Le montagne russe dell’eutanasia

Jaco­po Iside
@JacopoIside

E se il futu­ro del ‘viag­gio fina­le’ fos­se a bor­do di una mon­ta­gna russa?
Que­sto è quel­lo che deve aver pen­sa­to Juli­jo­nas Urbo­nas, dot­to­ran­do al Royal Col­le­ge of Art di Lon­dra, quan­do si è mes­so a dise­gna­re l’Eutha­na­sia Coa­ster, una vera e pro­pria mon­ta­gna rus­sa per l’eutanasia.
Stan­do alle stes­se paro­le del­lo stu­den­te scrit­te nel­la pre­sen­ta­zio­ne del progetto 

“L’Euthanasia Coaster è un’ipotetica macchina per l’eutanasia a forma di montagna russa, programmata per portare via la vita di un essere umano con eleganza ed euforia”.

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Il pro­get­to sfrut­ta l’avanzamento dell’interdisciplinarità tra mate­rie come la medi­ci­na spa­zia­le, l’ingegneria mec­ca­ni­ca e la fisi­ca. La strut­tu­ra dovreb­be far sali­re il tre­no con 24 pas­seg­ge­ri fino a 510 m di altez­za – ren­den­do­lo già così uno degli edi­fi­ci più alti del mon­do – per scen­de­re in pic­chia­ta alla velo­ci­tà di 360 kmh ed entra­re in una del­le set­te inver­sio­ni rea­liz­za­te ognu­na di un dia­me­tro più pic­co­lo di quel­la pre­ce­den­te in modo da man­te­ne­re l’accelerazione di 10 g costan­te, por­tan­do al limi­te del­le sue capa­ci­tà il cor­po umano.
Infat­ti il peri­co­lo più gra­ve in que­sti casi è lo sta­to pro­lun­ga­to di ipos­sia — man­ca­to afflus­so di san­gue al cer­vel­lo — del­la dura­ta di 60 secon­di, suf­fi­cien­ti per ridur­re pri­ma in sta­to di inco­scien­za e poi por­ta­re al deces­so anche i pas­seg­ge­ri più robusti.

“O fai di tut­to per vive­re, o fai di tut­to per mori­re” si dice­va ne Le ali del­la liber­tà.

Il tema del­la ‘buo­na mor­te’ ritor­na cicli­ca­men­te nel­le discus­sio­ni dell’opinione pub­bli­ca. Non sono basta­te tan­te sto­rie di sof­fe­ren­za pro­lun­ga­ta per smuo­ve­re le mel­me del­la poli­ti­ca, impri­gio­na­ta dal bigot­ti­smo di fac­cia­ta. Que­sto pro­get­to fan­ta­sio­so sper­so­na­liz­za l’atto in sé, affi­dan­do­lo ad una mac­chi­na e alle leg­gi di natu­ra, ma soprat­tut­to pone un dub­bio che scio­glie­re­mo sol­tan­to nel tem­po, e cioè se la tec­no­lo­gia, gra­zie alla qua­le ‘vivia­mo’ sia la solu­zio­ne anche per eli­mi­na­re il dilem­ma eti­co del­la respon­sa­bi­li­tà di un’eutanasia.

Nell’immaginario col­let­ti­vo però, quan­do si par­la di mac­chi­ne che tol­go­no la vita non può che resta­re quell’episodio dei Simp­son nel qua­le non­no Abe, odia­to dal­la cit­tà per aver fat­to per­de­re la pos­si­bi­li­tà di ospi­ta­re una fran­chi­gia di foot­ball, col­to da depres­sio­ne deci­de di rivol­ger­si al Dr. Egoyan, un medi­co aiu­ta le per­so­ne a com­met­te­re sui­ci­dio gra­zie alla fan­to­ma­ti­ca mac­chi­na Diepod. 

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Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

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