti sen­za tem­po, a rimar­ca­re il fat­to che la rifles­sio­ne por­ta­ta avan­ti dall’opera è appli­ca­bi­le in qual­sia­si con­te­sto uma­no. L’interpretazione di Ric­car­do Maghe­ri­ni, nei pan­ni di Cali­go­la, è inec­ce­pi­bi­le, capa­ce di susci­ta­re risa­te ma anche di resti­tui­re tut­ta la fol­le dispe­ra­zio­ne del suo per­so­nag­gio. Maria Euge­nia D’A­qui­no ren­de effi­ca­ce­men­te il suc­cu­be amo­re di Ceso­nia, susci­ta­to dal­la stra­zian­te sof­fe­ren­za dell’imperatore; vie­ne affian­ca­ta da Ales­san­dro Paz­zi nel ruo­lo di Sci­pio­ne. Annig Rai­mon­di cal­ca a sua vol­ta la sce­na nel ruo­lo di un Che­rea riu­sci­to anche se tal­vol­ta un po’ trop­po reto­ri­co. I sud­di­ti e i sena­to­ri sono in par­te imper­so­na­ti dal pub­bli­co stes­so, al qua­le Cali­go­la spes­so si rivol­ge diret­ta­men­te cer­can­do spet­ta­to­ri per le sue scelleratezze.

L’atmosfera è resa inquie­tan­te tra­mi­te l’utilizzo di voci regi­stra­te, musi­che e luci dai trat­ti psi­che­de­li­ci, che sug­ge­ri­sco­no una dimen­sio­ne che sfio­ra quel­la dell’incubo.
Tro­van­do­si a lavo­ra­re su un pal­co­sce­ni­co di dimen­sio­ni ridot­te, la scel­ta regi­sti­ca è sta­ta di infran­ge­re fin dal pri­mo momen­to la quar­ta pare­te che soli­ta­men­te divi­de il pub­bli­co dagli atto­ri, i qua­li si muo­vo­no ed agi­sco­no com­ple­ta­men­te svin­co­la­ti dal­le limi­ta­zio­ni del­lo spa­zio sce­ni­co. Que­sto è alle­sti­to in modo sem­pli­ce e mute­vo­le, poi­ché la sce­no­gra­fia com­po­sta da uno spec­chio, alcu­ne sedie e un tavo­lo vie­ne all’occorrenza rime­sco­la­ta per fare da base ai diver­si momen­ti dell’azione. Altro ele­men­to di asso­lu­ta rile­van­za è la costan­te pre­sen­za di fan­toc­ci sen­za testa ammon­tic­chia­ti sul­la sce­na, che tal­vol­ta ven­go­no richia­ma­ti dal­la loro immo­bi­li­tà per diven­ta­re tra le mani di Cali­go­la, che si rela­zio­na con essi per tut­to il tem­po, i sena­to­ri e le com­par­se del dramma.

Que­sti mani­chi­ni vesti­ti di tut­to pun­to assu­mo­no però un signi­fi­ca­to mol­to più pro­fon­do, poi­ché si pos­so­no vede­re in essi tut­ti i cada­ve­ri di cui l’imperatore si è via via cir­con­da­to; si trat­ta del­le sue vit­ti­me, dei suoi mor­ti, i qua­li con la loro pesan­te onni­pre­sen­za inqui­na­no la soli­tu­di­ne di Cali­go­la, che per que­sto non tro­va pace. Pro­prio que­sta soli­tu­di­ne, soprag­giun­ta a segui­to del venir meno dell’amore di Dru­sil­la, è ciò che spa­ven­ta il regnan­te; di fron­te alla veri­tà incom­ben­te del­la mor­te tut­to il pote­re gli risul­ta futi­le, eva­po­ra la sua fidu­cia nei con­fron­ti del­la real­tà e va affer­man­do­si la sua estra­nei­tà rispet­to a un mon­do che “così com’è non è sop­por­ta­bi­le”. L’umanità inte­ra lo ripu­gna per la sua ceci­tà di fron­te all’assurdità del vive­re. È que­sto pen­sie­ro che lo spin­ge a bra­ma­re il pos­ses­so dell’impossibile, quan­do ad esem­pio doman­da a Sci­pio­ne di por­tar­gli la Luna.

Eppure, dietro all’assurdo, si cela una logica ferrea e spietata, una lucidità che sempre cammina a fianco della follia; ciò che l’imperatore cerca è la libertà dai propri tormenti, dalla vacuità dell’esistenza, e tale si può trovarla soltanto nell’oblio del trapasso.

Egli è infat­ti con­vin­to che non esi­sta altra liber­tà che quel­la del con­dan­na­to a mor­te, per­ché ad esso tut­to è indif­fe­ren­te al di fuo­ri del col­po che lo ucci­de­rà. Cali­go­la si con­si­de­ra l’unico libe­ro, poi­ché sa del­la con­giu­ra che pesa sul­la sua vita e qua­si la desi­de­ra; il suo obbiet­ti­vo intan­to è quel­lo di ren­de­re libe­ri i suoi sud­di­ti facen­do­li sen­ti­re peren­ne­men­te sot­to la minac­cia del­la pena capi­ta­le, giac­ché tut­ti sono col­pe­vo­li, ed attuan­do con­ti­nue ed arbi­tra­rie ese­cu­zio­ni. Lui stes­so però si ritie­ne in par­te col­pe­vo­le; è come spac­ca­to in due metà, che met­te in dia­lo­go par­lan­do con se stes­so in uno spec­chio. Una par­te di lui odia l’altra, e, quan­do infi­ne sen­te soprag­giun­ge­re la mor­te, si ricom­po­ne vesten­do­si di tut­to pun­to, come se si pre­pa­ras­se per una visi­ta a lun­go atte­sa: “Alla Sto­ria, Cali­go­la, alla Storia!”.

Ciò che rima­ne al ter­mi­ne del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne è un sen­so di pie­tà e com­pas­sio­ne per un per­so­nag­gio che emer­ge sì come un mostro, ma anche e soprat­tut­to come un indi­vi­duo lace­ra­to e schiac­cia­to da tut­to il peso del dolo­re uma­no. Volen­do dare una pos­si­bi­le inter­pre­ta­zio­ne, Cali­go­la è un uomo che vie­ne con­dot­to alla paz­zia dal­la sua ricer­ca di qual­co­sa di straor­di­na­rio e di impos­si­bi­le che pos­sa riem­pi­re il vuo­to del­la sua esi­sten­za. A que­sto fine più alto sacri­fi­ca la sua stes­sa feli­ci­tà, ponen­do­si così in per­fet­ta anti­te­si rispet­to a Che­rea, per­so­ni­fi­ca­zio­ne del quie­to vive­re; ma come ogni per­so­na­li­tà straor­di­na­ria in un mon­do di medio­cri, il fol­le luci­do impe­ra­to­re è desti­na­to a sparire.

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