PEGIDA: prove tecniche d’elezione

Arian­na Bet­tin Campanini
@AriBettin

Dopo gli smot­ta­men­ti inter­ni di que­st’in­ver­no in mol­ti spe­ra­va­no che PEGIDA (acro­ni­mo di “Euro­pei patriot­ti­ci con­tro l’islamizzazione d’Occidente”) stes­se final­men­te col­las­san­do su se stes­so, ricac­cian­do nel­l’ar­ma­dio vec­chi sche­le­tri e fan­ta­smi del pas­sa­to tedesco.

Lo dice­va­mo già a feb­bra­io: era una muta­zio­ne, non un esau­ri­men­to, e quel­le miglia­ia di per­so­ne che di set­ti­ma­na in set­ti­ma­na, per mesi e mesi, han­no sfi­la­to per Dre­sda, Han­no­ver, Mona­co, Köln, Bonn, Düs­sel­dorf, Dui­sburg, Lip­sia, non pote­va­no esse­re sva­ni­te nel nul­la, reden­te e con­ver­ti­te da un paio di baf­fet­ti sbat­tu­ti sul­la pri­ma pagi­na del Bild.

“[il movi­men­to PEGIDA], per soprav­vi­ve­re, ha biso­gno neces­sa­ria­men­te di un’evoluzione in sen­so isti­tu­zio­na­le. Un nuo­vo vol­to per una nuo­va fac­cia­ta: die­tro, gli stes­si mede­si­mi sen­ti­men­ti, la stes­sa vio­len­za popu­li­sta e reazionaria.”

Con le ele­zio­ni comu­na­li di dome­ni­ca scor­sa, que­sto pro­ces­so di isti­tu­zio­na­liz­za­zio­ne può dir­si defi­ni­ti­va­men­te compiuto.

Quel popo­li­no rab­bio­so e spa­ven­ta­to che da feb­bra­io ave­va ini­zia­to a riti­rar­si nel pro­prio guscio, assen­tan­do­si pian pia­no dal­le “pas­seg­gia­te” del lune­dì, nel segre­to del­l’ur­na – dove nes­su­no può veder­ti e dar­ti del neo­na­zi­sta – ha mes­so la sua cro­ce sul nome di Tat­ja­na Fester­ling, can­di­da­ta a Dre­sda per lo pseu­do­par­ti­to di Lutz Bachmann.

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Cin­quan­ten­ne in car­rie­ra, impren­di­tri­ce e pub­bli­ci­ta­ria, spo­sa­ta, divor­zia­ta, con due figli, ha viag­gia­to, ha stu­dia­to a Chi­ca­go. Una don­na tut­ta d’un pez­zo, appa­ren­te­men­te rea­liz­za­ta e appa­ren­te­men­te moder­na, appa­ren­te­men­te aper­ta alla vita e al mon­do. La per­so­na adat­ta a rac­co­glie­re il con­sen­so anche di chi è appa­ren­te­men­te moderato.

Ma die­tro l’ap­pa­ren­za Tat­ja­na non è né moder­na, né aper­ta, né tan­to­me­no mode­ra­ta: quan­do ad otto­bre hoo­li­gans neo­na­zi­sti e poli­zia si scon­tra­ro­no a Köln — scon­tro in cui ven­ne­ro feri­ti qua­ran­ta­quat­tro poli­ziot­ti — dichia­rò di “toglier­si il cap­pel­lo” al cospet­to degli HoGe­Sa.

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Nem­me­no a dir­lo, per la signo­ra Fester­ling il gran­de pro­ble­ma del Pae­se sono “le onda­te di migran­ti con cui i distrut­to­ri del­la patria som­mer­go­no la nostra Dre­sda e la nostra Ger­ma­nia”, que­sta fiu­ma­na di musul­ma­ni che “pian­ta­no in asso la loro fami­glia e la loro patria, per­ché qua si vive meglio e c’è la paghet­ta del­lo Sta­to.” Date le pre­mes­se, nes­su­no si aspet­ta­va che la signo­ra par­to­ris­se un’a­na­li­si più pro­fon­da del feno­me­no migratorio.

Sono paro­le che alle orec­chie degli ita­lia­ni suo­na­no ora­mai familiari.
Sta­vol­ta però a par­la­re in que­sti ter­mi­ni degli immi­gra­ti — immi­gra­ti che por­te­reb­be­ro “agi­ta­zio­ne, cri­mi­na­li­tà e squi­li­bri nel­le nostre intat­te cit­ta­di­ne” — non è un pada­ni­sta in ver­de con la pas­sio­ne per le ruspe, è una val­chi­ria del­la bas­sa Sas­so­nia, e, for­se per que­stio­ni d’ac­cen­to, risa­li­re all’an­ti­ca matri­ce comu­ne diven­ta incre­di­bil­men­te più semplice.

“Costruiremo un muro, un muro questa volta davvero alto!”, grida dal palco.

Stra­no – nota Alan Pose­ner del Welt – stra­no sen­tir par­la­re di muri e del­la “sua” Dre­sda, di “orien­ta­liz­za­zio­ne” e d’invasione una Wes­si, una del­la Ger­ma­nia Ove­st. La val­chi­ria Fester­ling infat­ti è sas­so­ne, ma solo d’adozione. La “sua” cit­tà, quel­la vera, è Ambur­go, non Dre­sda, fino al 1989 dall’altra par­te del muro, nel­la vec­chia DDR. Fino a non trop­po tem­po fa i migran­ti era­no pro­prio gli Ossi – il muro ven­ne costrui­to appo­si­ta­men­te per impe­di­re loro la fuga. E dopo la cadu­ta, negli anni del­la riu­ni­fi­ca­zio­ne, i flus­si migra­to­ri da Est a Ove­st diven­ne­ro così inten­si da susci­ta­re dif­fi­den­za, risen­ti­men­to e tal­vol­ta sin­ce­ro astio negli Wes­si, i tede­schi occi­den­ta­li, oltre che sva­ria­ti pro­ble­mi di carat­te­re economico.

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Ma la cam­pa­gna d’o­dio intra­pre­sa da PEGIDA nei con­fron­ti di tut­to ciò che è diver­so e si muo­ve su due gam­be non si con­cen­tra più solo sui migran­ti islamici.

Da apri­le Tat­ja­na si sca­glia con­tro “il regi­me ter­ro­ri­sti­co dei gay, lesbi­che, mino­ran­ze ses­sual­men­te devia­te” che ren­de­reb­be­ro la Ger­ma­nia un “mani­co­mio a cie­lo aper­to”. Con­tro que­ste “fuo­ri di testa fis­sa­te col gen­der” che “voglio­no trau­ma­tiz­za­re i nostri bam­bi­ni con le loro eccen­tri­che stron­za­te sessuali”.
I pros­si­mi, se la memo­ria non m’in­gan­na, dovreb­be­ro esse­re zin­ga­ri e comunisti.

E giu­sto per sot­to­li­nea­re qua­le sia l’o­rien­ta­men­to ses­sua­le più con­fa­cen­te alla sua Ger­ma­nia e alla sua Dre­sda, la Fester­ling non riget­ta il nomi­gno­lo di “Lady Bitch Recht”, anzi, se ne appro­pria e ne fa moti­vo di vanto.

L’e­si­to del pri­mo tur­no di vota­zio­ni per eleg­ge­re il nuo­vo sin­da­co di Dre­sda ha visto la can­di­da­ta di PEGIDA sfio­ra­re il 10% dei con­sen­si: un risul­ta­to scon­vol­gen­te per un movi­men­to nato solo a otto­bre, ancor più scon­vol­gen­te, se si pen­sa che il nucleo pro­gram­ma­ti­co del Volk con­sti sostan­zial­men­te e qua­si esclu­si­va­men­te di for­mu­le fasci­stoi­di, come si è visto nem­me­no trop­po celate.

Ma, nono­stan­te il buon risul­ta­to, la Fester­ling ha riti­ra­to la sua can­di­da­tu­ra per il secon­do tur­no. Appog­ge­rà la lista indi­pen­den­te di Dirk Hil­bert, l’u­ni­co can­di­da­to a non ave­re alcun tipo di rap­por­to con il siste­ma par­ti­ti­co tedesco.

Il moti­vo è abba­stan­za chia­ro. PEGIDA – lo si sape­va sin dal­l’i­ni­zio del­la cam­pa­gna – non avreb­be mai potu­to spe­ra­re in una vit­to­ria, ma, al di là dei con­te­nu­ti, un quar­to posto è suf­fi­cien­te a con­fer­ma­re il suc­ces­so di una linea impron­ta­ta all’ag­gres­si­vi­tà e alla vio­len­za ver­ba­le, alla chiu­su­ra di qual­sia­si pos­si­bi­li­tà di dia­lo­go coi par­ti­ti e coi gior­na­li­sti. Fin dai pri­mi mesi d’at­ti­vi­tà, i Pegi­di­sten han­no rifiu­ta­to qual­sia­si con­tat­to coi media, con la “stam­pa bugiar­da”, otte­nen­do median­te que­sto espe­dien­te una riso­nan­za imme­dia­ta in tut­to il Pae­se. Una moda­li­tà non dis­si­mi­le a quel­la del Movimento5Stelle, spe­cial­men­te ai suoi esor­di, che ha per­mes­so a Gril­lo di arri­va­re in un bre­vis­si­mo las­so di tem­po al testa a testa con le prin­ci­pa­li for­ze poli­ti­che ita­lia­ne alle ele­zio­ni poli­ti­che del 2013.

A fron­te del­l’at­teg­gia­men­to oscil­lan­te e ambi­guo del­le isti­tu­zio­ni nazio­na­li e trans­na­zio­na­li, del­la pale­se fram­men­ta­zio­ne del­le for­ze euro­pee in meri­to alla gra­vis­si­ma emer­gen­za immi­gra­zio­ne, è vero­si­mi­le che PEGIDA pos­sa arri­va­re, in con­cor­so con l’A­fD, l’al­tra for­za euro­scet­ti­ca e di estre­ma destra pre­sen­te in Ger­ma­nia, a otte­ne­re una discre­ta rile­van­za nazio­na­le in un futu­ro non trop­po remo­to. D’al­tron­de, sareb­be in linea con quan­to sta già avve­nen­do dif­fu­sa­men­te nel resto d’Europa.

In que­st’ot­ti­ca, le ele­zio­ni di Dre­sda non sono sta­te altro che un ban­co di pro­va in vista di un’a­sce­sa nazio­na­le, se non addi­rit­tu­ra euro­pea. La cit­tà che ha dato i nata­li al movi­men­to è solo una del­le tan­te in cui han­no pre­so pie­de le Spa­zier­gän­ge, per­si­no oltre i con­fi­ni tede­schi, nono­stan­te la pres­so­ché una­ni­me con­dan­na da par­te del­le for­ze isti­tu­zio­na­li e dei mag­gio­ri orga­ni d’in­for­ma­zio­ne del Pae­se. Dre­sda è la pro­va pro­va­ta che a que­sta linea aggres­si­va e distrut­ti­va è sen­si­bi­le per­si­no la com­pas­sa­ta, mode­ra­ta Germania.
L’ap­pa­ren­te­men­te com­pas­sa­ta, appa­ren­te­men­te mode­ra­ta Germania.

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Arianna Bettin
Irre­quie­ta stu­den­tes­sa di filo­so­fia, cer­co di fare del pun­to inter­ro­ga­ti­vo la mia ragion d’es­se­re e la chia­ve di let­tu­ra del­la realtà. 
Nel dub­bio, ci scri­vo, ci cor­ro e ci rido su.

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