Lezioni 2.0: l’uso massiccio delle nuove tecnologie a scuola non sempre migliora l’apprendimento

Ele­na Buzzo
@ele_buzzo

Sem­pre più ci stia­mo ren­den­do con­to di come sia cam­bia­to velo­ce­men­te l’approccio dei più pic­co­li nei con­fron­ti dell’apprendimento e del gio­co: tan­te lamen­te­le pro­ven­go­no dai geni­to­ri più nostal­gi­ci che ricor­da­no del tem­po libe­ro pas­sa­to all’aria aper­ta duran­te l’infanzia. Ora la scuo­la e le atti­vi­tà pome­ri­dia­ne occu­pa­no tut­ta la gior­na­ta e il resto del tem­po vie­ne pas­sa­to davan­ti a uno schermo.

“Oggi i bam­bi­ni non gio­ca­no più” ci sen­tia­mo dire sem­pre più spes­so. È vero, fa un cer­to effet­to veder­li anda­re a scuo­la pie­ga­ti da pesan­ti zai­ni, con la testa chi­na sul­lo smart­pho­ne. Quel­lo che dob­bia­mo chie­der­ci è: sareb­be lo stes­so se al posto del­lo smart­pho­ne ci fos­se un libro? O, più in gene­ra­le: la tec­no­lo­gia sta gra­dual­men­te impe­den­do ai bam­bi­ni di socia­liz­za­re ren­den­do­li sem­pre più par­te di una real­tà in cui si sen­to­no pas­si­vi? O ci tro­via­mo sem­pli­ce­men­te in una fase di pas­sag­gio che anco­ra non abbia­mo ben impa­ra­to ad affron­ta­re nean­che da adulti?
Di fat­to il pro­ces­so in atto nel­la tec­no­lo­giz­za­zio­ne del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà ha avu­to ter­mi­ni di pro­gres­sio­ne bre­vis­si­mi, è dun­que più che leci­to por­si doman­de sen­za neces­sa­ria­men­te giun­ge­re a rispo­ste di tipo mani­cheo indi­vi­duan­do chia­ra­men­te cosa è bene e cosa è male.

Per vedere calati più nel concreto questi interrogativi, un esempio ci viene fornito dai recenti studi svolti sulla digitalizzazione scolastica.

In gene­ra­le la ten­den­za comu­ne è che nei pae­si in cui la tec­no­lo­gia ha una appli­ca­zio­ne mini­ma, i risul­ta­ti sco­la­sti­ci ripor­ta­ti sono peg­gio­ri, ma lo sono anche dove essa vie­ne appli­ca­ta in modo ecces­si­vo; i miglio­ri risul­ta­ti ven­go­no otte­nu­ti lad­do­ve si segue una ocu­la­ta via di mezzo. 

Lo stu­dio Stu­den­ts, Com­pu­ters and Lear­ning: Making the Con­nec­tion svol­to dall’OCSE (Orga­niz­za­zio­ne per la coo­pe­ra­zio­ne e lo svi­lup­po eco­no­mi­co) nel 2012, pone in evi­den­za che non vi è alcu­na cor­ri­spon­den­za tra l’introduzione del­la tec­no­lo­gia nel­le nostre vite e l’adozione del­la stes­sa nell’istituzione sco­la­sti­ca. Nel­le scuo­le dove vie­ne appli­ca­ta si han­no risul­ta­ti peg­gio­ri in mate­ma­ti­ca, scien­ze e let­tu­ra, risul­ta­ti che dipen­do­no prin­ci­pal­men­te da come ven­go­no uti­liz­za­te le nuo­ve tec­no­lo­gie nel­le clas­si e con qua­li obiettivi.

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Infat­ti, la chia­ve sta nel­lo sfrut­ta­re al meglio gli appa­ra­ti tec­no­lo­gi­ci per incre­men­ta­re e valo­riz­za­re un lavo­ro che già vie­ne svol­to tra inse­gnan­ti e alun­ni, non per sosti­tuir­lo; inol­tre se non vie­ne man­te­nu­to quel­lo che gli esper­ti chia­ma­no “human enga­ge­ment”, ovve­ro il rap­por­to uma­no tra allie­vo e inse­gnan­te, l’introduzione del­la tec­no­lo­gia nell’insegnamento sarà solo moti­vo in più di distrazione.

Per quan­to riguar­da il nostro Pae­se i dati par­la­no chia­ro: l’utilizzo dei com­pu­ter in clas­se è al di sot­to del­la media degli altri pae­si ana­liz­za­ti dall’OCSE (19 minu­ti al gior­no con­tro 25) e la dota­zio­ne tec­no­lo­gi­ca nel­le clas­si non com­pe­te con i vici­ni euro­pei (un com­pu­ter ogni sedi­ci stu­den­ti in Ita­lia con­tro un com­pu­ter ogni set­te stu­den­ti in Euro­pa); ma il diva­rio più ampio lo si avver­te nel­la clas­si­fi­ca dei Pae­si euro­pei dota­ti di com­pu­ter con con­nes­sio­ne a inter­net, dove l’I­ta­lia si col­lo­ca al penul­ti­mo posto. 

Tut­ta­via i risul­ta­ti otte­nu­ti dai quin­di­cen­ni ita­lia­ni dal 2000 al 2012 sono miglio­ra­ti di 4 pun­ti  per­cen­tua­li come testi­mo­nia l’indagine PISA (Pro­gram­me for inter­na­tio­nal Stu­dent Assess­ment). Il miglio­ra­men­to, secon­do gli esper­ti, è dovu­to alla ridu­zio­ne di alun­ni con dif­fi­col­tà di appren­di­men­to e all’introduzione meno inva­si­va del­le tec­no­lo­gie nel­la didattica.

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Nel momen­to in cui ven­go­no appli­ca­ti meto­di didat­ti­ci lega­ti alle inno­va­zio­ni del nostro seco­lo, all’interno di un siste­ma sco­la­sti­co estre­ma­men­te con­ser­va­to­re, come quel­lo del nostro Pae­se, que­sto siste­ma risul­te­rà obso­le­to in alcu­ni pun­ti nodali.
Non affron­ta­re la situa­zio­ne e rifiu­ta­re le pos­si­bi­li­tà inno­va­ti­ve è pari a non acco­glie­re un ele­men­to impor­tan­te che carat­te­riz­za già da tem­po la quo­ti­dia­ni­tà di tut­ti e che ha impor­tan­ti poten­zia­li­tà da sfruttare.

Tra­mi­te l’apporto del­la digi­ta­liz­za­zio­ne nel­le clas­si, si stan­no modi­fi­can­do i lin­guag­gi di base di com­pren­sio­ne e appren­di­men­to; è un pro­ces­so che sta cam­bian­do lo stes­so svi­lup­po del­la cul­tu­ra mol­to rapi­da­men­te tan­to da non esse­re anco­ra affian­ca­to da un ade­gua­to appa­ra­to di stu­di che ne per­met­ta­no uno sfrut­ta­men­to il più mira­to pos­si­bi­le. Se gli inse­gnan­ti non ven­go­no pre­ven­ti­va­men­te pre­pa­ra­ti all’uso dei nuo­vi mez­zi si va incon­tro all’enorme con­trad­di­zio­ne che si sta svi­lup­pan­do all’interno del­le clas­si ita­lia­ne e non:

gli studenti, detti “nativi digitali” si trovano più preparati in materia rispetto agli insegnanti e di fatto a tutti gli adulti, detti “immigrati digitali”.

Si crea dun­que una gran­de distan­za che vie­ne col­ma­ta dal­le abi­li­tà dei pri­mi, sov­ver­ten­do il ruo­lo edu­ca­ti­vo dei secon­di su cui da sem­pre si basa la tra­smis­sio­ne dei saperi.

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L’unica solu­zio­ne lun­gi­mi­ran­te sareb­be quel­la di istrui­re solo dopo esse­re sta­ti aggior­na­ti a pro­pria vol­ta, garan­ti­re sì l’apporto tec­no­lo­gi­co, ma anche limi­tar­lo, appro­fon­di­re il lavo­ro tra­mi­te per­cor­si digi­ta­li che non vada­no a sosti­tui­re inte­gral­men­te il per­cor­so didat­ti­co: solo così vie­ne garan­ti­to e man­te­nu­to il rap­por­to edu­ca­ti­vo, non­ché uma­no, con l’alunno.

L’introduzione del­la tec­no­lo­gia nel­la didat­ti­ca non deve signi­fi­ca­re l’immediata per­di­ta del car­ta­ceo, la scom­par­sa degli eser­ci­zi di cal­li­gra­fia, l’abbandono di astuc­ci, pen­ne e dia­ri, ma un sup­por­to per svol­ge­re appro­fon­di­men­ti e lavo­ri di grup­po se necessari.

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Elena Buzzo
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne. Scri­vo per non par­la­re. Mi pia­ce il cine­ma, la bir­ra, ma non il gelato.

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