Made in Chinafrica

Car­lot­ta Fiammenghi
@Carlotta_Fmm

La nuo­va fron­tie­ra del colo­nia­li­smo? Il “prag­ma­ti­smo”: tu mi dai la minie­ra, e io ti costrui­sco una stra­da; risor­se natu­ra­li e mate­rie pri­me in cam­bio di infra­strut­tu­re; spa­zio, come rispo­sta al pro­ble­ma del­la sovrap­po­po­la­zio­ne, posti di lavo­ro come rispo­sta alla fame e alla pover­tà. È ciò che sta suc­ce­den­do in Cina­fri­ca, ovve­ro l’Africa dei cinesi.

Sareb­be­ro 750 mila i cine­si tra­sfe­ri­ti­si nel con­ti­nen­te afri­ca­no negli ulti­mi die­ci anni, e 200 miliar­di di dol­la­ri sareb­be il valo­re del­le impor­ta­zio­ni cine­si dall’Africa nel 2014 –  93 miliar­di nel­la dire­zio­ne con­tra­ria. Il foto­gra­fo Pao­lo Woods ha volu­to docu­men­ta­re que­sta real­tà, fino­ra mal rac­con­ta­ta al di là degli indi­ca­to­ri eco­no­mi­ci, faci­le pre­da dei pre­giu­di­zi di cui l’Europa abbon­da (ver­so gli afri­ca­ni così come ver­so i cinesi).«La pre­sen­za di cine­si nel con­ti­nen­te afri­ca­no è un argo­men­to di cui si sa poco, eppu­re è un feno­me­no di por­ta­ta enor­me», per dir­la con le sue parole.

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Il foto­re­por­ter ha rea­liz­za­to mol­ti scat­ti [tra cui quel­li ripor­ta­ti in que­sto arti­co­lo, ndr], ma ha anche dichia­ra­to che ave­re acces­so al mon­do dei cine­si d’Africa è sta­ta fino­ra la cosa più dif­fi­ci­le che gli sia capi­ta­to di fare, per­ché «Né cine­si né afri­ca­ni era­no dispo­sti a col­la­bo­ra­re. Dovun­que tro­va­vo por­te chiu­se, c’è volu­to più di un anno per otte­ne­re la fidu­cia». E ha spiegato:

«I cinesi non si comportano come gli ex colonialisti. Costruiscono strade, dighe e ospedali in cambio di materie prime, e conquistano il popolo. Non parlano di democrazia e di trasparenza, e conquistano i governanti».

Ad esem­pio, l’impianto idroe­let­tri­co ali­men­ta­to dal baci­no del­la diga di Imbou­lou (nel Con­go), che gene­ra una poten­za di 120 mega­watt,  è sta­to finan­zia­to dal­la Cina e costrui­to da ope­rai cine­si e afri­ca­ni; così come il risto­ran­te Gol­den Gate a Lagos, in Nige­ria, volu­to dall’imprenditore di Shan­ghai Mr. Wood, che con­tie­ne 1500 posti a sedere.

L’Africa ci met­te i gran­di spa­zi, la cura per il pro­ble­ma del­la sovrap­po­po­la­zio­ne e il sovraf­fol­la­men­to cine­se —sem­bra infat­ti che Pechi­no pun­ti a tra­sfe­ri­re 300 milio­ni di cine­si in Afri­ca nei pros­si­mi anni. La Cina offre in cam­bio posti di lavo­ro e infra­strut­tu­re. Il risul­ta­to sono indi­ca­to­ri di cre­sci­ta posi­ti­vi: miglio­ra­men­to del PIL di mol­ti Sta­ti afri­ca­ni e sti­me del­la Ban­ca mon­dia­le che pre­ve­do­no la crea­zio­ne di 85 milio­ni di nuo­vi posti di lavo­ro in Afri­ca entro pochi anni.

L’emergente midd­le class afri­ca­na e l’emergente midd­le class cine­se dovran­no quin­di pre­sto fare i con­ti con una nuo­va gene­ra­zio­ne dai diver­si sti­li di vita e abi­tu­di­ni, nati da una sin­go­la­re ma pro­dut­ti­va mesco­lan­za? For­se. Le rela­zio­ni miste sono infat­ti anco­ra for­te­men­te sco­rag­gia­te dagli inve­sti­to­ri asia­ti­ci; e le mega­lo­po­li costrui­te dai cine­si, soprat­tut­to in Ango­la, sono anco­ra disa­bi­ta­te per­ché gli afri­ca­ni non pos­so­no per­met­ter­si di com­pra­re appar­ta­men­ti e nego­zi ai prez­zi impo­sti dal­la bol­la spe­cu­la­ti­va. I veri desti­na­ta­ri di quei milio­ni di posti sareb­be­ro dun­que i più sol­vi­bi­li nuo­vi colo­ni cinesi.

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È inol­tre mol­to dif­fi­ci­le valu­ta­re l’aspetto “eti­co” di que­sta nuo­va colo­niz­za­zio­ne, di que­sto ulti­mo nuo­vo mon­do: man­ca­no dati con­cre­ti su come ven­ga­no trat­ta­ti i nuo­vi lavo­ra­to­ri, ma non man­ca­no le ribel­lio­ni vio­len­te nel­le minie­re a gestio­ne cine­se nel­lo Zam­bia; cor­ro­no denun­ce di vio­len­ze e sopru­si nel­lo Zim­ba­b­we, men­tre sem­bra che i rap­por­ti fra i cine­si e i dit­ta­to­ri afri­ca­ni più fero­ci sia­no otti­mi; e infi­ne, sono dati di fat­to i fal­li­men­ti di tan­te pic­co­le impre­se loca­li inca­pa­ci di reg­ge­re alla mas­sic­cia concorrenza.

Cosa signi­fi­ca e cosa sarà la Cina­fri­ca, dun­que, è anco­ra da vede­re. Ma offre già spun­ti di rifles­sio­ne, soprat­tut­to in una Euro­pa in cui la paro­la “Afri­ca” è pas­sa­ta dall’associazione con la paro­la “colo­nia” a quel­la con la paro­la “migran­ti”, qua­si sen­za pas­sag­gi inter­me­di. E se giu­sta­men­te ci chie­dia­mo qua­li rea­li bene­fi­ci potrà por­ta­re alle popo­la­zio­ni loca­li que­sto matri­mo­nio d’interesse fra il con­ti­nen­te nero e la super­po­ten­za asia­ti­ca, chie­dia­mo­ci anche qua­li bene­fi­ci ha por­ta­to o potreb­be anco­ra por­ta­re alle popo­la­zio­ni loca­li l’intervento dell’Occidente.

***

Pao­lo Woods, 38 anni, nato e cre­sciu­to a Firen­ze e oggi resi­den­te a Pari­gi, è un foto­re­por­ter che ha lavo­ra­to in zone di guer­ra come Afgha­ni­stan e Iraq – dove è sta­to anche vit­ti­ma di un rapi­men­to. Vin­ci­to­re del pre­mio Amil­ca­re Pon­chiel­li 2008, World Press Pho­to Award nel 2004 per un repor­ta­ge di denun­cia in Iraq, ha pub­bli­ca­to nel 2009 il libro “Cina­fri­ca” (Il Sag­gia­to­re), scrit­to con i gior­na­li­sti Ser­ge Michel e Michel Beuret. 

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