Programmate per nuocere

Tom­ma­so Sansone

Ha fat­to scal­po­re l’accusa lan­cia­ta dall’EPA (Uni­ted Sta­tes Envi­ron­men­tal Pro­tec­tion Agen­cy) secon­do cui Volk­swa­gen avreb­be mes­so in com­mer­cio cir­ca undi­ci milio­ni di auto più inqui­nan­ti di quan­to dichiarato.

 

 

L’opinione pub­bli­ca e i rap­pre­sen­tan­ti del­le isti­tu­zio­ni non si sono rispar­mia­ti nel giu­di­ca­re il colos­so tede­sco dell’automobilismo, col­pe­vo­le di aver spu­do­ra­ta­men­te by-pas­sa­to gli stan­dard eco­lo­gi­ci tan­to fati­co­sa­men­te inse­ri­ti nel­la legge.

Le cri­ti­che più pesan­ti sono giun­te dagli Sta­ti Uni­ti che, aven­do impor­ta­to buo­na par­te del­la par­ti­ta di auto “truc­ca­te” ed essen­do­si recen­te­men­te impe­gna­ti a ridur­re le pro­prie emis­sio­ni atmo­sfe­ri­che, non pos­so­no venir meno agli accor­di per col­pa del­la diso­ne­stà di qual­cun altro.

A get­ta­re ben­zi­na sul fuo­co ci han­no pen­sa­to i social net­work, dove bat­tu­te sati­ri­che ed esi­la­ran­ti meme – bol­la­ti a dove­re con gli hash­tag #Die­sel­Ga­te e #Volk­swa­gen­Scan­dal – si sono pro­pa­ga­ti al ver­ti­gi­no­so rit­mo scan­di­to dall’effetto Strei­sand, che da sem­pre accom­pa­gna gli scandali.

Una tale tem­pe­sta media­ti­ca non pote­va che ave­re del­le con­se­guen­ze imme­dia­te, così ades­so il gover­no tede­sco, che come lea­der euro­peo ha l’obbligo mora­le di dare il buon esem­pio, deve dimo­stra­re di poter rimet­te­re tut­to in rego­la e far­la paga­re cara a chi ha cal­pe­sta­to le nor­ma­ti­ve ambien­ta­li, anche se, come ripor­ta­no le testa­te di mol­ti quo­ti­dia­ni ale­man­ni, “Ber­lin wus­ste”: Ber­li­no sapeva.

Ad ogni modo la puni­zio­ne per Volk­swa­gen arri­va, velo­ce e tremenda.

Le vie­ne pre­ven­ti­va­ta una mul­ta di 18 miliar­di di dol­la­ri solo negli USA, altri ven­tot­to sta­ti avvia­no inda­gi­ni alla ricer­ca dei vei­co­li com­pro­mes­si, l’EPA ordi­na il riti­ro dal mer­ca­to di oltre 500.000 vei­co­li, i tito­li in bor­sa crol­la­no (-18,5% solo il 21 set­tem­bre) e, men­tre l’amministratore dele­ga­to Mar­tin Win­ter­korn ras­se­gna le dimis­sio­ni, un gigan­te­sco dan­no imma­gi­ne sfi­gu­ra il vol­to green che l’azienda teu­to­ni­ca sta­va mostran­do pro­prio in que­sti gior­ni al Salo­ne di Fran­co­for­te, dove è in cor­so l’esposizione dei nuo­vi model­li più all’avanguardia ed ecologici.

Le inchie­ste sono appe­na sta­te aper­te e tut­te le veri­tà su que­sto eco-imbro­glio devo­no anco­ra veni­re a gal­la, eppu­re, con que­sta rap­pre­sa­glia eco­no­mi­ca, le isti­tu­zio­ni e le agen­zie di moni­to­rag­gio ambien­ta­le for­se già si illu­do­no di aver fat­to giu­sti­zia e di aver man­da­to un mes­sag­gio for­te e chia­ro alle com­pa­gnie indu­stria­li irri­spet­to­se del­la natura.

In real­tà però, gli osser­va­to­ri più accor­ti avran­no nota­to come l’intera fac­cen­da pon­ga l’accento non tan­to sul pia­no legi­sla­ti­vo o eti­co, quan­to su quel­lo informatico.

Infat­ti, se l’accaduto rischia di entra­re da un orec­chio e usci­re dall’altro nel­la testa dell’automobilista medio, la cui coscien­za ambien­ta­le è di soli­to piut­to­sto esi­gua, lo stes­so non si può dire per altri tipi di con­su­ma­to­ri: quel­li che han­no a che fare con attrez­za­tu­re la cui com­po­nen­te soft­ware diven­ta sem­pre più con­si­sten­te, come nel caso degli elettrodomestici.

In questi termini, l’aspetto più grave della vicenda non è semplicemente che Volkswagen abbia tentato di eludere i controlli, ma che abbia progettato un algoritmo ad hoc il cui compito specifico era di ingannare i supervisori, trasformando in tal modo uno strumento di ausilio in un dispositivo doppiogiochista.

Que­sto fat­to vol­ge i riflet­to­ri sul­le pro­ble­ma­ti­che di inse­ri­men­to del­le CPU nei beni desti­na­ti alla ven­di­ta su lar­ga sca­la e sul feno­me­no dell’obsolescenza pro­gram­ma­ta: appa­rec­chi pro­get­ta­ti per guastarsi.

Secon­do le fon­ti sto­ri­che, il ter­mi­ne risa­le addi­rit­tu­ra agli ini­zi del XX seco­lo con il paper Ending the Depres­sion Throu­gh Plan­ned Obso­le­scen­ce, edi­to dal bro­ker Ber­nard Lon­don, che pro­po­ne­va di risol­le­va­re la cri­si del com­mer­cio dell’epoca accor­cian­do inten­zio­nal­men­te la vita degli articoli.

Il bino­mio ven­ne rilan­cia­to nel 1954 dal desi­gner dell’industria Brooks Ste­vens, che lo citò duran­te una con­fe­ren­za per espri­me­re il con­cet­to di «instil­la­re nel com­pra­to­re la voglia di acqui­sta­re un pro­dot­to più nuo­vo»; da qui si dif­fu­se rapi­da­men­te, a tal pun­to che ver­so la fine degli anni Cin­quan­ta era comu­ne­men­te usa­ta per indi­ca­re gli ogget­ti che si dan­neg­gia­va­no facilmente.

La pri­ma socie­tà a sca­gliar­si con­tro que­sta idea fu pro­prio la Volk­swa­gen, che ne fece il ber­sa­glio del­le pro­prie pub­bli­ci­tà, in cui lo slo­gan “never chan­ge the VW for the sake of chan­ge” si accom­pa­gna ad un model­lo di auto­mo­bi­le per­fet­to ed eter­no, che il clien­te non avreb­be mai sen­ti­to il biso­gno di cambiare.

volkswagen

Nel 1960 l’obsolescenza pro­gram­ma­ta ven­ne attac­ca­ta anche dal cri­ti­co cul­tu­ra­le Van­ce Pac­kard, che attra­ver­so il sag­gio best-sel­ler The Waste Makers ne espo­se le con­se­guen­ze, tra cui l’inutile accu­mu­lo dei rifiu­ti e l’utilizzo inef­fi­cien­te del­le mate­rie pri­me (tesi rite­nu­te vali­de anco­ra oggi).

Col pas­sa­re del tem­po però, un nume­ro sem­pre mag­gio­re di impren­di­to­ri adoc­chiò i pro­fit­ti eco­no­mi­ci deri­van­ti da que­sta pra­ti­ca, e, per non rima­ne­re taglia­ti fuo­ri dal mer­ca­to, qua­si tut­ti deci­se­ro di adottarla.

Inol­tre, se nel XX seco­lo la mer­ce pote­va esse­re pre­di­spo­sta a rom­per­si attra­ver­so carat­te­ri­sti­che di fab­bri­ca­zio­ne pura­men­te mec­ca­ni­che o strut­tu­ra­li, il nuo­vo mil­len­nio intro­du­ce degli stru­men­ti mol­to più raf­fi­na­ti per attua­re la stra­te­gia del break-down pre­me­di­ta­to: gli ele­men­ti computerizzati.

La cre­scen­te inte­gra­zio­ne dei cir­cui­ti digi­ta­li, dei micro-pro­ces­so­ri e del­la con­nes­sio­ne ad inter­net con­tri­bui­sce ad aumen­ta­re sem­pre di più l’asimmetria infor­ma­ti­va tra pro­dut­to­re e frui­to­re, costret­to infi­ne a rela­zio­nar­si con mac­chi­ne dal fun­zio­na­men­to (for­se volu­ta­men­te) poco chiaro.

Con que­sti pre­sup­po­sti, è mol­to faci­le pro­get­ta­re un algo­rit­mo che, oltre alle con­sue­te ope­ra­zio­ni, ne svol­ga anche altre “in inco­gni­to”, con­tro la volon­tà del pro­prie­ta­rio; il caso di Volk­swa­gen ne è la prova.

Chri­stian Kleiss, docen­te di Busi­ness Mana­ge­ment all’U­ni­ver­si­tà di Aalen, e Ste­phan Schrid­de, esper­to di busi­ness admi­ni­stra­tion, han­no con­dot­to una ricer­ca su un vasto cam­pio­ne di appa­ra­ti elet­tro­ni­ci, dimo­stran­do come gli effet­ti dell’usura pia­ni­fi­ca­ta sia­no mag­gior­men­te riscon­tra­bi­li negli elet­tro­do­me­sti­ci, la cui vita media sareb­be sce­sa dai 20–30 anni (regi­stra­ti negli anni ’70) ai due o tre attuali.

A rigor di logi­ca però, i più espo­sti a que­sta ten­den­za sareb­be­ro quel­li digi­ta­li, come gli smart­pho­ne, i tablet e i media-player, che, a cau­sa degli aggior­na­men­ti perio­di­ci del soft­ware, potreb­be­ro a un trat­to non fun­zio­na­re più a dovere.

L’upgrade di tali pro­gram­mi può infat­ti dive­ni­re un meto­do mol­to sot­ti­le e indi­scre­to per dan­neg­gia­re un dispo­si­ti­vo: è suf­fi­cien­te l’installazione di un codi­ce “trop­po avan­za­to” e con richie­ste trop­po esi­gen­ti per spin­ge­re l’hardware in que­stio­ne allo stre­mo del­le pro­prie capa­ci­tà, fino a romperlo.

Un’operazione ai limi­ti del boi­cot­tag­gio e che tut­ta­via è l’unico modo di man­te­ne­re le pro­prie tec­no­lo­gie al pas­so coi tem­pi sen­za dover­le sosti­tui­re materialmente.

borghezio vs volkswagen

È comun­que sec­can­te e sospet­to il fat­to che il down­load di que­sti pac­chet­ti infor­ma­ti­ci sfug­ga tal­vol­ta al con­trol­lo dell’utente e che una pro­ce­du­ra uffi­cia­le di down-gra­de (ritor­no alla ver­sio­ne pre­ce­den­te) non sia pre­vi­sta, ma anzi scon­si­glia­ta dal­le case pro­dut­tri­ci, al pun­to di ren­de­re inva­li­da la garanzia.

A ciò si aggiun­go­no ulte­rio­ri limi­ta­zio­ni e man­can­za di tra­spa­ren­za date dal fat­to che, nel caso di mal­fun­zio­na­men­to, non è sem­pre faci­le far ripa­ra­re gli arti­co­li da un tec­ni­co gene­ri­co, ma spes­so biso­gna rivol­ger­si al per­so­na­le con­ven­zio­na­to con la stes­sa mar­ca dell’apparecchio.

Si crea così una sor­ta di fide­liz­za­zio­ne tra dit­ta e clien­te, che diven­ta dipen­den­te dall’intervento degli ope­ra­to­ri qua­li­fi­ca­ti e non è in gra­do di gesti­re in pri­ma per­so­na il pro­prio elet­tro­do­me­sti­co, tan­to meno di cono­scer­ne i mec­ca­ni­smi profondi.

Alla luce di que­ste evi­den­ze, diver­si pae­si han­no ini­zia­to a pren­de­re in seria con­si­de­ra­zio­ne il pro­ble­ma; In Fran­cia, ad esem­pio, i depu­ta­ti Eric Alau­zet, Denis Bau­pin e Céci­le Duflot han­no chie­sto l’istituzione di un decre­to per san­zio­na­re penal­men­te i casi appu­ra­ti di obso­le­scen­za programmata.

Anche in Ita­lia è sta­ta avan­za­ta una pro­po­sta di leg­ge simi­le: i suoi soste­ni­to­ri sono Lui­gi Lac­qua­ni­ti, depu­ta­to di Sini­stra Eco­lo­gia Liber­tà, e Simo­ne Zuin, idea­to­re del sito web Decre­sci­ta Feli­ce Social Net­work, che sco­rag­gia lo svi­lup­po eco­no­mi­co fine a se stes­so, in accor­do con la cor­ren­te di pen­sie­ro del­la Decrescita.

Per­fi­no l’europarlamentare Mario Bor­ghe­zio ha con­dan­na­to il feno­me­no e ha pre­sen­ta­to una denun­cia alla com­mis­sio­ne di Bru­xel­les con la qua­le invi­ta l’Unione Euro­pea a tute­la­re gli acquirenti.

Insom­ma, che si trat­ti di opa­le­scen­za pia­ni­fi­ca­ta o di algo­rit­mi con obiet­ti­vi nasco­sti, per far sì che il con­su­ma­to­re abbia pie­na con­sa­pe­vo­lez­za e con­trol­lo sul­la mer­ce acqui­sta­ta, è neces­sa­rio che la cate­na di pro­du­zio­ne con­ti­nui a esse­re sot­to­po­sta alle veri­fi­che di enti spe­cia­liz­za­ti ed ester­ni alle fab­bri­che, altri­men­ti potrem­mo ritro­var­ci in mano (a) del­le mac­chi­ne imper­scru­ta­bi­li e pro­gram­ma­te per nuocere.

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Tommaso Sansone
Mi pia­ce fare e impa­ra­re cose nuo­ve. Di me non so qua­si niente.

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