Insolite ignote: Vivian Maier

Ele­na Buzzo
@ele_buzzo

Per oltre 40 anni del­la sua vita, Vivian Maier ha fat­to la tata nel­le ric­che fami­glie di Chi­ca­go. Era una don­na soli­ta­ria e riser­va­ta; una bra­va bam­bi­na­ia, alle vol­te severa.
Nasce nel Bro­nx nel 1926 da geni­to­ri fran­co-austria­ci e tra­scor­re i pri­mi anni del­la sua vita in Fran­cia. Nel 1956 di tra­sfe­ri­sce defi­ni­ti­va­men­te a Chicago.
Non resta­no testi­mo­nian­ze di ami­ci­zie o rela­zio­ni e non ha mai scrit­to dia­ri. Negli ulti­mi anni del­la sua vita si è riti­ra­ta in una pic­co­la casa di peri­fe­ria dove si è spen­ta nel 2009, all’età di 83 anni.

Inosservati come la sua vita sono passati inizialmente anche il suo grande talento e la sua passione per la fotografia.

Nei gior­ni libe­ri face­va lun­ghe pas­seg­gia­te con una Rol­lei­flex appe­sa al col­lo immor­ta­lan­do, con un occhio atten­to alla con­di­zio­ne socia­le e uma­na del­la cit­tà, ogni momento.
Non ave­va par­ti­co­la­ri ambi­zio­ni e non aspi­ra­va a una car­rie­ra da foto­gra­fa, tan­to da por­ta­re i rul­li­ni a svi­lup­pa­re sot­to fal­so nome, osses­si­va­men­te fede­le alla sua privacy.

Quel­lo che pote­va sem­bra­re un hob­by qua­lun­que si è però recen­te­men­te rive­la­to il per­cor­so di una gran­de arti­sta; infat­ti nel 2007 John Maloof, gior­na­li­sta in cer­ca di docu­men­ti sul­la cit­tà di Chi­ca­go, com­pra a un’asta pub­bli­ca per soli 380 dol­la­ri un bau­le con­te­nen­te più di 100mila nega­ti­vi risa­len­ti agli anni Cin­quan­ta, Ses­san­ta e Set­tan­ta. Non si sareb­be mai aspet­ta­to che, una vol­ta svi­lup­pa­ti, sareb­be­ro diven­ta­ti tra gli scat­ti fon­dan­ti di un gene­re non anco­ra codi­fi­ca­to: quel­lo del­la street photography.

[envi­ra-gal­le­ry id=“11628”]

Ini­zia così una lun­ga ricer­ca per risa­li­re all’autrice, ma il caso vuo­le che Maloof tro­ve­rà il nome di Vivian Maier solo due anni dopo, tra gli annun­ci dei necrologi.

Il repertorio fotografico offertoci dalla collezione Maloof è stato oggetto di molte critiche, forse anche dovute allo sconcertante alone di mistero che circonda l’autrice.

Ci sono tan­te doman­de in sospe­so su di lei che for­se non avran­no mai rispo­sta e han­no spes­so por­ta­to la cri­ti­ca a dubi­ta­re per­si­no del­la sua esi­sten­za. Un po’ come una moder­na que­stio­ne ome­ri­ca, il caso Maier vie­ne con­si­de­ra­to spes­so il frut­to di un gran­de col­la­ge di foto di più auto­ri. Va det­to che il suo sti­le è mol­to vici­no a quel­lo dei più gran­di foto­gra­fi a lei con­tem­po­ra­nei, o addi­rit­tu­ra poste­rio­ri, che pro­ba­bil­men­te non cono­sce­va nem­me­no e, par­ten­do dal­la sua espe­rien­za da auto­di­dat­ta, è dif­fi­ci­le con­si­de­rar­la al pari di un Robert Frank o di un Hen­ry Car­tier-Bres­son. Non si è for­ma­ta attra­ver­so il con­fron­to arti­sti­co, dun­que il suo sti­le non ha avu­to evo­lu­zio­ni, eppu­re rispec­chia in pie­no le poe­ti­che foto­gra­fi­che che, dagli anni Cin­quan­ta agli anni Set­tan­ta, crea­no le basi di que­sto gene­re —gene­re che pro­prio attra­ver­so l’esempio del­la Maier si rive­la esse­re il più demo­cra­ti­co degli sti­li, la pale­stra per ogni fotoamatore.

Per quan­to pos­sia­mo inter­ro­gar­ci sull’assistenza effet­ti­va di Vivian Maier, le poche testi­mo­nian­ze non aiu­te­reb­be­ro ad usci­re da un tun­nel di sup­po­si­zio­ni e ipotesi.
L’unico ele­men­to che ci resta è un immen­so patri­mo­nio di foto­gra­fie in un for­te bian­co e nero, scat­ta­te pre­va­len­te­men­te tra New York e Chi­ca­go, crean­do il rac­con­to auto­bio­gra­fi­co e inti­mi­sta di una don­na e del­la socie­tà in cui vive. I sog­get­ti pre­di­let­ti sono i bam­bi­ni con il loro sguar­do inno­cen­te sul­la real­tà, e gli umi­li per i qua­li la Maier pro­va una sor­ta di empa­tia. Nume­ro­si scat­ti sono dedi­ca­ti al mon­do dell’alta bor­ghe­sia, nel qua­le lavo­ra e al qua­le si rivol­ge in chia­ve qua­si ironica.

[envi­ra-gal­le­ry id=“11574”]

Si vie­ne a crea­re così una sor­ta di dia­rio per­so­na­le, una rifles­sio­ne sul­la socie­tà e sul­la con­di­zio­ne uma­na. Ma non solo: infat­ti spes­so la Maier si dedi­ca all’autoritratto, foto­gra­fan­do se stes­sa rifles­sa nel­le vetri­ne dei nego­zi, o negli spec­chi. La cri­ti­ca gior­na­li­sti­ca l’ha defi­ni­ta per que­sto la madre del moder­no sel­fie. Di fat­to però l’intento che emer­ge dai suoi auto­scat­ti non è l’autocelebrazione, ma la rifles­sio­ne e la ricer­ca d’identità — sareb­be para­dos­sa­le con­si­de­ra­re diver­sa­men­te una don­na riser­va­ta ai limi­ti dell’ossessione e che non ha mai ten­ta­to di divul­ga­re le sue foto­gra­fie.  Anche nel­le foto che immor­ta­la­no sco­no­sciu­ti c’è mol­to del sog­get­to foto­gra­fan­te che si sve­la attra­ver­so il sog­get­to fotografato.

Un ele­men­to inte­res­san­te del­la foto­gra­fia del­la Maier è il fat­to che a ogni momen­to ven­ga dedi­ca­to un sin­go­lo scat­to dei dodi­ci con­te­nu­ti nel rul­li­no, come si vede dai pro­vi­ni a con­tat­to, dove i momen­ti cat­tu­ra­ti sono sem­pre diversi.

Come sot­to­li­nea Ales­san­dro Baric­co in un arti­co­lo usci­to nel mar­zo del 2014 su La Repub­bli­ca, ci tro­via­mo davan­ti a una foto­gra­fa “testi­mo­ne del­la sacra­li­tà per­du­ta con il digi­ta­le”. In que­sto Vivian Maier si pone per­fet­ta­men­te in linea con le teo­riz­za­zio­ni di Catier-Bres­son sul “momen­to deci­si­vo”, quel­lo scat­to per­fet­to ruba­to alla stra­da, un bre­ve atti­mo che diven­ta eterno.

Attra­ver­so que­sta sor­ta di docu­men­ta­rio silen­zio­so, Vivian Maier immor­ta­la la sua altret­tan­to silen­zio­sa esi­sten­za, fat­ta di soli­tu­di­ne, pas­sio­ni cela­te e affet­ti tem­po­ra­nei. Sia per mestie­re che per pas­sio­ne, vive e foto­gra­fa le vite degli altri, del­le fami­glie dove lavo­ra e degli sco­no­sciu­ti che ritrae. La sua espe­rien­za va con­si­de­ra­ta come un dia­rio per­so­na­le, uno sfo­go, fra­si scrit­te per neces­si­tà e mai rilet­te come la Maier non ha mai visto gran par­te dei suoi scatti.

Ormai que­sta sto­ria ha fat­to il giro del mon­do: le sono sta­te dedi­ca­te nume­ro­se mostre, la BBC ha crea­to un docu­men­ta­rio su di lei e infi­ne nel 2013, pro­prio John Maloof accan­to a Char­lie Siskel, ha gira­to Alla ricer­ca di Vivian Maier, film can­di­da­to all’Oscar quest’anno.

In Ita­lia le sue foto­gra­fie ver­ran­no espo­ste per la pri­ma vol­ta a par­ti­re da quest’estate, dal 10 luglio al 18 otto­bre, al MAN di Nuo­ro.

Con­di­vi­di:
Elena Buzzo
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne. Scri­vo per non par­la­re. Mi pia­ce il cine­ma, la bir­ra, ma non il gelato.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.