L’ortoressia: il fanatismo alimentare che diventa patologia

Ele­na Buzzo
@ele_buzzo

L’attenzione per scel­te ali­men­ta­ri respon­sa­bi­li, per rispet­ta­re il pia­ne­ta e se stes­si è diven­ta­ta ormai una ten­den­za mol­to dif­fu­sa nel mon­do occi­den­ta­le. Tut­ta­via, l’atteggiamento radi­ca­le dell’uomo nei con­fron­ti di que­sta nuo­va sen­si­bi­liz­za­zio­ne ali­men­ta­re ha por­ta­to alla nasci­ta di com­por­ta­men­ti pato­lo­gi­ci, tipi­ci del nostro seco­lo e mai ana­liz­za­ti in pre­ce­den­za. Tra que­sti si col­lo­ca l’ortoressia, l’ossessione per il cibo sano. Il ter­mi­ne (dal gre­co orthos/ὀρθός cor­ret­to e ore­xis/ὄρεξις appe­ti­to) è sta­to conia­to nel 1997 dal die­to­lo­go ed ex-orto­res­si­co Ste­ven Brat­man, sul­la base di una lun­ga autoa­na­li­si. Brat­man si era impo­sto una duris­si­ma die­ta basa­ta su con­vin­zio­ni il più del­le vol­te dovu­te a ipo­con­dria, manie di per­se­cu­zio­ne, pau­ra di mori­re o di veni­re con­ta­mi­na­to attra­ver­so il cibo, sul­la base degli esem­pi del­la muc­ca paz­za e dell’aviaria. Le pos­si­bi­li osses­sio­ni cor­re­la­te a tale pato­lo­gia pos­so­no esse­re ecces­si­va atti­vi­tà fisi­ca, rifiu­to di medi­ci­na­li e manie igie­ni­che ed estetiche.
I rit­mi di vita del sog­get­to orto­res­si­co cam­bia­no radi­cal­men­te: la scel­ta dei cibi con­di­zio­na tut­ta la quo­ti­dia­ni­tà, i pasti ven­go­no pro­gram­ma­ti con lar­go anti­ci­po e con­su­ma­ti in soli­tu­di­ne, con l’immediato rischio dell’isolamento socia­le. A que­sto si deve aggiun­ge­re il pro­gres­si­vo com­ples­so di supe­rio­ri­tà del sog­get­to che ten­de­rà dun­que a evi­ta­re di con­sul­ta­re esper­ti in mate­ria, chiu­den­do­si in soli­tu­di­ne, for­te del­le sue con­vin­zio­ni. Si sen­ti­rà l’unico sog­get­to coscien­te dei rischi lega­ti al cibo e per­de­rà di vista quel­le che inve­ce sono le gra­vi con­se­guen­ze del­la die­ta autoim­po­sta. In pri­mo luo­go sul pia­no fisi­co — la pri­va­zio­ne di ali­men­ti essen­zia­li può com­por­ta­re gra­vi dan­ni nutri­zio­na­li ed evi­den­ti segni di mal­nu­tri­zio­ne qua­li per­di­ta di peso, inde­bo­li­men­to del­la mas­sa musco­la­re e dimi­nu­zio­ne del­le dife­se immu­ni­ta­rie. Que­sti era­no i segni che una don­na ame­ri­ca­na, Kate Finn, por­ta­va sul pro­prio cor­po, quan­do nel 2003 è dece­du­ta per insuf­fi­cien­za car­dia­ca, a segui­to a una restrit­ti­va die­ta e al fana­ti­smo alimentare. 

Psicologicamente il rischio preponderante è legato al perenne stato d’ansia di entrare in contatto con tutto ciò che potrebbe minare il proprio ideale di vita pura e incontaminata.

Se il sog­get­to non rie­sce a man­te­ne­re la die­ta autoim­po­sta, suben­tre­rà pri­ma un for­te sen­so di col­pa e poi, con un mec­ca­ni­smo puni­ti­vo, rego­le ali­men­ta­ri anco­ra più intran­si­gen­ti. Al con­tra­rio, il rispet­to del­le rego­le com­por­ta feli­ci­tà e sen­sa­zio­ne di auto­con­trol­lo. Que­sto cir­co­lo vizio­so por­ta alla con­vi­ven­za con un costan­te sta­to di fru­stra­zio­ne e insicurezza.
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Come per i più dif­fu­si e cono­sciu­ti distur­bi ali­men­ta­ri — ano­res­sia, buli­mia e obe­si­tà — anche nell’ortoressia il ful­cro del­la vita del sog­get­to diven­ta il cibo, ma l’at­ten­zio­ne non è tan­to rivol­ta ver­so la quan­ti­tà di cibo inge­ri­to, ma la sua qualità.
Aspet­to para­dos­sa­le dell’ortoressia è come nasca da prin­ci­pi lode­vo­li che ognu­no di noi dovreb­be col­ti­va­re alme­no in mini­ma par­te, per­ché rivol­ti alla ricer­ca del benes­se­re e sim­bo­lo di coscien­za cri­ti­ca e sen­so di respon­sa­bi­li­tà nei con­fron­ti di noi stes­si e del pia­ne­ta. Ma dal momen­to in cui sul desi­de­rio di rag­giun­ge­re un’alimentazione sana e una miglio­re qua­li­tà del­la vita pre­va­le un atteg­gia­men­to osses­si­vo-com­pul­si­vo e un rap­por­to distor­to con il cibo, l’obiettivo ini­zia­le vie­ne per­so di vista e l’effetto sor­ti­to è esat­ta­men­te l’opposto.
Sono que­ste pre­mes­se posi­ti­ve a ren­de­re dif­fi­cil­men­te rico­no­sci­bi­le il sog­get­to orto­res­si­co. Sono sta­ti idea­ti nell’ultimo decen­nio due test: un pri­mo test crea­to da Brat­man, e un altro chia­ma­to ORTO-15, più arti­co­la­to e pre­ci­so, nato da un’equipe di stu­dio­si dell’Università “La Sapien­za” di Roma. Entram­bi si basa­no su una serie di doman­de a rispo­sta posi­ti­va o nega­ti­va: più le rispo­ste posi­ti­ve aumen­ta­no più il sog­get­to ana­liz­za­to è gra­ve. Il test che Brat­man pro­po­ne nel suo libro Health food jun­kies (2000), in cui per la pri­ma vol­ta vie­ne ana­liz­za­ta la malat­tia, offre un pos­si­bi­le cri­te­rio di dia­gno­si che pre­ve­de le seguen­ti domande: 

Pas­si più di tre ore al gior­no a pen­sa­re a una die­ta sana?
È più impor­tan­te la qua­li­tà del cibo che il pia­ce­re che pro­vi nel mangiarlo?
La qua­li­tà del­la tua vita è dimi­nui­ta con l’aumentare del­la qua­li­tà del­la tua dieta?
Ti sen­ti in col­pa quan­do ti allon­ta­ni dal­le tue con­vin­zio­ni alimentari?
Il tuo cri­te­rio di scel­ta del cibo ti iso­la? Pia­ni­fi­chi con lar­go anti­ci­po che cosa mangerai?

Tut­ta­via un vero e pro­prio meto­do di indi­vi­dua­zio­ne di tale distur­bo non esi­ste e l’ortoressia resta comun­que una malat­tia poco rico­no­sciu­ta a livel­lo psi­chia­tri­co, ben­ché inse­ri­ta nel manua­le dia­gno­sti­co del­le malat­tie men­ta­li sot­to la voce Distur­bo Evitante/ Restrit­ti­vo dell’assunzione di cibo.
Secon­do uno stu­dio svol­to dall’Istituto di Scien­za dell’Alimentazione dell’Università “La Sapien­za” di Roma, su 3 milio­ni di ita­lia­ni affet­ti da distur­bi ali­men­ta­ri di vario tipo, il 15 % è orto­res­si­co. I sog­get­ti risul­ta­ti posi­ti­vi sono in net­ta mag­gio­ran­za uomi­ni sopra ai 30 anni (11.3% con­tro il 3,9% di don­ne), risul­ta­to for­se impu­ta­bi­le al cul­to del cor­po che ha coin­vol­to anche gli uomini.
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Le cate­go­rie di per­so­ne più a rischio sono inol­tre vege­ta­ria­ni, vega­ni e cru­di­sti che, seguen­do rego­le ali­men­ta­ri pre­ci­se, rischia­no di rinun­cia­re a ogni com­pro­mes­so con la real­tà pur di rispet­tar­le. È pro­prio davan­ti a que­sto bivio che si distin­gue il sog­get­to che entra in un cir­co­lo vizio­so osses­si­vo e fana­ti­co e chi inve­ce, rispet­tan­do le pro­prie rego­le ali­men­ta­ri, man­tie­ne un atteg­gia­men­to sano e con­ci­lia­bi­le con la quotidianità.
Gli uni­ci pos­si­bi­li inter­ven­ti di cura e pre­ven­zio­ne dell’ortoressia devo­no coin­vol­ge­re diver­si esper­ti (die­ti­sti, medi­ci e psi­co­te­ra­peu­ti) per un’operazione inter­di­sci­pli­na­re che agi­sca in due dire­zio­ni: da un lato è neces­sa­ria un’azione che dimi­nui­sca le ansie e le pau­re di inge­ri­re cibi con­ta­mi­na­ti e dall’altro è impor­tan­te il rein­se­ri­men­to gra­dua­le degli ali­men­ti neces­sa­ri per recu­pe­ra­re una die­ta sana.
La dif­fu­sio­ne del­l’at­ten­zio­ne per una ali­men­ta­zio­ne cor­ret­ta è una con­qui­sta — ma para­dos­sal­men­te è vero il rischio di “fare una vita da mala­ti per mori­re da sani”, come dice­va Jannacci.
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Elena Buzzo
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne. Scri­vo per non par­la­re. Mi pia­ce il cine­ma, la bir­ra, ma non il gelato.

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