La disuguaglianza è un uomo nello spazio mentre l’altro aspetta davanti alla mensa dei poveri

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

«Sono un otti­mi­sta che par­la di disu­gua­glian­za». A dir­lo Antho­ny Bar­nes Atkin­son, pro­fes­so­re di eco­no­mia poli­ti­ca alla Cam­brid­ge Uni­ver­si­ty, ex pre­si­den­te del­la Royal Eco­no­mic Socie­ty e auto­re di nume­ro­si sag­gi scien­ti­fi­ci e divul­ga­ti­vi, l’ul­ti­mo dei qua­li Ine­qua­li­ty. What can be done? usci­rà nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na a novem­bre del 2015.
«Sono un otti­mi­sta per­ché non cre­do che le disu­gua­glian­ze sia­no un feno­me­no natu­ra­le o divi­no, ma la con­se­guen­za di scel­te che i gover­ni e l’e­sta­blish­ment pren­do­no in pie­na coscien­za, scel­te che come tali pos­so­no esse­re cambiate».

Nel 1997 pub­bli­ca su Eco­no­mic Jour­nal un bre­ve sag­gio di 24 pagi­ne dal tito­lo “Brin­ging Inco­me Distr­bu­tion in From the Cold”, atto d’ac­cu­sa con­tro la pro­fes­sio­ne eco­no­mi­ca nel qua­le si dimo­stra che per tut­to il XX seco­lo le doman­de riguar­dan­ti la distri­bu­zio­ne del red­di­to – soprat­tut­to quan­do que­sta è ini­qua – sono sta­te in lar­ga par­te glis­sa­te o igno­ra­te. «Ci si è sve­glia­ti nel 2008 uscen­do da un sogno per entra­re in un incu­bo e abbia­mo sco­per­to che se le disu­gua­glian­ze cre­sco­no il capi­ta­li­smo non può fun­zio­na­re». Mol­ti dei suoi col­le­ghi e dei deci­so­ri poli­ti­ci – dice Atkin­son – si sono tro­va­ti pri­vi degli stru­men­ti per com­pren­de­re il feno­me­no, e le fra­si di Barack Oba­ma o di Chri­sti­ne Lagar­de – la diret­tri­ce del FMI – stan­no lì a dimo­strar­lo. «Avver­to­no il peri­co­lo ma non san­no come difendersi».

Ma cos’è la disu­gua­glian­za? Rispon­de dal pal­co di Tren­to lo stu­dio­so bri­tan­ni­co, con un esem­pio che vale più di mil­le paro­le: «La disu­gua­glian­za avvie­ne quan­do alcu­ne per­so­ne pos­so­no com­pra­re un bigliet­to per per viag­gia­re nel­lo spa­zio men­tre altre si met­to­no in coda davan­ti a una men­sa dei pove­ri per ave­re un pasto gra­tis». E le per­so­ne davan­ti alle men­se sono aumen­ta­te nel cor­so dei decen­ni e sono le stes­se che non van­no più al risto­ran­te o non cam­bia­no più l’au­to, peg­gio­ran­do la per­for­man­ce gene­ra­le del siste­ma economico.

Nel pri­mo dopo­guer­ra, in Gran Bre­ta­gna, il coef­fi­cien­te di Gini — che assie­me all’in­di­ce di Atkin­son rap­pre­sen­ta il prin­ci­pa­le stru­men­to per inda­ga­re le disu­gua­glian­ze — era pari al 25%. A par­ti­re dal 1980 aumen­ta al 35%.
Se voles­si­mo ripri­sti­na­re la situa­zio­ne dei pri­mi anni Cin­quan­ta solo attra­ver­so l’im­po­si­zio­ne fisca­le, il nostro Can­cel­lie­re del­lo Scac­chie­re (il Mini­stro del­le Finan­ze bri­tan­ni­co) dovreb­be pre­sen­tar­si al Par­la­men­to e pro­por­re un aumen­to del­le ali­quo­te d’im­po­sta sul red­di­to di alme­no ven­ti pun­ti. Una mos­sa poli­ti­ca­men­te suicida».
Per­ché è acca­du­to? La spie­ga­zio­ne da manua­le dice che a fron­te di un aumen­to del­la doman­da di lavo­ro spe­cia­liz­za­to non è segui­ta un’e­vo­lu­zio­ne del­l’of­fer­ta di lavo­ro. «Que­sto lo scri­ve­va­no i manua­li di qua­ran­t’an­ni fa e anche gli eco­no­mi­sti han­no le loro leggende».

Atkin­son intro­du­ce l’ar­go­men­to del­l’e­vo­lu­zio­ne tec­no­lo­gi­ca e del­l’au­to­ma­zio­ne: «Pen­sa­te a un’a­zien­da ipo­te­ti­ca che deci­da di far lavo­ra­re nei suoi magaz­zi­ni solo robot e che uti­liz­zi i dro­ni per con­se­gna­re la mer­ce – sor­ri­de – secon­do voi que­sta deci­sio­ne come influi­sce sul­la cur­va del­la distri­bu­zio­ne del red­di­to? I gover­ni non devo­no subi­re pas­si­va­men­te l’e­vo­lu­zio­ne tec­no­lo­gi­ca: han­no con­tri­bui­to al suo svi­lup­po finan­zian­do gran par­te del­la ricer­ca e devo­no assu­mer­si il com­pi­to di gesti­re la tran­si­zio­ne e l’in­gres­so degli auto­mi nel mer­ca­to del lavo­ro». Non è lud­di­smo quel­lo di Atkin­son o “mito del buon sel­vag­gio” – ci tie­ne a pre­ci­sa­re – solo buon senso.

E allo­ra What can be done? «Si deve cam­bia­re la strut­tu­ra del­l’im­po­si­zio­ne fisca­le, l’a­li­quo­ta più ele­va­ta sul red­di­to deve pas­sa­re al 65%, alme­no nel Regno Uni­to, sen­za peral­tro tor­na­re ai livel­li degli anni Cin­quan­ta. Biso­gna inter­ve­ni­re nel tra­sfe­ri­men­to di ric­chez­za fra gene­ra­zio­ni, la tas­sa di suc­ces­sio­ne non può esse­re una tan­tum», per­ché come pen­sa­va e scri­ve­va John Stuart Mill già sul fini­re del XIX seco­lo “l’ac­cu­mu­lo di ric­chez­za per­so­na­le o fami­lia­re è una minac­cia alle liber­tà individuali”.

«Biso­gna ragio­na­re in ter­mi­ni non neces­sa­ria­men­te di red­di­to di cit­ta­di­nan­za o red­di­to mini­mo ma in ter­mi­ni di red­di­to di par­te­ci­pa­zio­ne» che per Atkin­son si con­fi­gu­re­reb­be come uno sgra­vio fisca­le al con­tra­rio, un’i­dea che è sta­ta soste­nu­ta da due auto­re­vo­li pre­mi Nobel di orien­ta­men­to oppo­sto come Mil­ton Fried­man e James Tobin.

«Le nostre ban­che cen­tra­li e i trat­ta­ti che fir­mia­mo han­no tar­get per ogni indi­ca­to­re macroe­co­no­mi­co: l’in­fla­zio­ne, il defi­cit, il debi­to. Ne man­ca solo uno: l’oc­cu­pa­zio­ne». Par­la a tut­to brac­cio l’e­co­no­mi­sta: «I gover­ni dovreb­be­ro agi­re come dato­ri di lavo­ro di ulti­ma istan­za se neces­sa­rio, han­no già fat­to i pre­sta­to­ri di ulti­ma istan­za sal­van­do le ban­che dal­la cata­stro­fe, pos­so­no far­lo anche con i contribuenti».
Si sof­fer­ma su un pun­to: «Si par­la sem­pre di debi­to pub­bli­co e mai di patri­mo­nio pub­bli­co che è l’al­tra fac­cia del­la meda­glia». Cita il caso nor­ve­ge­se, alcu­ni Pae­si petro­li­fe­ri – come il Qatar – o Sin­ga­po­re che han­no rico­sti­tui­to dei fon­di sovra­ni con i qua­li lo Sta­to entra nel­le socie­tà pri­va­te attra­ver­so pac­chet­ti di quo­te. «Non par­lo di nazio­na­liz­za­zio­ne ma di rico­stru­zio­ne del patri­mo­nio nazio­na­le che è sta­to dila­pi­da­to con le pri­va­tiz­za­zio­ni, spes­so a prez­zo di saldo».

Sono pro­po­ste ere­ti­che, alme­no per il main­stream eco­no­mi­co, ma mai quan­to è ere­ti­ca “la disoc­cu­pa­zio­ne a due cifre” spie­ga Atkin­son. «Quan­do stu­dia­vo eco­no­mia nel mio Pae­se c’e­ra il ter­ro­re che i disoc­cu­pa­ti diven­tas­se­ro il 2.5%, oggi sia­mo al 6% e ci rac­con­tia­mo di vive­re nell’Eden».
Si dice dispo­sto a discu­te­re le pro­po­ste con­te­nu­te nel suo ulti­mo libro, a modi­fi­car­le, ma non vuol sen­ti­re par­la­re di “desti­no” o di “mon­do glo­ba­liz­za­to dove agli Sta­ti non è con­ces­so alcun mar­gi­ne di auto­no­mia deci­sio­na­le” per­ché «le sfi­de del ven­tu­ne­si­mo seco­lo sono il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e la demo­gra­fia. Di eco­no­mia sap­pia­mo già quel­lo che c’è da sape­re. Ora biso­gna pren­de­re del­le scelte».
E le scel­te le pren­do­no gli esse­ri uma­ni, non la glo­ba­liz­za­zio­ne o qual­che altra miste­rio­sa for­za oscu­ra, per que­sto «sono ottimista».

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Francesco Floris
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