L’Imam che non voleva vedere birre e il beatmaker che mi ha insegnato la storia di Nizza

Fran­ce­sco Floris
@Frafloris

Si chia­ma Tho­mas, ha 34 anni e ne dimo­stra 24. Lavo­ra per la SNCF, la com­pa­gnia fer­ro­via­ria fran­ce­se, come suo padre, ma per pas­sio­ne cam­pio­na beat hip-hop e trip hop per la Twen­ty­Wax Records, una label ita­lia­na di musi­ca fon­da­ta nel 2013 assie­me a due ami­ci beatmakers.
È uno dei ragaz­zi che da gior­ni per­not­ta sul­le sco­glie­re di Pon­te San Ludo­vi­co, a pochi chi­lo­me­tri da Ven­ti­mi­glia, assie­me agli oltre 100 migran­ti bloc­ca­ti nel lim­bo del­la fron­tie­ra ita­lo-fran­ce­se. Non voglio­no tor­na­re indie­tro per­ché sogna­no il Regno Uni­to o la Sve­zia. Non pos­so­no anda­re avan­ti per­ché incon­tra­no l’in­cu­bo del­la poli­zia di fron­tie­ra tran­sal­pi­na e del­le CRS – i repar­ti mobi­li, di soli­to impie­ga­ti nel man­te­ni­men­to del­l’or­di­ne pub­bli­co – che han­no rice­vu­to ordi­ne da Pari­gi di non far pas­sa­re nes­su­no, o alme­no di dare quel­la sen­sa­zio­ne all’o­pi­nio­ne pub­bli­ca fran­ce­se. Opi­nio­ne pub­bli­ca che alme­no dal 2010 – quan­do il Front Natio­nal rag­giun­se i con­ser­va­to­ri del­l’Ump alle ele­zio­ni ammi­ni­stra­ti­ve – slit­ta ver­so le posi­zio­ni di Mari­ne Le Pen.

E anco­ra più a nord, nel­la cit­tà di Calais ‒ a un tiro schiop­po dal Regno Uni­to ‒ la poli­zia ingle­se, schie­ra­ta con il con­sen­so di Pari­gi, ha rice­vu­to a sua vol­ta ordi­ne da Lon­dra di bloc­ca­re tutto.
Un gigan­te­sco imbu­to di uomi­ni che par­te lar­go dal cana­le di Sici­lia e arri­va trop­po stret­to sul­la Manica.

Assie­me a Tho­mas ci sono un’al­tra doz­zi­na di ragaz­zi e signo­ri un po’ cre­sciu­ti: la sua fidan­za­ta Ema­nue­la, con la pas­sio­ne per la foto­gra­fia, e alcu­ni mili­tan­ti del C.S.A. “La tal­pa e l’o­ro­lo­gio” di Impe­ria — fra cui un con­si­glie­re comu­na­le ex SEL, fuo­riu­sci­to nel 2013 per ten­sio­ni con i ver­ti­ci del partito.
Gian­ni, 47 anni con figli, viag­gia su un fur­go­ne alle­sti­to a mini-dor­mi­to­rio – di quel­li che si sogna­no quan­do si è ragaz­zi­ni e sini­stroi­di – e di mestie­re fa il vigi­le del fuo­co. Si è pre­so qual­che gior­no di ferie per veni­re a Ven­ti­mi­glia da Torino.

È un militante politico da anni, si è fatto le ossa in Val Susa con il movimento No Tav e prima ancora ha viaggiato nel Chiapas, regione meridionale del Messico, dove nel 1994 si formava l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Subcomandante Marcos.

Alcu­ni di loro han­no crea­to una pagi­na Face­book dove posta­no foto, inter­ven­ti, arti­co­li di gior­na­le e aggior­na­men­ti in tem­po rea­le dal luo­go – si chia­ma “Pre­si­dio per­ma­nen­te NO bor­ders Ven­ti­mi­glia”, che in meno di tre gior­ni ha supe­ra­to i 4000 like. Ci si sve­glia al mat­ti­no e i con­sen­si vir­tua­li sono cre­sciu­ti di 400 unità.
Ven­go­no a por­ta­re soprat­tut­to con­for­to, soli­da­rie­tà e com­pa­gnia ai migran­ti, che a tar­da sera han­no voglia di chiac­chie­ra­re, rac­con­ta­re la loro sto­ria: dal­la Libia agli agru­me­ti sici­lia­ni, pas­san­do per la sta­zio­ne roma­na di Tibur­ti­na. Alcu­ni sono lau­rea­ti in eco­no­mia e sogna­no la City di Lon­dra come i peg­gio­ri boc­co­nia­ni; un ragaz­zo del Sudan con cui par­lo di mestie­re vor­reb­be inse­gna­re ingle­se agli inglesi.

Non è faci­le per que­sti volon­ta­ri sen­za pet­to­ri­na né man­da­to del­le onlus o del­le asso­cia­zio­ni – che, a onor del vero, se si esclu­de Cro­ce Ros­sa e qual­che ragaz­zo del­l’U­ni­cef, non sono pre­sen­ti. MSF – che è nata in Fran­cia – non c’è, Emer­gen­cy non c’è, Save the Chil­dren nem­me­no, una sola ragaz­za con la magliet­ta di Amne­sty Inter­na­tio­nal s’ag­gi­ra da gior­ni lun­go il litorale.

Ci sono pro­ble­mi orga­niz­za­ti­vi e gestio­na­li: i volon­ta­ri di Ven­ti­mi­glia vor­reb­be­ro orga­niz­za­re un con­cer­to o uno spet­ta­co­lo tea­tra­le per mobi­li­ta­re la cit­ta­di­nan­za, ma da Tori­no si annun­cia la pre­sen­za dei col­let­ti­vi di auto­no­mi aller­ta­ti dal­le noti­zie di mobi­li­ta­zio­ne di grup­pi fran­ce­si neo­fa­sci­sti, come Bloc Iden­ti­tai­re. Lo scon­tro fisi­co, o anche solo la sua pos­si­bi­li­tà, rischia di dan­neg­gia­re la cau­sa dei migran­ti che pre­mo­no al con­fi­ne da die­ci gior­ni; la poli­zia potreb­be uti­liz­za­re il pre­te­sto per sgom­be­rar­li dal­la sco­glie­ra, come ten­ta­to nel­la mat­ti­na­ta di mar­te­dì 16 giugno.
C’è pole­mi­ca anche sul­le col­la­bo­ra­zio­ni con le asso­cia­zio­ni cat­to­li­che: un signo­re che si fa chia­ma­re o che si chia­ma real­men­te Gian­ni­no – una sor­ta di isti­tu­zio­ne, sopra­tut­to fra gli agen­ti del­la Digos – iro­niz­za sul­la fra­se del Papa “Pre­ga­te per chi chiu­de la por­ta in fac­cia ai biso­gno­si”. “Pra­ti­ca­men­te ha det­to che i fran­ce­si sono dei pez­zi di mer­da”, para­fra­sa a modo suo.
Alla fine la mani­fe­sta­zio­ne vie­ne orga­niz­za­ta saba­to 20 giu­gno ed è paci­fi­ca, ulte­rio­re smac­co per chi da gior­ni, fra la cit­ta­di­nan­za di Ven­ti­mi­glia, for­ze di poli­zia e ammi­ni­stra­to­ri loca­li, gri­da­va all’ar­ri­vo del Black Bloc.

Quando la sera del 18 giugno inizia il Ramadan, viene in visita l’Imam di Nizza che, pur ringraziandoci della presenza, ci chiede di andare a bere birre e mangiare panini (in effetti farciti con coppa e pancetta) a qualche metro di distanza dai fedeli musulmani per rispetto. Non manca chi vorrebbe dare all’Imam una lezione verbale di relativismo culturale, ma per quieto vivere ci si allontana e basta.

Si par­la mol­to di poli­ti­ca: Tho­mas, nato da geni­to­ri fran­ce­si, mi rac­con­ta il cli­ma che si respi­ra nel sud del­la Nazio­ne. Il Front Natio­nal si pre­sen­ta all’e­let­to­ra­to come la for­za puli­ta e non col­lu­sa col pote­re, “un po’ come comu­ni­ca il Movi­men­to Cin­que Stel­le, e dopo a nes­su­no fre­ga del fat­to che i Le Pen han­no i con­ti in Svizzera”.
Qual­che mese fa la poli­zia di Niz­za ha inse­gui­to a pie­di due ragaz­zi­ni di quin­di­ci anni per un fur­to, que­sti si sono rin­chiu­si in una stan­za del con­trol­lo elet­tri­co e sono rima­sti ful­mi­na­ti. Il Pre­si­den­te del Dipar­ti­men­to, la nostra Pro­vin­cia, recen­te­men­te rie­let­to, è anda­to in tele­vi­sio­ne a dire che se fos­se­ro cre­sciu­ti con una buo­na edu­ca­zio­ne non gli sareb­be suc­ces­so nul­la e che comun­que la respon­sa­bi­li­tà del­l’in­ci­den­te era da attri­buir­si all’e­le­va­ta velo­ci­tà del vei­co­lo. “Non sape­va nem­me­no che fos­se­ro a pie­di”, dice Thomas.
“Poi gio­ca­no a fare gli sce­rif­fi lega­li­ta­ri e nel frat­tem­po si ven­do­no mez­zo lito­ra­le ai magna­ti rus­si per tra­sfor­ma­re la costa in una gigan­te­sca Montecarlo”.

Vengono lasciati in piedi solo i quartieri disastrati come l’Ariane di Nizza, dove ai semafori sono abituali le rapine dal finestrino e le persone vivono nelle “barre”, come si definiscono in gergo i palazzoni di edilizia pubblica popolare, che fra il 1967 e il 1977 vennero costruiti per far spazio agli sfollati, soprattutto gitani, delle bidonville – in quegli anni rase al suolo – e alla nuova ondata migratoria di algerini che dopo essersi ribellati al giogo francese nel 1962 con la Guerra di Liberazione avevano sì uno Stato ma non più un’economia.

S’im­pa­ra anche la sto­ria di un quar­tie­re degra­da­to di Niz­za par­lan­do con il beat­ma­ker ita­lo-fran­ce­se a tar­da notte.
E s’im­pa­ra che chi è venu­to per aiu­ta­re spes­so fini­sce aiu­ta­to: c’è mol­ta buo­na volon­tà fra gli ita­lia­ni ma poco cibo e anco­ra meno acqua, e allo­ra sono i migran­ti, che cam­pa­no con le scor­te di vive­ri for­ni­te dai cen­tri per la cul­tu­ra isla­mi­ca del­la Costa Azzur­ra e dal­la Cro­ce Ros­sa, a rega­lar­ci un pasto o alme­no un des­sert fat­to di biscot­ti e fet­te biscot­ta­te. Gli stes­si migran­ti che a ran­cio con­clu­so gira­no con i sac­chet­ti a ripu­li­re il suo­lo da bot­ti­glie e car­tac­ce, come avve­nu­to poche ore pri­ma nel­la fon­ta­na spen­ta davan­ti alla sta­zio­ne di Ventimiglia.
Non è neces­sa­rio met­ter­li a svol­ge­re lavo­ri social­men­te uti­li, ci pen­sa­no da soli.

Un ragaz­zo medio­rien­ta­le ‒ che dai trat­ti sem­bre­reb­be liba­ne­se – con­ti­nua a “discu­te­re” con noi: non spiac­ci­ca un paro­la di ingle­se o fran­ce­se e allo­ra ci par­la in ara­bo non­cu­ran­te del­la nostra tota­le incom­pren­sio­ne. Si capi­sce solo che invi­ta una cop­pia a fare ses­so e che, a chi soc­chiu­de gli occhi, inse­gna la paro­la “dor­mi­re”.

Prende per il culo le gazzelle della polizia che ogni tanto passano, lo fa ad alta voce e quando qualche compagno di viaggio gli intima di abbassare il tono per non disturbare chi già riposa lui scoppia in una fragorosa risata e dice: “Questa è la democrazia”.

Ce ne andia­mo a dor­mi­re sot­to uno dei gaze­bo tem­po­ra­nei alle­sti­ti sul mar­cia­pie­de: di gior­no pro­teg­go­no dal sole bat­ten­te di que­sta qua­si-esta­te in rivie­ra, di not­te crea­no un leg­ge­ro micro­cli­ma effet­to ser­ra, una tem­pe­ra­tu­ra di un gra­do più alta che può comun­que garan­ti­re un son­no migliore.
Accan­to a me, Ale­xan­der dor­me sul­l’a­sfal­to per­ché tan­to al mat­ti­no deve solo alzar­si alle 6:00 per anda­re a lavo­ro. Mi ven­go­no in men­te tut­te le occa­sio­ni in cui ho sfot­tu­to mili­tan­ti inva­sa­ti, con le loro paro­le reto­ri­che che tan­to pia­ce­reb­be­ro a Giu­lia Inno­cen­zi in un ser­vi­zio tele­vi­si­vo di due minu­ti. Alme­no in que­sta occa­sio­ne me ne pen­to e me ne ver­go­gno. Accan­to a lui dor­me la sua fidanzata.
Ci si salu­ta sol­tan­to con una buo­na not­te: la sera pri­ma il foto­gra­fo di un’a­gen­zia mila­ne­se, che mi ha ospi­ta­to per qual­che ora nel­la sua auto, mi ha chie­sto se rus­sas­si e ho rispo­sto sol­tan­to “Non lo so, a volte”.
For­se avrei dovu­to rispon­der­gli “Se anche fos­se, que­sta è la democrazia”.

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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