Cars of Hope

Giu­lia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Può esse­re legit­ti­mo ciò che non è lega­le”, così scri­vo­no i volon­ta­ri di #Car­sOf Hope, l’iniziativa nata come  un’­ha­sh­tag su Twit­ter che non si è limi­ta­ta a raci­mo­la­re qual­che cen­ti­na­io di likes sui social net­work e ten­ta­re un poco fun­zio­na­le shock del­la solip­si­sti­ca opi­nio­ne pubblica.

Sono rego­la­ri cit­ta­di­ni euro­pei, par­ti­ti da Vien­na per Buda­pe­st con 170 mez­zi – tra auto­mo­bi­li e mini­bus – vuo­ti, l’autista al volan­te e a vol­te un accom­pa­gna­to­re sedu­to accan­to, il baga­glia­io sgom­bro e la volon­tà di fare ritor­no nel­la capi­ta­le austria­ca in poche ore sen­za lascia­re posti vuo­ti all’interno dell’abitacolo del pro­prio vei­co­lo. Sono l’equivalente uma­ni­ta­rio e gra­tui­to dei cosid­det­ti sca­fi­sti di ter­ra — uomi­ni spes­so affi­lia­ti a trat­te di esse­ri uma­ni, che, per qual­che cen­ti­na­ia di euro, si offro­no di tra­spor­ta­re i migran­ti che affol­la­no le fron­tie­re euro­pee al di là del­le stes­se, ma che spes­so, oltre al prez­zo spro­po­si­ta­to del pas­sag­gio, estor­co­no loro dena­ro, docu­men­ti, abi­ti e cel­lu­la­ri e abban­do­na­no i pas­seg­ge­ri non lon­ta­no dal luo­go dove li ave­va­no caricati.
I volon­ta­ri di #Car­sO­f­Ho­pe non chie­do­no con­tri­bui­ti eco­no­mi­ci, né da par­te del­lo sta­to austria­co, né da quel­lo unghe­re­se – che chiu­do­no bene gli occhi davan­ti ad un tran­si­to dispo­sto a risol­ve­re cer­ti “fasti­di”– né tan­to­me­no ai migran­ti, for­ni­sco­no sem­pli­ce­men­te un pas­sag­gio al di là di doga­ne, bar­ri­ca­te e muri che si accal­ca­no sul ter­ri­to­rio accer­chia­to dal­la linea di Schengen.

In que­ste set­ti­ma­ne le situa­zio­ni più gra­vi si sono veri­fi­ca­te nei Pae­si bal­ca­ni­ci, dive­nu­ti meta e rot­ta prin­ci­pa­le dei rifu­gia­ti, che sbar­ca­no sul­le coste del­le iso­le gre­che o giun­go­no via ter­ra attra­ver­san­do la Tur­chia. L’obiettivo dei più è per­cor­re­re la Gre­cia, pas­sa­re in Bul­ga­ria, poi in Ser­bia, supe­ra­re l’Ungheria e rag­giun­ge­re l’Austria e la Ger­ma­nia – che han­no annun­cia­to pochi gior­ni fa la rinun­cia agli obbli­ghi del trat­ta­to di Dubli­no e l’accoglienza incon­di­zio­na­ta rispet­to ai rifu­gia­ti siria­ni – o i Pae­si del nord Euro­pa dove spes­so qual­cu­no li aspet­ta, fami­glia­ri, ami­ci, cono­scen­ti arri­va­ti a destinazione.

Ciò che acca­de in real­tà, però, è che uomi­ni, don­ne e bam­bi­ni in tran­si­to, riman­ga­no inca­stra­ti in uno dei Pae­si in cui si tro­va­no obbli­ga­ti a pas­sa­re, in un lim­bo stra­da­le fat­to di strut­tu­re di acco­glien­za prov­vi­so­rie e mar­cia­pie­di, volon­ta­ri cari­chi di coper­te, acqua, pani­ni e gio­cat­to­li, il desi­de­rio di levar­si gli abi­ti spor­chi, uti­liz­za­re una doc­cia, dor­mi­re, ma soprat­tut­to ripar­ti­re, in qual­sia­si modo.

In Unghe­ria – dove stan­no per ter­mi­na­re i lavo­ri per la costru­zio­ne di un muro che sepa­ri il Pae­se dal­la Ser­bia – la situa­zio­ne appa­re par­ti­co­lar­men­te pre­ca­ria. Alla pri­ma acco­glien­za – che i rifu­gia­ti lì descri­vo­no len­ta, ina­de­gua­ta, costel­la­ta di fur­ti e vio­len­ze com­piu­te dal­le for­ze dell’ordine e di cure medi­che insuf­fi­cien­ti, a cau­sa del­le qua­li anche sem­pli­ci pun­tu­re di zan­za­ra si tra­sfor­ma­no in un rischio sani­ta­rio – segue la pri­ma iden­ti­fi­ca­zio­ne. La pro­ce­du­ra, con­te­nu­ta nel­la leg­ge appro­va­ta il 1 ago­sto 2015, è sta­ta idea­ta per deci­de­re se invia­re i pro­fu­ghi in uno de 4 cam­pi di acco­glien­za o nel­le strut­tu­re di deten­zio­ne, in atte­sa del­la rispo­sta alla richie­sta d’asilo.

Alle fal­le gover­na­ti­ve si som­ma­no poi gli attac­chi da par­te degli estre­mi­sti di destra che minac­cia­no la sta­bi­li­tà dei cam­pi pro­fu­ghi. D’altro can­to andar­se­ne non è faci­le: i mez­zi di tra­spor­to, insuf­fi­cien­ti e caren­ti, sono sta­ti pre­si d’assalto dai pro­fu­ghi, ma spes­so il tra­git­to è sta­to inter­rot­to o devia­to in cit­tà sul con­fi­ne come Bic­ske o Győr.
Allo stes­so tem­po il gover­no ha chiu­so il vali­co di fron­tie­ra con la Ser­bia, dopo che in 300 sono scap­pa­ti dal cam­po pro­fu­ghi di Rösz­ke, men­tre i fug­gi­ti­vi inter­cet­ta­ti dal­la poli­zia subi­sco­no cari­che e sfug­go­no al lan­cio dei lacrimogeni.

Ciò che acca­de quin­di è che ven­go­no pre­clu­se o ridot­te le vie di fuga ma l’alternativa gover­na­ti­va non è altro che una sta­si, una deten­zio­ne dai con­tor­ni spes­so uma­na­men­te inac­cet­ta­bi­li e rego­le pro­fon­da­men­te discu­ti­bi­li — come quel­la che pre­ve­de di rifiu­ta­re la doman­da d’asilo a chi giun­ge da Pae­si con­si­de­ra­ti “sicu­ri” e tra que­sti è anno­ve­ra­ta la Ser­bia, vali­co prin­ci­pa­le dei pro­fu­ghi che rag­giun­go­no l’Ungheria.

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Ciò che nor­me e legi­sla­to­ri spes­so sot­to­va­lu­ta­no è che i pro­fu­ghi, par­ti­ti da Siria, Libia, Eri­trea, Mali e Sudan – per cita­re le per­cen­tua­li mag­gio­ri – han­no abban­do­na­to i loro Pae­si e affron­ta­to viag­gi dura­ti gior­ni, set­ti­ma­ne, mesi, in con­di­zio­ni estre­me, han­no per­so tan­to ma sono soprav­vis­su­ti, con l’obiettivo di tro­va­re un luo­go in cui vive­re, sen­za sot­to­sta­re a dit­ta­tu­re, vio­len­ze, schia­vi­tù, fame, sen­za il ter­ro­re di per­de­re la vita ogni gior­no. Dun­que, non potran­no mai accon­sen­ti­re a vive­re una vita di sus­si­sten­za, a cari­co di Pae­si che li obbli­ga­no ad accet­ta­re aiu­ti bene­fi­ci, accom­pa­gna­ti da pie­to­sa com­pas­sio­ne. Si trat­ta di esse­ri uma­ni che desi­de­ra­no lavo­ra­re, esse­re indi­pen­den­ti, reg­ger­si sul­le pro­prie gam­be – non sul­le stam­pel­le che for­ni­sce loro il cosid­det­to pri­mo mon­do – e voglio­no rag­giun­ge­re ter­ri­to­ri in cui poter­lo fare sen­za restrizioni.

A fron­te del­la pro­pria volon­tà e del­le for­ti limi­ta­zio­ni impo­ste dal gover­no unghe­re­se, i rifu­gia­ti si tro­va­no quin­di costret­ti a per­cor­re­re il tra­git­to a pie­di, in fughe che asso­mi­gli­no a pel­le­gri­nag­gi, attra­ver­san­do cit­tà, auto­stra­de e pon­ti, muo­ven­do­si in maree uma­ne inar­re­sta­bi­li, sot­to lo sguar­do atto­ni­to dei cit­ta­di­ni unghe­re­si e sul­le pagi­ne dei media mondiali.

Il pri­mo ad abban­do­na­re la masche­ra di shock e indi­gna­zio­ne con cui la popo­la­zio­ne euro­pea ha ten­ta­to e ten­ta di nascon­de­re l’oggettiva indif­fe­ren­za al feno­me­no migra­to­rio, è sta­to lo scrit­to­re austria­co Robert Misik che il 2 set­tem­bre ha dichia­ra­to a Die Zeit di aver dato un pas­sag­gio ad alcu­ni pro­fu­ghi fino a Vien­na. Dal­la sua auto­de­nun­cia – si trat­ta infat­ti di favo­reg­gia­men­to dell’immigrazione clan­de­sti­na – e dal suc­ces­si­vo arre­sto in Unghe­ria di quat­tro atti­vi­sti austria­ci – poi rila­scia­ti per ordi­ne del Mini­stro degli Este­ri unghe­re­se Péter Szi­j­jár­tó – accu­sa­ti di traf­fi­co di esse­ri uma­ni, è par­ti­ta la cam­pa­gna Cars of Hope, per orga­niz­za­re una caro­va­na auto­mo­bi­li­sti­ca che par­tis­se da Vien­na e rag­giun­ges­se Buda­pe­st per poi fare ritor­no dan­do un pas­sag­gio ai rifu­gia­ti in cammino.

In pochi giorni hanno aderito alla proposta telematica circa 250 volontari, in maggioranza austriaci ma i racconti parlano di uomini e donne provenienti anche da Germania, Italia e Paesi del nord Europa.

Rac­col­te le ade­sio­ni, i 250 non han­no per­so tem­po e si sono dati appun­ta­men­to dome­ni­ca 6 set­tem­bre intor­no a mez­zo­gior­no nel par­cheg­gio del­lo sta­dio Ern­st Hap­pel di Vien­na e da lì sono par­ti­ti in un uni­co con­vo­glio, per poi divi­der­si a secon­da del­le diver­se tap­pe. Ognu­no di loro era sta­to avvi­sa­to in anti­ci­po rispet­to ai rischi legi­sla­ti­vi che avreb­be cor­so par­te­ci­pan­do all’i­ni­zia­ti­va, tan­to che pri­ma del­la par­ten­za vie­ne con­se­gna­to ad ogni volon­ta­rio il pia­no del viag­gio e alcu­ni nume­ri per rice­ve­re assi­sten­za legale.
In gior­na­ta i vei­co­li han­no rag­giun­to la cit­tà di Györ, il cam­po pro­fu­ghi di Vamo­sa­bat, quel­lo di Rösz­ke, posto al con­fi­ne tra Unghe­ria e Ser­bia e infi­ne la sta­zio­ne di Kele­ti a Buda­pe­st, ulti­ma tap­pa, toc­ca­ta in sera­ta. Nes­su­no è sta­to fer­ma­to dal­le for­ze dell’ordine.

La pre­ce­den­za è sta­ta data alle fami­glie, men­tre a chi non ha tro­va­to spa­zio nel­le auto gli atti­vi­sti han­no acqui­sta­to bigliet­ti fer­ro­via­ri. Da lì, dal­la sta­zio­ne, gli ulti­mi vei­co­li sono ripar­ti­ti per Vien­na e han­no rag­giun­to il con­fi­ne austria­co alle 23.21 e poi con­clu­so la tra­ver­sa­ta pres­so la sta­zio­ne di West­bah­n­hof a Vienna.

Tre­cen­to pro­fu­ghi dome­ni­ca not­te han­no rag­giun­to Vien­na. Si trat­ta di un nume­ro bas­so rispet­to alla marea in movi­men­to e a quel­la che il gover­no unghe­re­se strin­ge anco­ra nel filo spi­na­to – come docu­men­ta­no tre atti­vi­sti bolo­gne­si par­ti­ti dome­ni­ca per la Ser­bia ed ora in Bul­ga­ria, pres­so il Cam­po di Rösz­ke – ma riman­go­no tre­cen­to per­so­ne in più.

In assen­za di un cor­do­ne uma­ni­ta­rio e con la pres­sio­ne di sta­ti dal­le poli­ti­che migra­to­rie a dir poco discu­ti­bi­li, la for­tu­na, il caso e pic­co­le ini­zia­ti­ve come que­sta, riman­go­no – dram­ma­ti­ca­men­te – i soli ele­men­ti a cui appellarsi.

Pho­to Cre­di­ts @Matt Car­dy, Get­ty Images.

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Giulia Pacchiarini
Ragaz­za. Frut­to di scel­te sco­la­sti­che poco azzec­ca­te e tem­po libe­ro ben impie­ga­to ascol­tan­do per­so­ne a bor­do di mez­zi di tra­spor­to alternativi.

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