Km Zero — Non è tutto oro quel che luccica

Maria Cate­na Mancuso
@MariaC_Mancuso

Il chi­lo­me­tro zero è uno fra i totem dell’ideologia Slow Food, che con­ta sem­pre più adep­ti e di cui Expo si è fat­ta por­ta­vo­ce — qual­cu­no direb­be con­trad­dit­to­ria­men­te vista la pre­sen­za all’interno dei suoi padi­glio­ni del­la più gran­de cate­na di fast food del mondo.

Ori­gi­na­ria­men­te l’espressione chi­lo­me­tro zero signi­fi­ca­va pro­mo­zio­ne del­la sal­va­guar­dia dell’ambiente, del patri­mo­nio agroa­li­men­ta­re regio­na­le, garan­zia del­la fre­schez­za, del­la sta­gio­na­li­tà e del­la genui­ni­tà del pro­dot­to con un taglio signi­fi­ca­ti­vo dei costi fina­li per il con­su­ma­to­re. Negli ulti­mi anni sem­pre più stu­di han­no dimo­stra­to però che que­sto para­me­tro, alme­no sot­to il pun­to di vista ambien­ta­le, si dimo­stra soven­te fal­la­ce. Soprat­tut­to in alcu­ni Paesi.

Se all’origine il ter­mi­ne food kilo­me­tresfood miles inclu­de­va anche una pro­spet­ti­va socia­le e ambien­ta­le nel con­si­de­ra­re le pro­ble­ma­ti­che lega­te alla distri­bu­zio­ne di beni agroa­li­men­ta­ri, oggi il ter­mi­ne tie­ne con­to sol­tan­to del­la distan­za per­cor­sa dal pro­dot­to dal cam­po ai nostri piatti.
In real­tà non è il tra­spor­to a inci­de­re mag­gior­men­te sul­le emis­sio­ni di gas ser­ra: par­ten­do dal pre­sup­po­sto che il pro­ble­ma sta alla radi­ce, cioè nel­la nostra dipen­den­za dai com­bu­sti­bi­li fos­si­li, è sta­to dimo­stra­to infatti
che il tra­spor­to con­ta poco più del 10% del­le emis­sio­ni tota­li, lad­do­ve la pro­du­zio­ne – e quin­di l’uso di car­bu­ran­te, fer­ti­liz­zan­ti, pesti­ci­di e, nel caso dell’allevamento, man­gi­me – supe­ra l’80%.

segnale_km_0

Secon­do la ricer­ca Com­pa­ra­ti­ve stu­dy of cut roses for the Bri­tish mar­ket pro­du­ces in Kenya and the Nether­lands per i con­su­ma­to­ri anglo­sas­so­ni è più soste­ni­bi­le com­pra­re le rose pro­dot­te in Afri­ca piut­to­sto che quel­le pro­dot­te in Euro­pa. La moti­va­zio­ne è sem­pli­ce: il cli­ma. Fat­to sal­vo che la pro­du­zio­ne nei Pae­si in via di svi­lup­po è soli­ta­men­te più soste­ni­bi­le di quel­la nei Pae­si sviluppati.
Nono­stan­te i recen­ti sfor­zi fat­ti dal gover­no olan­de­se per dimi­nui­re le emis­sio­ni di gas ser­ra in agri­col­tu­ra, col­ti­va­re i fio­ri in Olan­da richie­de­rà sem­pre mol­ta più ener­gia per riscal­da­re le ser­re di quel­la neces­sa­ria in Kenya dove il cli­ma è già di per sé favo­re­vo­le alla loro coltivazione.

Secon­do The vali­di­ty of food miles as an indi­ca­tor of sustai­na­ble deve­lo­p­ment, pro­dot­to dal DEFRA, il Depart­ment of Envi­ron­ment, Food and Rural Affairs del gover­no bri­tan­ni­co, gli ingle­si fareb­be­ro bene a impor­ta­re i pomo­do­ri dai Pae­si medi­ter­ra­nei, in par­ti­co­la­re dal­la Spa­gna, nono­stan­te il pre­ve­di­bi­le pare­re con­tra­rio del­la Bri­tish Toma­to Grower’s Association.

In The fal­la­cy of food miles si leg­ge infat­ti: «a ful­ly laden trans­port ship can move an item of pro­du­ce from one side of the world to the other for much less ener­gy than the final con­su­mer uses trans­por­ting the same item of pro­du­ce from the super­mar­ket to their home». A inci­de­re è quin­di la por­ta­ta del cari­co: se un’auto dovrà tra­spor­ta­re solo qual­che deci­na di chi­lo­gram­mi di pro­dot­ti, in pro­por­zio­ne inqui­ne­rà mol­to di più di una nave o di un tre­no merci.

Se si pren­de in con­si­de­ra­zio­ne inve­ce il tra­spor­to aereo, la dif­fe­ren­za nei costi ener­ge­ti­ci di pro­du­zio­ne tra col­ti­va­zio­ni in ambien­te pro­tet­to e riscal­da­to (in ser­ra) nel Nord Euro­pa e col­ti­va­zio­ni non pro­tet­te nel­le regio­ni bagna­te dal Medi­ter­ra­neo egua­glia appros­si­ma­ti­va­men­te il costo del tra­spor­to del­la frut­ta. C’è però da aggiun­ge­re che il 65% del tra­spor­to glo­ba­le di pro­dot­ti ali­men­ta­ri avvie­ne per via marit­ti­ma e rap­pre­sen­ta solo il 12% del­le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca dell’industria del tra­spor­to ali­men­ta­re.

I dati nudi e cru­di dimo­stra­no che il totem non va ado­ra­to cie­ca­men­te, alme­no per quan­to riguar­da i Pae­si con un cli­ma meno favo­re­vo­le, e deve esse­re quin­di ridi­men­sio­na­to tenen­do tut­ta­via con­to che die­tro ai nume­ri si nascon­do­no – come sem­pre – del­le per­so­ne, e che dal pun­to di vista socia­le e ter­ri­to­ria­le i van­tag­gi dell’acquisto di cibo a chi­lo­me­tro zero sono incon­te­sta­bi­li e giu­sti­fi­ca­no appie­no la scel­ta di pro­dot­ti dall’agricoltore fuo­ri cit­tà o al mer­ca­to di quartiere.

Con­di­vi­di:
Maria C. Mancuso
Scri­ve di agri­col­tu­ra, ambien­te e cibo. Mal sop­por­ta chi usa gli angli­ci­smi per dar­si un tono.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.