Indiana Jones è old school. Ora si parla di Archeologia Spaziale.

Come dice­va Bel­loq a India­na Jones ne I pre­da­to­ri dell’Arca per­du­ta: “Tu ed io sia­mo mol­to simi­li, l’archeologia è la nostra reli­gio­ne, ma entram­bi ci sia­mo disco­sta­ti dal­la vera fede. I nostri meto­di non sono così diver­si come affer­mi tu, non sono che un tuo rifles­so oscu­ro. Ci vor­reb­be solo una pic­co­la spin­ta per fare come me, per far­ti vede­re la luce”.

Tra le disci­pli­ne uma­ni­sti­che, l’archeologia è sta­ta quel­la che più di tut­te ha cer­ca­to di appro­fit­ta­re dell’evoluzione tecnologica.
Fin dagli anni Cin­quan­ta, per impul­so del cele­bre stu­dio­so Jean-Clau­de Gar­din avven­ne la crea­zio­ne di una spe­ci­fi­ca nuo­va bran­ca di stu­di, l’informatica archeo­lo­gi­ca. Ini­zial­men­te si occu­pa­va di adat­ta­re gli indi­riz­zi di stu­dio del­la mate­ria all’aumentare del­le pos­si­bi­li­tà che il “com­pu­to elet­tro­ni­co” – come lo defi­nì il cele­bre etru­sco­lo­go Mas­si­mo Pal­lot­ti­no – for­ni­va nell’analisi sta­ti­sti­ca di feno­me­ni e dati, uti­liz­za­ti soprat­tut­to nel­lo stu­dio del­la preistoria.

Non è più tabù da mol­ti anni la ricer­ca di nuo­ve for­me d’indagine per una mate­ria che “è nata come scien­za sto­ri­ca, come una scien­za che esplo­ra il pas­sa­to per rico­struir­ne la vita, le vicen­de. Ora è diven­ta­ta una scien­za di fron­tie­ra, a metà stra­da tra l’u­ma­ne­si­mo e la tec­no­lo­gia, con i meto­di del­le scien­ze esat­te. L’im­ma­gi­ne del­l’ar­cheo­lo­go che sca­va­va da solo, che anda­va avven­tu­ro­sa­men­te sui luo­ghi appar­tie­ne, ormai, ad una visio­ne roman­ti­ca di que­sta disci­pli­na” come rac­con­ta il gran­de archeo­lo­go Saba­ti­no Moscati.

Negli anni Novan­ta, infat­ti, la cre­sci­ta tec­no­lo­gi­ca ha crea­to in un solo decen­nio una cesu­ra net­ta con tut­ta l’applicazione pre­ce­den­te degli stru­men­ti tecnologici.
Quin­di si è pas­sa­ti ad una fase avan­za­ta, con rico­stru­zio­ni 3D imme­dia­te, ani­ma­zio­ni e real­tà vir­tua­li che ci resti­tui­sco­no ogni vol­ta un fram­men­to in più di cono­scen­za sul pas­sa­to. Come era sta­to il caso del­la squa­dra del Museo Egi­zio di Tori­no che ave­va usa­to tec­ni­che di inda­gi­ne moder­ne su mum­mie di quat­tro­mi­la anni fa oppu­re l’esame del DNA sui resti tro­va­ti in un par­cheg­gio di Lei­ce­ster nel 2012 che ha con­fer­ma­to al di là di ogni ragio­ne­vo­le dub­bio che quel­le ossa appar­te­ne­va­no al plan­ta­ge­ne­to scom­par­so – e non trop­po ama­to dal­la sto­rio­gra­fia bri­tan­ni­ca – Ric­car­do III.

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Solo però negli ulti­mi anni è sta­ta adot­ta­ta una tec­ni­ca poten­zial­men­te rivo­lu­zio­na­ria che ha crea­to una nuo­va bran­ca dell’archeologia all’interno del set­to­re che si può defi­ni­re “infor­ma­ti­co”.

Gra­zie alle ricer­che del­la dot­to­res­sa Sarah Par­cak del­la Uni­ver­si­ty of Ala­ba­ma di Bir­min­gham, sono sta­te sco­per­te nel 2011 più di mil­le tom­be e cir­ca tre­mi­la anti­chi inse­dia­men­ti nel sito di Saq­qā­ra in Egit­to. La par­ti­co­la­ri­tà del­la sco­per­ta sta nel fat­to che la dot­to­res­sa abbia pen­sa­to di scat­ta­re foto­gra­fie con i satel­li­ti uti­liz­zan­do i diver­si spet­tri del­la luce e che, gra­zie alle imma­gi­ni agli infra­ros­si, sia riu­sci­ta a sco­pri­re un sito nasco­sto là dove c’era sol­tan­to sabbia.

Que­sta nuo­va tec­ni­ca, defi­ni­ta archeo­lo­gia spa­zia­le, rap­pre­sen­ta una pos­si­bi­li­tà incre­di­bi­le di defi­ni­re sem­pre meglio il ter­ri­to­rio e di tro­va­re nuo­vi siti — come già avvie­ne dal 2002 gra­zie ai satel­li­ti Land­sat, Coro­na, ASTER e Quic­k­bird — oppu­re di ride­fi­ni­re alcu­ni dub­bi sto­ri­co-archeo­lo­gi­ci per­si­sten­ti, come il caso dell’abbandono del­la cit­tà di Ang­kor-Wat in Cam­bo­gia. Per anni la tesi tra­di­zio­na­le ave­va attri­bui­to il decli­no del­la gigan­te­sca capi­ta­le nel­la giun­gla all’aggressività dei vici­ni degli Khmer, gli Ayut­tha­ya, men­tre la tesi – già dif­fu­sa dal­la metà degli anni Novan­ta – di un decli­no “eco­lo­gi­co”, dovu­to all’improvvisa sic­ci­tà e poi alla distru­zio­ne del siste­ma idri­co del­la cit­tà, rice­vet­te con­fer­ma sol­tan­to quan­do si som­ma­ro­no le diver­se imma­gi­ni satel­li­ta­ri e si sco­prì che per resi­ste­re ai cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci i gover­na­to­ri del­la cit­tà fece­ro sca­va­re un cana­le che dal più gran­de baci­no idri­co con­du­ce­va diret­ta­men­te nel cen­tro cit­ta­di­no, espo­nen­do­lo così al rischio di gra­vi inon­da­zio­ni nel perio­do monsonico.

La pos­si­bi­li­tà di ride­fi­ni­re con pre­ci­sio­ne sem­pre mag­gio­re alcu­ne con­clu­sio­ni sto­ri­co-archeo­lo­gi­che ha dato nuo­vo slan­cio agli stu­di del set­to­re. Come ripor­ta la dot­to­res­sa Par­cak: “È un impor­tan­te stru­men­to per foca­liz­za­re meglio il sito su cui si sta sca­van­do. Ci dà una pro­spet­ti­va più gran­de sui siti archeo­lo­gi­ci. Noi dob­bia­mo pen­sa­re più in gran­de, e que­sto ce lo per­met­to­no i satel­li­ti. India­na Jones è old school. Sia­mo anda­ti oltre da Indy, scu­sa Har­ri­son Ford”.

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