Del: 16 Settembre 2015 Di: Stefano Colombo Commenti: 0

Stefano Colombo
@Granzebrew

Nel tardo pomeriggio di lunedì un migliaio di persone hanno manifestato per il centro di Milano a sostegno della resistenza curda agli attacchi sempre più feroci dell’esercito turco. La scintilla che ha acceso la protesta, a cui oltre alla comunità curda hanno aderito numerosi centri sociali e partiti di sinistra, è stata la celebrazione del “National Day” turco all’Expo milanese, che apre la settimana dell’amicizia tra Italia e Turchia. Già nel pomeriggio un drappello di militanti di alcuni centri sociali milanesi, soprattutto del Lambretta, erano riusciti a salire sulle strutture dell’Expogate in Largo Cairoli e ad esporre uno striscione anti-Erdogan, esposto più tardi anche in testa al corteo.

La vicenda della Turchia all’Expo è piuttosto curiosa: lo scorso anno, un offeso Erdogan aveva annunciato che il suo paese avrebbe boicottato l’Esposizione dopo aver sfiorato una crisi diplomatica con il Vaticano, dopo alcune frasi di Papa Francesco ritenute da Erdogan troppo generose verso le vittime del Genocidio Armeno. Dopo un po’, però, il Premierissimo turco ci aveva ripensato, chiedendo di essere riammesso all’ultimo momento tra i paesi partecipanti — un suo Ministro aveva dichiarato che il Governo “non avrebbe badato a spese” nell’allestimento del padiglione — fino ad arrivare addirittura alla “settimana turca”.

Chi ha manifestato lunedì l’ha fatto anche contro la vicinanza del Governo italiano a quello turco, ancora più grave alla luce degli ultimi fatti in Kurdistan. Erdogan ha usato come pretesto l’attentato di Suruc del 20 luglio, costato la vita 32 di giovani militanti di sinistra, per intensificare la repressione non solo contro l’estremismo islamico — verso il quale a dire il vero c’è una malcelata tolleranza — ma anche contro il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), il cui leader Ocalan resta detenuto nelle carceri turche.

Erdogan è in una fase delicata della propria carriera politica

Dopo la parziale e inattesa sconfitta alle elezioni del 7 Giugno, Erdogan ha deciso di puntare su una “strategia della tensione” per ricompattare attorno alla propria figura semi-autoritaria la nazione, in particolare le forze nazionaliste che sembravano avergli voltato le spalle. Non essendo riuscito a formare un governo nei 40 giorni successivi alle votazioni, è stato costretto a formare un governo tecnico, con nuove elezioni fissate il 1° Novembre. E Erdogan, giocando sul sentimento anti-curdo da lui rinfocolato, conta di vincere.

Gli unici momenti di tensione della manifestazione, infatti, si sono avuti davanti al consolato turco di Via Larga — presidiato tra l’altro da un cordone di polizia — ma la situazione non è mai parsa sul punto di degenerare: i manifestanti si sono limitati a scrivere sull’asfalto un gigantesco “Erdogan assassino”, visibile dalle finestre del consolato, e ad accendere qualche fumogeno. Si era programmato di sedercisi davanti inscenando un sit-in, ma alla fine si è tirato dritto.

La manifestazione è terminata in piazza del Duomo, in cui sono stati chiamati a parlare al microfono i presenti che ne avessero voglia. Fino a poco prima, dagli altoparlanti erano risuonati Bella Ciao e i canti di guerra curdi: “Denti contro denti, sangue contro sangue, sempre con te Ocalan”.

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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